Roma, 12 novembre 2024. Protesta dei giornalisti Rai contro il precariato (foto Federazione nazionale della stampa italiana)
Roma, 12 novembre 2024. Protesta dei giornalisti Rai contro il precariato (foto Federazione nazionale della stampa italiana)

Libertà di stampa, Di Trapani (Fnsi): "Un giornalismo precario è più ricattabile e meno libero"

L'informazione italiana è sbilanciata: da una parte pochi professionisti ben retribuiti e tutelati, dall'altra l'esercito di precari pagati pochi euro ad articolo e per questo più vulnerabili a pressioni e intimidazioni. "Questo è il governo che ha scagliato più denunce contro i giornalisti e chi non ha la forza per difendersi rinuncia a scrivere", dice Vittorio di Trapani, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi)

Marco Panzarella

Marco PanzarellaRedattore lavialibera

1 settembre 2025

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Inps sostiene che in Italia un giornalista guadagni in media 59mila euro all’anno. Mica male se non fosse che una retribuzione simile è prevista soltanto per i professionisti assunti con regolare contratto. Pochi, anzi pochissimi rispetto all’esercito indefinito di precari, sottopagati e sfruttati che ogni giorno con i loro articoli riempiono le pagine dei quotidiani, anche quelli più blasonati, e che a fine mese sono costretti a genuflettersi dinanzi all’ufficio contabilità per ottenere l’agognato stipendio. Nel sottobosco dell’informazione i più fortunati tra i disgraziati hanno firmato dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa (i famigerati co.co.co.), e in cuor loro sperano nell’assunzione, oppure hanno aperto la partita Iva. Ai lavoratori autonomi va tutto bene fin quando sono in salute, perché un libero professionista malato deve fermarsi e a quel punto è perduto.

Questa è la fotografia del giornalismo italiano: un mestiere svolto da una risicata élite e da un esercito di precari pagati pochi euro a pezzo. "Retribuzioni che non sono dignitose in un paese civile"

Questa è la fotografia del giornalismo italiano: un mestiere svolto da una risicata élite e da un numeroso sottoproletariato. Vittorio di Trapani – redattore di Rainews24 e, dal 2023, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) – conosce bene la situazione. "Negli ultimi anni c’è stata una pesantissima contrazione dell’occupazione, mentre è fortemente cresciuto il precariato con giornaliste e giornalisti pagati pochi euro a pezzo. Retribuzioni che non sono dignitose in un paese civile come l’Italia". 

Lo stipendio medio da giornalista secondo l’Inps, pari a 59mila euro annui, lascia il tempo che trova. Chi fa questo mestiere sa bene che una cifra simile è riservata a un'esigua cerchia di professionisti e che per tutti gli altri i compensi sono assai inferiori: 17mila euro per i partita Iva, circa 11mila per i co.co.co..

Come se il divario retributivo non bastasse, c’è pure chi ha approfittato di una legge – la n.45 del 1990 – per gonfiare la già ricca pensione: solo nel 2024 un’ottantina di giornalisti alla soglia dei 63 anni (l’età minima pensionabile per Inpgi, l'Istituto nazionale per la previdenza dei giornalisti italiani) ha spostato dall’Inps all’Inpgi il capitale accumulato, aumentando e in certi casi quasi raddoppiando la propria pensione.

Per capire il meccanismo serve tornare alla legge di bilancio 2022, che ha trasferito la funzione previdenziale obbligatoria dei giornalisti dipendenti dall'Inpgi all’Inps, escludendo però i non dipendenti che continuano a versare i contributi alla sopravvissuta Inpgi. Ebbene, la norma consente a un ristretto gruppo di cronisti in pensione, oggi all'Inps, di fare il movimento inverso e rientrare all’Inpgi: basta dimettersi, firmare un contratto di collaborazione e il gioco è fatto.  Così facendo, ottengono una rivalutazione esponenziale del montante contributivo pari al 4,5 per cento anno su anno. 

I beneficiari sono professionisti di spicco – direttori, editorialisti, volti noti della tv (si vocifera perfino ex vertici del sindacato e dell’ente previdenziale) – con montanti milionari, gli stessi che quando l’Inpgi era in difficoltà, a causa di onerosi prepensionamenti resi possibili da contributi elargiti dal governo di turno, premevano per passare all’Inps. Una volta accontentati, in fretta e furia sono rientrati all’Inpgi, alimentando un sistema legale che però genera pensioni d’oro sulle tasche dei precari. Paradossale? Mica tanto, in fondo è sempre e solo una questione di tornaconto personale. Con tanti saluti all’etica e alla solidarietà tra colleghi.   

La situazione peggiora nelle aree periferiche del Paese.

Eppure è proprio il giornalismo di frontiera che andrebbe rafforzato e valorizzato, perché è in quei posti che nascono le notizie. Il quadro è preoccupante e lo ripetono anche gli osservatori internazionali; penso alla relazione sullo Stato di diritto della Commissione europea, secondo cui il precariato in Italia è uno dei problemi per la libertà di stampa. Un giornalismo precario è più ricattabile e meno libero.

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Può spiegare meglio?

