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16 giugno 2026
In Italia, sempre meno persone si interessano e si fidano delle notizie, ma esiste una domanda di approfondimento e di informazione di qualità, soprattutto tra i giovani, che spesso non trova risposta nei media tradizionali. È la fotografia che emerge dal Digital news report Italia 2026, realizzato dal Master di giornalismo di Torino Giorgio Bocca e presentato oggi nel capoluogo piemontese.
"Il pubblico non è scomparso: è più distante, più selettivo e più mediato. La sfida è trasformare l’esposizione alle notizie in una relazione più riconoscibile e consapevole con le fonti"Alessio Cornia - Dublin city University
I dati dello studio, arrivato alla terza edizione e basato su un sondaggio condotto del Reuters institute for the study of journalism dell’Università di Oxford in 48 paesi, tra cui l'Italia, confermano la crisi del giornalismo nel nostro Paese, ma mostrano anche che c'è spazio per un modo diverso di fare informazione, che parta da un nuovo rapporto con chi la riceve. "Il pubblico non è scomparso: è più distante, più selettivo e più mediato – scrive Alessio Cornia, professore alla Dublin city University, tra gli autori del report –. La sfida è trasformare l’esposizione alle notizie in una relazione più riconoscibile e consapevole con le fonti".
Il sondaggio segna un nuovo minimo storico per l'interesse per le notizie: solo il 34 per cento degli intervistati si dichiara molto o estremamente interessato, contro il 74 per cento del 2016, un calo di 40 punti, il più marcato tra i 48 paesi sondati. Ancora più basso l’interesse per la politica (16 per cento), che colloca l’Italia all’ultimo posto. Si conferma però il paradosso italiano: l'interesse per le notizie è tra i più bassi, ma la frequenza con cui gli italiani le consultano è tra le più alte. Il 57 per cento lo fa più volte al giorno, dato che ci colloca al secondo posto dopo la Finlandia.
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Arretra anche la fiducia nelle notizie: meno di un intervistato su tre (32 per cento) pensa che ci si possa fidare il più delle volte. Il dato colloca l'Italia al di sotto della media globale, anche se il calo, di quattro punti rispetto all'anno scorso, riflette una tendenza comune a tutti i paesi. Particolarmente bassa la fiducia nelle notizie trovate sui social media (15 per cento) e tramite chatbot di intelligenza artificiale (16 per cento). Cresce invece la preoccupazione per la disinformazione: il 59 per cento degli italiani si dichiara fortemente o abbastanza preoccupato (un aumento di cinque punti rispetto al 2024). La news avoidance, cioè la tendenza a evitare intenzionalmente le notizie, torna a salire: il 36 per cento degli intervistati dichiara di farlo spesso o a volte, un aumento di 3 punti rispetto all'anno scorso.
Per quanto riguarda le fonti di informazione, in Italia (e Francia, unici due paesi tra quelli sondati) resiste il primato della televisione: quasi la metà degli intervistati (48 per cento) la considera la fonte principale, anche se nell'insieme dei mezzi utilizzati settimanalmente per informarsi prevalgono i siti online, consultati da 7 intervistati su 10. I social media salgono al 45 per cento nell’uso settimanale il 22 per cento degli intervistati li considera fonte principale, dato in aumento rispetto all'anno precedente. L’abbandono di una fonte non coincide con l’abbandono delle notizie: chi lascia la tv si sposta verso altre fonti digitali, non verso il silenzio informativo.
I dati confermano il declino nel consumo dei quotidiani, mentre le testate televisive e i giornali locali mostrano una maggiore tenuta. Online, la fonte più consultata risulta Fanpage (il 22 per cento degli intervistati visita il sito almeno una volta a settimana), seguita da Tgcom24, Ansa e SkyTg24. I siti dei quotidiani tradizionali arrivano più avanti nella classifica.
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Un dato interessante arriva dalla prima rilevazione sulla smart tv, finora mai sondata: il 46 per cento degli italiani la utilizza per informarsi e la metà di questi lo fa attraverso YouTube o altre app video, sintomo di una ricerca di contenuti approfonditi e spiegazioni. Al contrario, i video brevi, dominanti su Instagram, TikTok e Facebook, non segnano passi in avanti: sono consumati, ma non percepiti come strumento informativo di primo piano.
