Sbarco nel porto di Trapani. Foto: Civa61 su WikimediaCommons
Sbarco nel porto di Trapani. Foto: Civa61 su WikimediaCommons

Nuovo patto su asilo, immigrazione e cpr: la salute diventa questione di ordine pubblico

Il recepimento in Italia del patto europeo apre interrogativi sull'indipendenza dei medici, tra l'ipotesi di affidare le visite a sanitari di polizia e militari e lo scontro sui "certificati anti-rimpatrio"

Sofia Lo Mascolo

Sofia Lo MascoloEditor e attivista

16 giugno 2026

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Vulnerabilità, esigenze di accoglienza particolari, sostegno adeguato: sono queste le parole chiave del Patto europeo sulla migrazione e l'asilo, entrato in vigore lo scorso 12 giugno, in merito all’accertamento delle condizioni di salute delle persone migranti alla frontiera, in fase di richiesta di protezione internazionale e durante il trattenimento. Come abbiamo raccontato nell'inchiesta del numero "Stanze segrete", i medici che certificano l'idoneità al trattenimento nei centri di permanenza per il rimpatrio (cpr) operano in un sistema già sotto pressione. Le nuove norme europee e il loro recepimento italiano lo stanno ridisegnando, non necessariamente in una direzione di maggiore tutela.

Cosa cambia con il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo

Gli accertamenti sanitari nel patto europeo

Il patto prevede accertamenti sullo stato di salute e sulla presenza di vulnerabilità dei cittadini stranieri che arrivano in Europa immediatamente alla frontiera e successivamente, se l'autorità accertante lo ritiene necessario, entro trenta giorni dalla richiesta di protezione internazionale. Le procedure riguardano quindi non solo chi ha già ricevuto un provvedimento di espulsione e deve essere trattenuto, ma anche chi è in attesa che la sua richiesta sia valutata.

Il regolamento screening (2024/1356) prevede controlli preliminari dello stato di salute e della vulnerabilità, durante i quali la persona non è considerata formalmente trattenuta ma deve restare a disposizione delle autorità all'interno di una struttura. Il controllo dello stato di salute deve essere svolto da personale medico qualificato per individuare necessità di assistenza sanitaria o isolamento, mentre quello della vulnerabilità è svolto dalla polizia, che può essere assistita da ong o personale medico qualificato, per intercettare esigenze particolari, segni di tortura o trattamenti degradanti.

 

Il secondo step è la procedura di frontiera prevista dal regolamento 2024/1348, con una visita disposta dall’autorità accertante e svolta da professionisti qualificati del settore medico per individuare eventuali segni di persecuzioni o gravi danni subiti da chi richiede protezione internazionale. La procedura prevede l’obbligo di soggiorno o il trattenimento in strutture chiuse e si interrompe se l’autorità ritiene di non poter fornire all’interno un sostegno adeguato ai soggetti vulnerabili.

I soggetti vulnerabili non sono esentati automaticamente dalla procedura accelerata di frontiera e dal trattenimento, ma verrà effettuata una valutazione caso per caso

Eventuali condizioni di vulnerabilità rappresentano ciò che la direttiva accoglienza (2024/1346) chiama “esigenze di accoglienza particolari”, valutate in base a caratteristiche fisiche, dichiarazioni o comportamenti del richiedente. La direttiva individua delle categorie che più probabilmente avranno tali esigenze: minori accompagnati e non, persone con disabilità, anziani, donne in gravidanza, membri della comunità lgbti, genitori single, persone con gravi malattie fisiche e psichiche, vittime di tratta di esseri umani, torture o violenza psicologica, fisica o sessuale. Considerati questi fattori, se la valutazione medica dimostra che il trattenimento metterebbe a rischio la salute fisica o mentale del richiedente vulnerabile, questo non può essere trattenuto. La vulnerabilità, quindi, non esenta automaticamente dalle procedure accelerate di frontiera, ma solo se l'autorità ritiene necessario un sostegno specifico per la persona, valutando caso per caso.

