Vibo Valentia, 27 aprile 2026. Il cancello di ingresso alla casa circondariale dove lavialibera ha tenuto tre giorni di lezioni/laboratorio sul giornalismo con i detenuti
Vibo Valentia, 27 aprile 2026. Il cancello di ingresso alla casa circondariale dove lavialibera ha tenuto tre giorni di lezioni/laboratorio sul giornalismo con i detenuti

Convict journalism. Nel laboratorio de lavialibera in carcere, i detenuti si raccontano

Lavialibera ha tenuto due laboratori di scrittura giornalistica nei penitenziari di Asti e Vibo Valentia, da cui nascerà una rubrica sul nostro sito. Obiettivo: permettere ai detenuti di raccontare in prima persona le proprie condizioni di detenzione e il proprio percorso. Un modo per fare informazione su un mondo abbandonato ai margini e per conoscere da vicino i mille volti dell'umanità reclusa

Redazione lavialibera

Redazione lavialibera

15 giugno 2026

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Tre mattinate di lezione nel carcere di Asti e poi altre tre nel carcere di Vibo Valentia, di fronte a un gruppo scelto di detenuti nel settore dell’Alta sicurezza 3 (As3), quello a cui sono destinate le persone arrestate o detenute per reati di criminalità organizzata, soprattutto per associazione mafiosa. Sono i due appuntamenti principali del progetto “Convict journalism”, realizzato da lavialibera con il sostegno del fondo “Pluralistic media for democracy” di Journalism Fund Europe, attraverso cui sono state gettate le basi per la nascita di una rubrica su lavialibera, intitolata "Farsi la galera" (dal libro di Elton Kalica, primo esempio italiano di convict criminology), scritta direttamente da detenuti.

Il progetto Convict journalism

L’organizzazione europea nata per rafforzare il giornalismo indipendente ha finanziato l’avvio di progetti di media locali e regionali, comunitari e investigativi su aree – geografiche e sociali – poco coperte dai media o in cui c’è poco pluralismo, i cosiddetti deserti informativi.

In tale contesto lavialibera ha proposto un progetto per raccontare il luogo chiuso e inaccessibile per definizione, il carcere, e farlo attraverso la voce di chi lo abita, voci spesso inascoltate e stigmatizzate. Così è nato “Convict journalism”.

L’obiettivo della redazione, con il supporto di operatori sociali, educatori e mediatori, è di guidare e affiancare i partecipanti al corso, reclusi che stanno seguendo percorsi di reinserimento sociale e hanno manifestato l’interesse verso l’iniziativa, nella conoscenza base del funzionamento di una redazione giornalistica, nella selezione di temi di "interesse pubblico" e nella scrittura di un articolo giornalistico sul carcere da pubblicare nella nuova rubrica su lavialibera.

"Per gli italiani, la sola arma valida dell'antimafia è il carcere duro"

Le lezioni in carcere

Gli incontri in carcere, che hanno visto la partecipazione a turno di alcuni membri della redazione e di educatori, sono stati molto intensi sul piano emotivo e degli scambi. Dal punto di vista dei contenuti, le lezioni hanno  affrontato e discusso con i partecipanti il ruolo del giornalismo e della scrittura, i criteri con cui le redazioni individuano fatti e informazioni che possano essere di rilievo per il pubblico, le caratteristiche e le parti che compongono un articolo giornalistico, il tono della scrittura e il lavoro di editing. Del tempo è stato dedicato ad analizzare il modo in cui solitamente i media raccontano il carcere e i detenuti, le prospettive, le lacune e gli stereotipi più frequenti.

Per molti partecipanti i media e i giornalisti sono stati "un nemico" mentre conducevano una vita criminale. Alcuni sono convinti di essere in carcere a causa di qualche giornalista, altri invece che nel giornalismo ci sia anche e soprattutto esercizio di potere. E' stato particolarmente interessante discutere con i partecipanti le motivazioni che spingono i giornalisti alla ricerca della verità e alla denuncia di ciò che accade. Ne sono nati confronti dialettici ma anche molto rispettosi dell'interlocuzione in corso, con discussioni partecipate sui limiti dei media, sulla loro reale possibilità di incidere sul corso degli eventi e sui modi di dare notizie e di trattare alcuni temi.

Alle parti più teoriche e di confronto, sono seguiti poi momenti pratici, di scrittura. Ai detenuti è stato chiesto di individuare prima un tema di rilievo secondo i criteri discussi, poi di provare ad affrontarlo seguendo le indicazioni ricevute. Durante le prove pratiche le bozze degli articoli sono state riviste e discusse dalle giornaliste e dai giornalisti de lavialibera con i detenuti, per fornire consigli di scrittura e ulteriori spunti per trattare in maniera diversa o più approfondita alcune parti.

