
L'antropologo Remotti: "Nessuna comunità è innocente"



16 luglio 2026
Da un protocollo adottato su base volontaria dai tribunali per i minorenni a Reggio Calabria, Catania, Palermo e Napoli, a una legge nazionale. Ovunque in Italia, dove ci sarà un minore nato e cresciuto in una famiglia criminale o mafiosa, e la cui incolumità psichica e fisica sarà messa a rischio dagli adulti e dalle loro attività illecite, ci sarà una strada per allontanarlo da quel contesto e offrirgli nuove opportunità di crescita. Lo prevede la legge “Liberi di scegliere”, approvata in via definitiva dal Senato mercoledì 15 luglio.
I beneficiari di questa legge sono:
i figli di persone indagate, imputate o condannate per associazione mafiosa oppure finalizzata al narcotraffico, o ancora per delitti commessi con l’aggravante del metodo mafioso, ma la platea è stata allargata anche ai minori di persone coinvolte in procedimenti per associazione a delinquere semplice (un'apertura che ha fatto discutere).
I minori coinvolti nella commissione di questi reati che manifestino la volontà di allontanarsi dal contesto criminale;
minorenni vittime di violenza o intimidazione da parte delle organizzazioni criminali;
i giovani fino ai 25 anni che erano già beneficiari da minorenni e confermano la volontà di allontanarsi dalle famiglie;
i genitori, o chi esercita la responsabilità genitoriale, che scelgono di allontanarsi insieme ai figli.
Un punto importante: la legge si applica solo quando non ricorrono i presupposti per l’ammissione ai programmi già previsti per i collaboratori di giustizia o i testimoni di giustizia.
Il compito principale è affidato al procuratore per i minorenni, che può muoversi a seguito di denunce, segnalazioni di servizi sociali o scuole, su istanza diretta della persona interessata, oppure dopo aver ricevuto informazioni emerse nel corso di indagini della procura su mafia e traffici di droga che coinvolgano minori a rischio. La nuova legge prevede che i vertici della procura ordinaria informino i colleghi della procura per i minorenni sui procedimenti penali che coinvolgono genitori accusati o condannati per mafia, in modo da far scattare tempestivamente le verifiche sulle condizioni di vita dei figli minori, per verificare se la loro crescita e la loro integrità sia a rischio.
Ricevute queste informazioni, il pm minorile propone al tribunale per i minorenni l’applicazione delle misure dopo aver acquisito le dichiarazioni dello stesso minore, dei genitori o del tutore, oltre al parere del procuratore competente per i reati di riferimento (e, nei casi di criminalità organizzata o terrorismo, eventualmente anche del procuratore nazionale antimafia).
Allora potranno scattare delle misure di protezione personale e di assistenza sociale, economica e psicologica.
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Il tribunale dei minorenni, a questo punto, può adottare questi provvedimenti:
il trasferimento immediato in luoghi protetti;
l’eventuale uso di documenti di copertura;
il cambio delle generalità, come previsto per i collaboratori di giustizia.
Una delle novità riguarda l'uso di documenti di copertura o il cambio di generalità: chi è in fuga dalle famiglie mafiose potrà così usufruire di servizi essenziali come la scuola o le cure sanitarie, senza rischiare di essere scoperto
Se il primo punto è il nodo centrale, quello che era già stato adottato dal giudice Ilario Plachì con l’aiuto di don Italò Calabro per allontanare i giovanissimi dalla guerra di ‘ndrangheta che ha insanguinato la provincia di Reggio Calabria tra gli anni Ottanta e Novanta, facendoli arrivare al Gruppo Abele di Torino o in strutture della Caritas tedesca, il secondo e il terzo punto sono delle vere novità introdotte dalla nuova legge e colmano alcuni problemi sorti in questi anni: un’identità fittizia, o del tutto nuova, che permetta di usufruire di servizi essenziali come la scuola o le cure sanitarie, senza rischiare di essere scoperti.
Non è tutto. Una volta allontanato dall’ambiente mafioso, il giovane potrà ricevere un supporto pedagogico e psicologico, accesso all’istruzione obbligatoria, percorsi di formazione e reinserimento lavorativo, e un percorso di inclusione nella nuova realtà sociale.
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Se finora a dare un grosso contributo finanziario è stata la Conferenza episcopale italiana, ora sarà lo Stato a metterci i soldi
La legge, inoltre, introduce un’altra novità: se il giudice ritiene sia il caso, le persone che entrano in questo programma speciale potranno avere un assegno periodico, calibrato sui redditi e i patrimoni dei beneficiari nell’ultimo triennio, un alloggio con copertura delle relative spese, il rimborso delle spese di trasferimento legate al programma, la copertura delle spese sanitarie quando non si possa ricorrere al Servizio sanitario nazionale, l’accesso a mutui e prestiti a tasso agevolato tramite convenzioni tra il ministero dell'Interno e gli istituti di credito, e il patrocinio gratuito a spese dello Stato anche oltre i limiti di reddito.