La procedura di screening nel decreto-legge immigrazione

L’Italia ha recepito il patto attraverso un decreto-legge approvato il 4 giugno dal Consiglio dei ministri e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 12, che anticipa alcuni dei contenuti del disegno di legge n. 1869 (ddl immigrazione) in discussione al Senato. Il decreto designa il ministero dell'Interno come responsabile degli accertamenti di vulnerabilità contenuti nel regolamento screening, da effettuare in “luoghi adeguati”, mentre gli accertamenti sanitari sono affidati al ministero della Salute e alla Croce rossa. A definire i dettagli è una circolare del Viminale del 9 giugno, che lavialibera ha visionato: i controlli della vulnerabilità sono affidati all'Agenzia dell'Unione europea per l'asilo (European union agency for asylum, Euaa), ai mediatori dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), già coinvolta nella gestione dei rimpatri “volontari”, o a operatori di polizia “debitamente formati”.

La nuova stretta sull'immigrazione del governo Meloni

Come questo si stia traducendo nella pratica lo racconta a lavialibera un’operatrice legale che ha assistito a uno sbarco al porto di Livorno nei giorni immediatamente successivi all’entrata in vigore del patto e che preferisce restare anonima: “Dopo il controllo a bordo dell'Ufficio di sanità marittima, aerea e di frontiera (Usmaf) del ministero della salute, le persone sbarcano, ricevono un nuovo braccialetto identificativo diverso da quello che hanno ricevuto sulla nave e affrontano in sequenza: un'informativa legale collettiva dell'Euaa, lo screening medico dell'Asl, i controlli di polizia, l'assegnazione dei codici, lo screening della salute con la Croce rossa e quello della vulnerabilità con l'Euaa".

"Non è chiaro se queste valutazioni riescano a comunicare tra loro – continua l'operatrice –. Mettiamo che a bordo abbia il braccialetto numero 9 e segnali qualcosa all'operatore dell’Usmaf: quando scendo divento la numero 12 per la polizia, per qualche motivo non lo ridico, e non so se quell'informazione mi seguirà. Lo sbarco è avvenuto alle 11.30, gli ultimi colloqui dell'Euaa a mezzanotte. Le operazioni si sono concluse nel tardo pomeriggio del giorno dopo: le persone hanno dormito a Livorno, poi sono state trasferite in un punto di accoglienza per le procedure di frontiera in provincia di Siena a circa due ore dal porto. La procedura è durata più di 24 ore per 35 persone, cosa succederà quando ne arriveranno 150?”.

Le visite sanitarie negli uffici di polizia

La circolare del Viminale del 9 giugno invita inoltre le Prefetture a favorire, quando possibile, il ricorso agli uffici delle forze di polizia per svolgere le verifiche sanitarie. L'indicazione è ribadita in un documento successivo, datato 12 giugno, in cui il ministero afferma la "preferenza per modelli organizzativi che prevedano la possibilità per il personale sanitario di recarsi presso gli uffici di polizia per l'effettuazione del controllo in parola" e "il ricorso alla telemedicina", cioè visite online. Si auspica poi "il coinvolgimento degli istituti di pena per i controlli sanitari relativi ai detenuti (stranieri, ndr) in fase di scarcerazione, eleggibili per la procedura di screening".

"I locali delle questure non sono idonei a garantire la dignità di un atto medico: sono luoghi associati alla privazione della libertà che distruggono il rapporto di fiducia medico-paziente e l'imparzialità della cura"Nicola Cocco - infettivologo e membro di Simm

Nicola Cocco, infettivologo e membro della Società italiana medicina delle migrazioni (Simm), commenta: “I locali delle questure non sono idonei a garantire la dignità di un atto medico: sono luoghi associati alla privazione della libertà che distruggono il rapporto di fiducia medico-paziente e l'imparzialità della cura. A confermare questa deriva securitaria ci pensano le linee guida di Regione Lombardia che, pur di garantire i tempi record pretesi dalla polizia, mettono nero su bianco che lo screening può essere effettuato da medici non specialisti reclutati d'urgenza. Chi ha prestato il giuramento di Ippocrate non può accettare che la tutela della salute venga ridotta a un mero prerequisito funzionale all'espulsione o alla detenzione in cpr”.

