Andrea Laszlo De Simone. Foto di G. Gazzilli
Andrea Laszlo De Simone. Foto di G. Gazzilli

Andrea Laszlo De Simone: "Amo fare musica da solo, ma non sono una persona sola"

Intervista al cantautore torinese, che considera l'isolamento un metodo di lavoro e uno stile di vita, non a caso raramente si esibisce in pubblico. "Sono una persona fortunata, ho una passione e questa riempie i miei vuoti"

Giulia Germano

Giulia Germanoredazione lavialibera

1 agosto 2026

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Nell’epoca della produttività e dell’iperconnessione, il cantautore e polistrumentista torinese Andrea Laszlo De Simone ci racconta come la capacità di stare da soli e abitare i propri spazi vuoti sia il presupposto fondamentale per coltivare l’empatia e connettersi autenticamente all’altro. Una dimensione intima che apre spazi di creazione e condivisione capaci di unirci, anziché isolarci. La sua biografia su Wikipedia dice: "Autodidatta e schivo, scrive, suona e produce tutti i suoi brani, principalmente in casa e in solitudine". Una descrizione nella quale si riconosce seppur con qualche precisazione: "Sono una persona fortunata perché ho una passione e questa riempie i miei vuoti. Amo fare musica da solo, ma non sono una persona sola, anzi. Magari solitaria in certi casi".

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Quindi la solitudine non è necessariamente un fallimento, come vorrebbe un’idea di mondo in cui siamo perennemente connessi, reperibili e produttivi?
Credo che fallimento o successo siano parole che assumono significato solo se minuziosamente cesellate intorno alle specifiche esigenze di un individuo. Immagino che la soddisfazione per ognuno risieda in un punto diverso. Le mie scelte personali non sono in contrapposizione alla realtà che mi circonda, sono semplicemente le mie scelte. Certo, la società propone un’idea standard di successo, immagini di serenità o di felicità a bordo piscina, ma non credo che sia il mondo a dover indicare la strada per la mia felicità...credo che quello sia compito mio.

Le mie scelte personali non sono in contrapposizione alla realtà che mi circonda, sono semplicemente le mie scelte

Le tue canzoni parlano un linguaggio universale e fortemente empatico, capace di rappresentare temi profondi e collettivamente condivisi. Quale ruolo gioca la solitudine?
Io non so cosa riesco a rappresentare o cosa possa evocare una mia canzone in qualcun altro, ma di certo quel che faccio a livello musicale riesco a farlo solo in un una condizione di isolamento. Dal mio punto di vista la libertà è esperibile unicamente in contesti in cui si è certi di non arrecare danno a nessuno e io per fare musica ho bisogno di poter provare qualsiasi emozione e di poterla esternare al di là dell’educazione o del giudizio. Ma ad essere sincero io questa non la definirei solitudine. Mi sento in piena relazione empatica col mondo e con l’animo umano. È un po’ come per la ricerca scientifica, c’è bisogno di contesti protetti per alcuni tipi di esperimenti.

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In brani come Vivo o Vieni a salvarmi parli della fragilità e della solitudine intrinseca del genere umano di fronte all’immensità del tempo. Questa condizione quasi biologica di solitudine ti spaventa?
Per me sono due canzoni molto diverse: la prima invita a vivere l’esistenza nonostante i limiti circostanziali e temporali, la seconda mette in dubbio i sistemi di credenze e le eredità culturali che limitano la percezione della realtà a livello interpretativo. Ma il senso delle canzoni quasi sempre è cangiante. Diciamo così: se la solitudine fa parte della condizione umana allora si tratta di un’esperienza collettiva, qualcosa di potenzialmente unificante e non separativo o isolante. Mi spaventa di più la possibilità di un’esistenza poco empatica.

Se la solitudine fa parte della condizione umana allora si tratta di un’esperienza collettiva, qualcosa di potenzialmente unificante e non separativo o isolante

Nel brano Solo un uomo canti: "A volte perdo parti di me. Rimango così solo, in stato di abbandono". L’atto creativo è uno strumento per ricostruire parti di sé o una semplice fotografia della fase che si sta attraversando?
Probabilmente sono vere entrambe le cose. Credo che a prescindere dall’ambito specifico, la soddisfazione derivante dall’edificazione di qualcosa sia più nutriente e ricostituente di un intero mese di vacanza. Negli ambiti più espressivi, in cui durante l’edificazione si può godere anche del privilegio di attingere dal pensiero, dall’istinto e dall’emozione, resta esplicitamente anche la traccia di uno specifico frangente di vita. 

Spesso gli artisti si affezionano alla propria solitudine, quasi come a una corazza. Hai mai avuto paura che potesse diventare un’abitudine troppo comoda, capace di indurirti?
No, tutt’altro. Credo che il tempo che passo con me stesso mi permetta di apprezzare e non dare per scontato il tempo che ho la fortuna di passare insieme agli altri.

Credo che il tempo che passo con me stesso mi permetta di apprezzare e non dare per scontato il tempo che ho la fortuna di passare insieme agli altri

Guardando alle nuove generazioni, cresciute all’interno di dinamiche sociali diverse dalle nostre e più virtuali, vedi una solitudine nuova e, forse, più "spaventosa"?
Non saprei. A volte mi sembra che le nuove e le vecchie generazioni si somiglino molto, forse proprio perché gli strumenti di oggi hanno attecchito su tutti, senza distinzione di età. Il tema dei social network e della trasformazione delle logiche societarie riguarda tutti quanti e potrei parlarne per ore. Chi è nato prima dell’arrivo degli smartphone forse ha avuto l’opportunità di potersi confrontare un po’ di più con se stesso, con la noia, con i tempi morti da cui poi possono nascere passioni che accompagnano per una vita intera. Forse il problema per i giovani non è tanto la solitudine, quanto la scarsa capacità di saper stare anche da soli, di avere una certa autonomia. Ma voglio essere ottimista; vedo negli esseri umani caratteristiche simili a quelle dei cavalli, che a tutti gli effetti non sono mai completamente domabili.

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Qual è per te il contrario di solitudine?
Empatia. Ma forse più che essere il contrario ne è l’antidoto.

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