Foto di D. Schmidt/Unsplash
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Cuba e l'identità perduta: nel romanzo di Jorge Enrique Lage l'isola è un delirante non-luogo

Nel suo ultimo libro, L'autostrada: the movie, l'autore immagina un futuro distopico in cui Cuba è ridotta a un mucchio di macerie fisiche e morali. Un'isola allucinata, dove la cultura yankee ha ormai cancellato quella locale

Livio Santoro

Livio SantoroScrittore

22 giugno 2026

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Alla domanda “cosa ti manca più di Cuba?”, Jorge Enrique Lage, biochimico e scrittore nato a L’Avana nel 1979, ma da tre anni trasferitosi con la famiglia a Valencia in una sorta di esilio volontario, di solito replica per sua stessa ammissione con risposte vaghe e imprecise, forse per la vergogna di dover ammettere la verità, ovvero che della sua isola natale non gli manca proprio niente. D’altronde, continua Lage, “ti può mancare qualcosa di una prigione psicologica (nevrotica, nel migliore dei casi) che in qualunque momento può trasformarsi in una prigione geografica o anche letteralmente in una prigione, con tanto di sbarre?”.

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Non una storia d’amore eterno e di irrefrenabile nostalgia del suolo patrio, quella che lega Jorge Enrique Lage alla sua terra natale. Piuttosto una storia di sfinimento e di disarmata accettazione, di un lento e costante logoramento psicologico che ha portato l’autore ad abbandonare la vita asfittica di un contesto ostile, dopo essere anche transitato, qualche anno fa, sotto la lente governativa cubana per aver collaborato con una rete di intellettuali dissidenti accusati di subire influenze dalla Cia.

Quella che lega Jorge Enrique Lage alla sua terra natale è una storia di sfinimento e disarmata accettazione, di un lento e costante logoramento psicologico che ha portato l’autore ad abbandonare la vita asfittica di un contesto ostile

Date queste premesse, ci si potrebbe aspettare che il suo libro recentemente pubblicato in Italia con il titolo L’autostrada: the movie, un romanzo atipico e del tutto delirante che preconizza per Cuba un futuro distopico, porti acqua al mulino dell’imperialismo dei gringos, dipingendo, come farebbe un qualsiasi epigono del segretario di Stato Usa Marco Rubio, un fosco avvenire fatto di tirannide e bandiere rosse, di adorazione coatta alle effigi di Che Guevara e di violenta repressione del dissenso interno. Nulla di tutto questo, però. Perché il libro, tradotto in italiano da Laura Putti per Ventanas, racconta altro.

Cuba, isola violentata

L’autostrada: the movie è la storia totalmente fuori di senno di un’isola violentata, più che violenta, un’isola ridotta ormai a un mucchio di macerie fisiche e morali entro cui si snoda un mostro smisurato fatto di asfalto e di cemento: una gargantuesca autostrada costruita con l’intenzione di collegare la Florida al Sud America passando proprio per l’isola di Cuba, diventata in tal modo null’altro che uno snodo di transito, un vero e proprio non-luogo a elevatissima pressione antropica e a scarsissima identità, per recuperare la fortunata definizione dell’antropologo francese Marc Augé.

Cuba è un’isola ridotta ormai a un mucchio di macerie fisiche e morali, entro cui si snoda un mostro smisurato fatto di asfalto e di cemento

Perché, come si legge nel romanzo, “con le autostrade accade quanto segue: ovunque passino, sui lati comincia a crescere (come la gramigna, come un’eventualità) il deserto”. Suddiviso in una sequenza di dieci racconti di gusto picaresco che di per sé potrebbero anche essere indipendenti l’uno dall’altro, L’autostrada: the movie è di fatto un romanzo che segue le vicende strampalate di un narratore senza nome e del suo alter ego, l’Autistico: i due, muovendosi tra le rovine dell’isola, tra i cantieri dell’autostrada e sull’autostrada stessa, sono intenzionati a girare un documentario per testimoniarne la costruzione, l’insediamento e la messa in funzione.

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Un romanzo on the road, dunque, a cui tale definizione in lingua inglese si adatta decisamente bene: perché la Cuba entro cui si dipanano le vicende è una Cuba totalmente travolta non solo dalle ruspe e dall’asfalto, ma anche e soprattutto dal depauperamento della sua identità a opera della più grottesca versione della cultura yankee fatta di entertainment e fast food.

La Cuba entro cui si dipanano le vicende è una Cuba totalmente travolta non solo dalle ruspe e dall’asfalto, ma anche e soprattutto dal depauperamento della sua identità

Incrociando nel loro viaggio una sequenza incoerente di personaggi reali dal profilo narrativo oltremodo estremizzato, come il musicista Twiggy Ramirez, lo scacchista Bobby Fisher o l’attrice Eliza Dushku, per dirne solo tre, i protagonisti del romanzo si trovano a vivere situazioni assai stravaganti fuoriuscite direttamente dalla più becera esasperazione dell’estetica pop: cantieri autostradali gestiti da transformers che all’occorrenza si combinano, diventando macchine da combattimento; assalti improvvisi di giovani teenager impazzite che sfrecciano in gruppo sui loro skateboard; trapianti di cuore improvvisati su showgirl televisive immortali e onnipresenti; sedute di psicoterapia tenute da ologrammi creati dall’intelligenza artificiale e così a seguire.

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Tutte situazioni nelle quali i lettori già avvezzi alla narrativa ispanoamericana potranno forse riconoscere qualche parentela con il realismo delirante dell’argentino Alberto Laiseca o con le fantasie parodiche dell’uruguaiano Mario Levrero. In questo mondo allucinato e farneticante, perfettamente in tinta con l’estetica estremizzata da cui proviene, nulla sembra avere un senso, nulla sembra seguire una logica: e così la narrazione, che procede per salti e incongruenze, senza curarsi di garantire coerenza alla trama né di costruire una psicologia credibile per i propri personaggi.

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Per dire forse che il destino di Cuba, che non diverrà un’autostrada (anche se in effetti non è detto), sarà molto probabilmente minacciato da nuove, fantasiose, bizzarre, scriteriate e pericolose assurdità che si sostituiranno o si aggiungeranno al terribile embargo che già da tempo l’ha messa in ginocchio.

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