L’aspetto economico non è secondario. Se finora a dare un grosso contributo finanziario è stata la Conferenza episcopale italiana, ora sarà lo Stato a metterci i soldi, che arriveranno dai fondi previsti per i collaboratori di giustizia (due milioni di euro l’anno), quelli per le “esigenze indifferibili” (1,3 milioni nel 2026, 7 milioni nel 2027, quasi 10 nel 2028 e 10,6 nel 2029) e quelli stanziati per la rieducazione dei minori con la finanziaria approvata nel 2024 (mezzo milione nel 2026, 2 milioni nel 2027). Come riferito dalla relatrice Erika Stefani, senatrice della Lega, si ipotizza che nel primo biennio potranno essere 425 le persone che beneficeranno del programma. Gli stanziamenti annui tra 2027 e 2029 sono tra gli 11 e i 12 milioni di euro. Al 26 marzo 2024, erano “circa 150 minori già attualmente tutelati, 30 le donne entrate nel progetto, sette le donne diventate collaboratrici o testimoni di giustizia, e due ex boss con ruoli apicali nella ‘ndrangheta e nella mafia che hanno avviato percorsi per proteggere i loro figli”, spiegava il magistrato Roberto Di Bella, promotore del protocollo.
Nella relazione tecnica si legge che sono stati presi come punto di riferimento (benchmark) i dati calabresi. Il tribunale per i minorenni di Reggio Calabria ha trattato 50 casi. Si stima che quello di Catanzaro, che opera su un bacino minore, ne tratti 25. In Calabria, quindi, sono 75 i minori, i giovani adulti e gli adulti che aderiscono al programma. Secondo alcuni dati del ministero dell’Interno, “la Calabria incide in modo stabile per circa il 18–20 per cento sul fenomeno mafioso nazionale in termini di radicamento strutturale” e quindi, con una proporzione prudente, “si può stimare che la platea nazionale dei destinatari della misura, su base annua per quanto riguarda l’articolo 416-bis c.p., sia pari a circa 375 persone”. A questa stima, poi, se ne aggiungono altre 50 per l’allargamento della platea ad altri reati.
In totale, quindi, si arriva a 425 persone, di cui si stimano 226 minorenni. Su questa base sono state calcolate le spese per gli alloggi (700 euro al mese), l’assegno (in media 12.600 euro annui), per le spese sanitarie e per il supporto psico-pedagogico (circa 1.200 euro annue per ognuno) e per il patrocinio legale a spese dello Stato, arrivano a ipotizzare il bisogno di oltre 11 milioni di euro ogni anno dal 2027.
Queste misure di assistenza sociale ed economica hanno una durata massima di due anni, che può essere prorogata di un ulteriore anno se il beneficiario lo richiede, dopo una verifica delle condizioni. Tutte le misure – sia di protezione, sia di assistenza – possono essere modificate, sospese o revocate dal tribunale per i minorenni in base se il pericolo cessa o diventa meno grave, oppure se chi ne beneficia non rispetta gli impegni assunti. Serve a far sì che l’assistenza dello Stato sia legata all’effettivo allontanamento dal nucleo familiare e dalla cultura mafiosa.
Il tribunale per i minorenni trasmette i provvedimenti di protezione e assistenza ai servizi sociali dei comuni (per le misure "ordinarie") oppure, nei casi che comportano cambio di generalità o documenti di copertura, alla Commissione centrale per le speciali misure di protezione del ministero dell'Interno, che si avvale del Servizio centrale di protezione già operativo per i collaboratori di giustizia. I prefetti potranno adottare misure di protezione e vigilanza per i beneficiari.
Mafie e collaboratori di giustizia, così funziona il "contratto" con lo Stato
Dopo un lungo periodo di preparazione e scrittura, la presidente della commissione antimafia Chiara Colosimo, deputata di Fratelli d'Italia, e la coordinatrice del comitato "Cultura della legalità e protezione dei minori" Enza Rando, senatrice del Pd, hanno presentato nel novembre 2025 due testi, uno alla Camera e l'altro al Senato. Il primo è stato approvato lo scorso 2 luglio dalla Camera dei deputati ed è arrivato al Senato, dove è stato accorpato a quello depositato da Rando. Il 15 luglio, a Palazzo Madama, i senatori hanno votato all'unanimità il testo.
"È una legge forte, giusta, nata dal coraggio di chi ha deciso di spezzare il destino che la criminalità voleva imporre", ha dichiarato Colosimo. "Come prima firmataria al Senato di questa legge, provo una profonda emozione nel vedere prendere forma un percorso nato dall'ascolto, dall'impegno e dalla convinzione che nessun bambino debba essere condannato a ereditare la mafia – ha detto in aula la senatrice Pd –. Oggi lo Stato compie una scelta di speranza: dice a quei ragazzi e a quelle ragazze che il loro futuro appartiene a loro, non ai clan. Questa legge è dedicata alle donne che hanno trovato il coraggio di ribellarsi, a quelle che vivono ancora nella paura, ai figli che hanno scelto la libertà e a chi non è sopravvissuta per poterla raccontare. Penso a Lea Garofalo e a tutte le vittime delle mafie che hanno pagato con la vita la scelta della legalità. Il loro coraggio ci ha indicato la strada e oggi il parlamento la percorre con una risposta concreta". Si tratta di una legge "che restituisce senso alla parola giustizia, perché afferma che la repressione da sola non basta: servono protezione, cura, opportunità e il diritto alla speranza. Quando lo Stato offre a bambini e bambine la possibilità di scegliere, rende più forte la democrazia e più debole la mafia".
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