A confermare l'interesse per l'approfondimento sono i dati sui cosiddetti newsfluencer, giornalisti o divulgatori che utilizzano i propri profili social per parlare di attualità: il 36 per cento degli intervistati dichiara di aver fruito di contenuti di questo tipo nell'ultima settimana, con picchi del 66 per cento nella fascia 18-24 anni e del 53 per cento in quella 25-34. I creator non sostituiscono il giornalismo professionale – solo il 5 per cento di chi li segue dichiara di non sentire il bisogno di altre fonti –, ma rispondono a una domanda che i media tradizionali sembrano non intercettare: spiegazioni chiare, coinvolgenti, capaci di contestualizzare.
La brevità non è un valore assoluto: pesano di più la qualità e la capacità di dare senso ai fatti. Non a caso, tra le fonti preferite dagli under35 spiccano realtà editoriali come Il Post e Will Media che si caratterizzano proprio per la vocazione alla spiegazione e alla contestualizzazione. Altro dato interessante dalla popolazione giovane riguarda l'interesse per la politica, che raggiunge il valore più alto (28 per cento) nella fascia 18-24 anni, ben al di sopra della media nazionale (16 per cento).
Chi paga per l'informazione non lo fa solo per utilità, ma anche per ragioni ideali: sostenere un progetto editoriale di cui ci si fida o permettere ad altri di accedere gratuitamente
La quota di chi paga per l’informazione online scende all’8 per cento, valore dimezzato rispetto a dieci anni fa. Ma tra i paganti, cresce la quota di chi sceglie un abbonamento continuativo, almeno mensile, passata dal 31 per cento del 2025 al 43 per cento del 2026. I più giovani mostrano maggiore apertura verso formule digitali. I dati interrogano anche le motivazioni di questa scelta: oltre all'utilità, il 38 per cento dei paganti dice di farlo per ragioni ideali, come sostenere un progettto editoriale in cui ripone fiducia o garantire l'accesso gratuito ad altri.
"Ci sono tanti segnali negativi, conferme della crisi. Ma non solo – commenta Paolo Piacenza, giornalista, co-autore del report e coordinatore delle attività redazionali del Master in giornalismo dell'università di Torino –. Nel mare dei dati che emergono dal Digital News Report Italia 2026, alcuni indicano la direzione del cambiamento. La crisi del giornalismo industriale continua. La fiducia è sempre bassa. La scarsa considerazione di testate e giornalisti segue a breve distanza quella della politica. Italiane e italiani di ogni età appaiono disincantati nel guardare all’informazione, talvolta la evitano, ne dubitano, sospettano influenze e condizionamenti e spendono pochissimo per comprarla. Ma solo chi non vuole vedere o cerca un impossibile ritorno a una vagheggiata età dell’oro può continuare a ignorare una serie di indizi che rivelano i tempi nuovi".
Chi controlla i giornali in Italia? La nostra infografica
Tra i segnali positivi "non può sfuggire, ad esempio, un buon risveglio di interesse dei più giovani per l’informazione e persino per la politica. Un altro segnale da non trascurare arriva dai dati sulla disponibilità a pagare per l’informazione. In generale gli italiani disponibili a sborsare soldi per le notizie sono sempre meno, ma cresce il numero di coloro che non disdicono il proprio abbonamento digitale. E gli under35 confermano una maggiore propensione a pagare un abbonamento, anche per opzioni meno “tradizionali”, come creator o testate native digitali. Infine, il 38 per cento degli italiani indica una motivazione ideale, oltre a una qualche utilità, come fattore decisivo".
"Il giornalismo migliore sta imparando a costruire una relazione diversa, più impegnativa ma anche più fiduciosa, con italiane e italiani. Per chi sarà capace di ricostruire, con cura e rigore, quella relazione, c’è ancora speranza"Paolo Piacenza - giornalista, co-autore del report
Ancora un segnale, che arriva dalle domande sul posizionamento dell’informazione: ben il 55 per cento preferisce testate imparziali, il 15 per cento cerca notizie da fonti che mettano in discussione il suo punto di vista, solo il 12 per cento dice di preferire fonti affini. "Certo, sono dichiarazioni – continua Piacenza –. Ma è interessante la tendenza: fuori dalle bolle dei social media, si consolida l’aspirazione a un giornalismo migliore, all’altezza della sua missione. Il giornalismo incontra italiane e italiani sui social, spesso per caso. Ma il giornalismo migliore sta imparando a 'tirarli fuori' dalle bolle sociali, costruendo una relazione diversa, più impegnativa ma anche più fiduciosa. Alessio Cornia, non a caso, nella sua introduzione parla di un passaggio 'dalla crisi dell’attenzione alla crisi della relazione'. Per chi sarà capace di ricostruire, con cura e rigore, quella relazione, c’è ancora speranza".
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