A proposito di cpr

Negli otto articoli del decreto-legge dei cpr non c’è traccia. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato che “il ddl Immigrazione rimarrà in Parlamento” e tratterà “tutta la disciplina dei cpr”. A forzare la mano su questo aspetto non è il patto europeo, ma la sentenza n. 96 del 3 luglio 2025 della Corte costituzionale: l’articolo 13 della Costituzione impone infatti che qualsiasi restrizione della libertà personale sia disciplinata da una legge dello Stato, con indicazioni chiare che lascino poco spazio alla discrezionalità delle autorità di pubblica sicurezza. Attualmente le modalità di trattenimento in cpr sono invece regolate dalla direttiva Lamorgese, emanata dal Ministero dell’Interno senza passare dal Parlamento.

Il ddl colma questo vuoto legislativo emendando il Testo unico sull’Immigrazione (Dlgs 286/98) e, se approvato in questa forma, introdurrebbe due novità sostanziali. La prima riguarda i tempi della visita per accertare la compatibilità delle condizioni di salute con l’ingresso e la permanenza in cpr: questa potrebbe essere svolta, su richiesta della questura, dall’autorità sanitaria competente prima del trattenimento oppure entro 24 ore dall’ingresso in struttura. La seconda è il ricollocamento del monitoraggio periodico della salute all'interno del cpr attraverso i servizi sanitari dell’ente gestore.

Arrivederci terzietà?

Il ministero dell'Interno ha proposto di identificare l’autorità sanitaria competente per gli accertamenti sanitari nei medici militari e della polizia di Stato

Questo assetto solleva dubbi sull’imparzialità dell'atto medico. Se la direttiva Lamorgese prevede che l’idoneità sia certificata prima del trattenimento, spostare la visita e il monitoraggio dentro il cpr esporrebbe il personale sanitario dell'ente gestore privato a un potenziale conflitto di interessi tra deontologia ed esigenze logistiche della struttura. Il ddl, inoltre, non definisce l’autorità sanitaria competente, che la direttiva identifica nei medici del Sistema sanitario nazionale: se questa proposta sarà approvata, per saperne di più bisognerà aspettare che i decreti attuativi stabiliscano chi rientri in questa categoria e se questa possa includere anche medici esterni al Ssn.

Le condizioni dei cpr sono pessime. Lo dicono anche le carte del ministero

Il dibattito si inserisce in un clima di scontro politico attorno ai cosiddetti "certificati anti-rimpatrio" scoppiato lo scorso febbraio, quando otto medici dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna sono stati indagati per falso ideologico per aver certificato molte inidoneità al trattenimento. È delle ultime settimane la notizia di un’espansione dell’indagine ad altri ospedali della regione, sebbene non ci siano al momento nuovi medici indagati.

Espressioni come “camici rossi” e “medici della vergogna” affollano il dibattito pubblico e politico, fino alla proposta di riflettere sul reato di associazione a delinquere per questi medici. Il capogruppo dei senatori di Fratelli d’Italia Lucio Malan ha annunciato un’interrogazione parlamentare, mentre la deputata Sara Kelany denuncia un “sistema per favorire l'immigrazione clandestina” e un “disegno contro il governo”.

Anche Piantedosi si è espresso sulla vicenda, denunciando una “visione ideologica e affaristica dietro l’apparente solidarietà”: un segnale di fastidio verso un appello alla deontologia che risulta contrario alle esigenze di ordine pubblico. Un fastidio che potrebbe tradursi nella fase di attuazione delle nuove norme europee, con una proposta già avanzata dal sottosegretario all’Interno Nicola Molteni: ossia l'idea di identificare, attraverso un emendamento al ddl immigrazione, l’autorità sanitaria competente nei medici militari e della polizia di Stato. Grande assente il ministero della Salute, che da quando è scoppiato il caso non ci risulta abbia rilasciato dichiarazioni.

In un contesto in cui il personale medico si rifiuta di rispondere a esigenze diverse dalla tutela della salute della persona, il nuovo disegno di legge potrebbe intervenire eliminando la necessità di interpellarlo. Il perimetro di chi potrà firmare un certificato di idoneità è la vera domanda aperta nel nuovo quadro normativo: la risposta ci dirà se la salute stia ufficialmente per diventare una questione di ordine pubblico.

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