Mi riferisco alle querele bavaglio e alle liti temerarie, un problema sempre esistito ma che negli ultimi anni si è acuito. Quello attuale è il governo che ha scagliato più denunce contro i giornalisti, e chi non ha la forza per difendersi scrive meno o rinuncia a scrivere. Da anni chiediamo una norma che limiti le querele bavaglio ma l’appello è rimasto inascoltato, nonostante più di un anno fa il Parlamento europeo abbia approvato una direttiva (anti-Slapp, strategic lawsuit against public participation, ndr), che garantisce protezione contro le cause legali promosse da chi denuncia sapendo di aver torto, solo con l’intento di bloccare le notizie. Nel frattempo si è intervenuto cancellando il carcere per il reato di diffamazione, non per sussulto democratico o passione per il giornalismo d’inchiesta, ma perché la Corte costituzionale ha detto che la reclusione non è legittima. 

"Le multe per diffamazione possono arrivare a 50mila euro e quindi hanno lo stesso effetto del carcere. Si tratta di una forma di intimidazione indiretta. E con il precariato diffuso l’effetto è esplosivo"

Si esclude la detenzione, ma le multe per diffamazione diventano più salate.

Le sanzioni possono arrivare a 50mila euro e quindi hanno lo stesso effetto del carcere. È evidente che siamo davanti a una forma di intimidazione indiretta. E con il precariato diffuso l’effetto è esplosivo.

A proposito di limitazioni della libertà di stampa, come giudica la stretta sulle notizie di cronaca giudiziaria?

Sia l’emendamento Costa che la riforma Cartabia nel precedente governo Draghi hanno limitato il diritto di cronaca, strumentalizzando la direttiva europea sulla presunzione di innocenza, che è un principio sacrosanto condiviso anche dalla nostra Costituzione, ma che non introduce alcuna limitazione al diritto di cronaca. L’emendamento Costa vieta di pubblicare integralmente o per stralci le ordinanze cautelari, costringendo il giornalista a un lavoro di sintesi. Il rischio è legato proprio all’interpretazione del testo, che espone il cronista a querele.

Chi ha promosso questi provvedimenti si appella al garantismo.

I garantisti veri sono per la trasparenza e vogliono che tutti gli argomenti siano conosciuti. Durante un’indagine possono emergere fatti che non costituiscono reato ma che comunque sono notizie che i cittadini hanno il diritto di conoscere. A volte ci dicono: “Ah, ma voi pubblicate e poi la persona viene assolta”. E quindi? Se c’è un interesse pubblico è giusto scrivere, sempre rispettando il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza.

"Il denaro destinato agli editori troppe volte è stato utilizzato per chiudere i bilanci e favorire i prepensionamenti, invece che rilanciare l’occupazione"

Torniamo ai precari. Quante colpe hanno gli editori?

Il denaro destinato agli editori troppe volte è stato utilizzato per chiudere i bilanci e favorire i prepensionamenti, quando invece sarebbe servita una strategia per rilanciare l’occupazione. L’informazione è uno dei pilastri della democrazia e serve investire su di essa. Non è un ragionamento da casta.

Chi controlla l'informazione in Italia? L'infografica

Tutto vero, ma la gente è disposta a pagare per essere informata?

"Quella dell'informazione gratuita è un'illusione: i lettori pagano le piattaforme sotto forma di dati privati e sensibili"

C’è stata e c’è tuttora l’illusione di usufruire dell’informazione a costo zero, quando in realtà di gratuito non c’è proprio nulla. Anziché pagare in euro il costo di un giornale, i lettori pagano sotto forma di dati privati e sensibili che consegnano più o meno inconsapevolmente alle grandi piattaforme. D’altra parte, i giornalisti dovrebbero sforzarsi per adeguare l’offerta informativa al nuovo pubblico, che magari è nativo digitale e non è abituato a comprare il giornale in edicola. 

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Edicole che nel frattempo chiudono ovunque. Segno che il tempo della carta è finito?

Le edicole sono un presidio di trasmissione del valore della conoscenza e dell’informazione. Certo, il futuro non può essere solo di carta e quindi è necessario trovare delle formule di sostegno alla diffusione della stampa, magari aggregando più servizi. Attenzione però: la lettura digitale è orientata o dal lettore stesso, che cerca ciò che gli interessa, o dall’algoritmo che sa cosa piace al lettore e lo indirizza in quella direzione. Al contrario, sfogliando un giornale inciampiamo su temi che non avremmo cercato e che magari scopriamo di nostro interesse. Le persone hanno bisogno dell’algoritmo della conoscenza, non di quello del guadagno di qualcun altro: qualcosa che li conduca laddove non si sarebbero mai avventurati.

Oggi si parla molto di intelligenza artificiale. Pensa possa incidere in negativo sul mestiere di giornalista?

L’intelligenza artificiale impara anche attraverso le fonti giornalistiche e ciò deve corrispondere a una giusta retribuzione del lavoro intellettuale. I giornalisti hanno il diritto di ottenere un compenso dalle piattaforme che sfruttano il loro lavoro, per questo c’è urgente bisogno di una regolamentazione. È uno dei motivi di grande contrasto al tavolo contrattuale con gli editori, ai quali chiediamo massima trasparenza sugli accordi che stanno siglando con i grandi soggetti dell’intelligenza artificiale.

Da lavialibera n° 34, Il giornalismo che resiste

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