Anche se per alcuni di loro la scrittura è anche e soprattutto uno strumento di espressione privata, uno sfogo per le proprie ansie e preoccupazioni (in diversi ci hanno mostrato quaderni zeppi di poesie, diari e lettere mai spedite), durante il laboratorio è stato chiesto ai partecipanti di scrivere pensando di rivolgersi ad un pubblico più generico, magari distratto o che poco o nulla sa della vita detenuta.
Sono emersi temi ricorrenti, anche durante le discussioni, ma non generalizzabili: l'ingiustizia subita a causa della discrezionalità e della eccessiva fatica delle condizioni di detenzione, la preoccupazione per il reinserimento dopo il carcere, il rimpianto per gli errori fatti, ma anche la consapevolezza di non aver compiuto reati per necessità quanto piuttosto per scelta, per condizioni ambientali, per poca lungimiranza, e poi la preoccupazione per la famiglia e soprattutto per i figli, la distanza da casa e il timore di essere abbandonati, l’importanza dell’affettività, delle cure sanitarie e della cultura all’interno dei penitenziari. La voglia di ripartire. Ognuno, a suo modo, ha contribuito dal proprio punto di vista al racconto dei carceri e della popolazione detenuta in Alta sicurezza in Italia.

Le ore trascorse nelle salette dei due istituti penitenziari, dopo aver attraversato corridoi e porte e cancelli, hanno gettato le basi per un nuovo spazio di riflessione sull’informazione e sul carcere. Per i detenuti è stato un momento di ascolto – e hanno parlato veramente moltissimo –, l'occasione per poter dimostrare la propria disponibilità verso l'istituzione in cui sono rinchiusi, la scoperta di un mondo che è interessato a loro e alle loro vite, senza per questo necessariamente fare sconti su quelle che sono state le loro gravi responsabilità. Per noi, questo avvio di progetto, che proseguirà con la pubblicazione dei lavori scritti in carcere, è stata l’occasione per toccare con mano la complesità di questo mondo, delle persone che lo popolano, della solitudine e della solitudine che lo attraversa e dei pochi, pochissimi mezzi con cui si cerca di avviare e accompagnare percorsi di ripensamento del proprio vissuto e di ritorno in società. Un detenuto ce lo ha detto nel modo più semplice: "prepararci alla vita fuori da qui, aiutarci in un reale reinserimento, dovrebbe importare più a voi e alla società nel suo complesso, di quanto non importi a noi". 

Quasi il 60% dei detenuti è recidivo. Per questo il carcere in Italia è un fallimento

Un laboratorio con i detenuti per mafia?

Riteniamo di particolare valore il fatto che giornalisti de lavialibera, in alcuni casi accompagnati da educatori di Libera abbiano svolto questa attività proprio con dei detenuti inseriti nel circuito penitenziario dell’Alta sicurezza 3 (As3) che, come ricordato sopra, ospita persone imputate o condannate per reati di mafia. Uno degli scambi più belli ha riguardato proprio questo punto, quando un detenuto ci ha chiesto perché proprio noi, che siamo espressione di un movimento particolarmente vicino alle vittime di mafia, avevamo deciso di intraprendere questa iniziativa in carcere con loro. 

Il circuito penitenziario di Alta sicurezza (As) è un regime detentivo speciale volto a separare i detenuti considerati ad elevata pericolosità sociale dal resto della popolazione carceraria (la cosiddetta "media sicurezza"). L'obiettivo principale è quello di recidere i legami attivi tra i detenuti e le organizzazioni criminali di appartenenza sul territorio.

A differenza del regime di "carcere duro" (il noto articolo 41-bis, che prevede un isolamento quasi totale), il circuito di Alta Sicurezza garantisce i diritti e le attività trattamentali standard (come il lavoro, lo studio e i colloqui), ma all'interno di sezioni separate e sotto una sorveglianza estremamente stretta e specializzata.

Questo circuito si suddivide internamente in tre sotto-categorie:

  • As 1: riservato a detenuti per reati di terrorismo ed eversione dell'ordine democratico;
  • As 2: destinato ai soggetti che hanno ricoperto ruoli di spicco in organizzazioni mafiose (qualora non siano sottoposti al 41-bis); 
  • As 3: dedicato ai detenuti per reati associativi legati al traffico di stupefacenti, sequestro di persona a scopo di estorsione o contrabbando aggravato.

Stando ai dati della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, nel 2025 i detenuti del circuito di Alta Sicurezza 3 erano circa 9.030. Quelli del circuito As 1, destinato ai detenuti che erano al regime del 41-bis (il “carcere duro”) erano 226, mentre quelli dell’As 2 (detenuti per terrorismo) erano 62.

Detto che Libera è da tempo impegnata su questo fronte, la scelta di tenere i laboratori di giornalismo in Alta sicurezza è stata una proposta giunta dalle amministrazioni penitenziarie. Una sfida che ci ha insegnato molto, mettendoci faccia a faccia con l'umanità di persone che hanno compiuto reati esecrabili e gravi, una realtà con cui è difficile, ma bisogna fare i conti. Sapendo anche che come ricorda l’associazione Antigone nella rubrica che ospitiamo, un carcere che non rieduca e non porta al reinserimento è un’istituzione che non funziona.
 

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