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1 settembre 2025
Budapest, 19 maggio 2022, il leader ungherese Viktor Orbàn sale sul palco per l’apertura della Conservative political action conference (Cpac), il meeting annuale delle destre ideato negli Usa. La sala è stracolma, quello di Budapest è un fuori programma pensato per rinsaldare i rapporti tra i conservatori radicali sulle due sponde dell'Atlantico. Partecipa anche Giorgia Meloni, che manda un video messaggio perché, spiega, è impegnata nella campagna elettorale. Tra i delegati americani spicca la presenza di Tucker Carlson, conduttore di Fox News, molto legato al leader ungherese. Orbàn non delude il pubblico e propone la sua ricetta per vincere la guerra contro il "dominio dei progressisti": giocare secondo le proprie regole, seguire l’interesse nazionale nella politica interna ed estera, poi fede, amici, comunità, istituzioni, "leggere ogni giorno", ma anche e soprattutto "avere i nostri media".
"La radice del problema è che i moderni media occidentali si allineano alle opinioni della sinistra. I giornalisti sono stati istruiti all’università da personaggi di sinistra progressista – spiega Orbàn –. Anche il Grand Old Party (ossia il partito repubblicano americano, ndr) ha dei media alleati, ma non possono competere con il dominio dei media da parte dei liberali. Il mio amico Tucker Carlson si staglia saldo e solitario. Il suo programma ha gli ascolti più alti. Che cosa significa questo? Significa che ci dovrebbero essere programmi come il suo giorno e notte".
In pochi anni il premier ungherese è riuscito a stravolgere la libertà d’informazione nel suo Paese, utilizzando manovre politiche ed economiche senza violenza: l'emittenza pubblica è stata trasformata in una macchina propagandistica, i media privati acquistati da oligarchi vicini al partito Fidesz e quelli indipendenti esclusi da aiuti o inserzioni pubblicitarie. Grazie a questi interventi, denuncia Reporter senza frontiere (Rsf), Orbàn "controlla ora l'80 per cento dei media del Paese". In molti pensano che l’“orbánizzazione” dei mezzi d’informazione abbia ispirato anche Trump e altri leader conservatori. "I nostri dati mostrano che la libertà di stampa non è mai stata in così cattivo stato", denuncia a lavialiberaThibaut Bruttin, segretario generale di Rsf. Per la prima volta da oltre dieci anni, il report annuale pubblicato dalla ong indica uno stato di salute dell’informazione nel mondo sceso sotto la soglia critica di 55 punti su 100, un livello definito “difficile”.
La stretta a tenaglia sul giornalismo – attacchi diretti alla libertà di stampa da una parte, allineamento degli editori al potere politico dall’altra – è particolarmente visibile negli Stati Uniti di Donald Trump. Dal suo ritorno, il tycoon ha organizzato un’offensiva su più livelli. Il primo è lo smantellamento del servizio pubblico, ritenuto "obsoleto, non necessario, distorto e di parte". A finire nel mirino sono state la United States Agency for Global Media (Usagm) e la Corporation for Public Broadcasting (Cpb), da cui dipendono centinaia di radio e televisioni tra nazionali, locali ed estere. Il secondo è quello della ritorsione nei confronti dei media ritenuti ostili. A febbraio, la Casa bianca ha bandito i corrispondenti dell'Associated Press dallo studio ovale e dall’Air force one in risposta al rifiuto dell’agenzia di adeguarsi al diktat di chiamare il golfo del Messico “golfo d’America”. Un episodio simile ha colpito il Wall Street Journal, escluso a luglio dal viaggio di Trump in Scozia per aver raccontato i legami tra il presidente e Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per abusi e traffico di minori e morto in carcere nel 2019. Il giornale è stato anche denunciato per diffamazione, con una richiesta di risarcimento record da 10 miliardi di dollari. In tribunale rischiavano di finire anche Cbs News e Abc News, accusati di aver trasmesso contenuti falsi e manipolati a danno del presidente, ma gli editori hanno deciso di patteggiare rispettivamente per 16 e 15 milioni di euro.
"La libertà di stampa è una lotta continua, che spetta innanzitutto ai giornalisti e agli editori portare avanti. Invece gli attacchi di Trump suscitano poca solidarietà nel settore e i proprietari preferiscono scendere a patti piuttosto che andare in tribunale"Thibaut Bruttin - Reporter senza frontiere
"La libertà di stampa è una lotta continua, che spetta innanzitutto ai giornalisti e agli editori portare avanti – aggiunge Bruttin –. Invece gli attacchi di Trump suscitano poca solidarietà nel settore e i proprietari preferiscono scendere a patti piuttosto che andare in tribunale". C’è poi chi, come il proprietario del Washington PostJeff Bezos, ha scelto di allinearsi ai voleri del presidente anche senza minaccia. Nell’ottobre del 2024, la decisione di bloccare l’editoriale di endorsement per Kamala Harris, in rottura rispetto alla tradizione del giornale, ha portato alle dimissioni di diverse firme e membri del board e alla disdetta di 250mila abbonamenti. A gennaio, ha lasciato anche la fumettista Ann Telnaes, denunciando la censura di una vignetta con Bezos in ginocchio di fronte a Trump. A febbraio, poi, il diktat dell’editore miliardario sulla sezione opinioni del giornale ha portato alle dimissioni del responsabile David Shipley.
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