
L'antropologo Remotti: "Nessuna comunità è innocente"



1 agosto 2026
Il lavoro psicologico e psicoterapico offre l’opportunità di confrontarsi con esperienze umane che, pur assumendo forme molto diverse, sembrano possedere un medesimo nucleo di significato. Negli ultimi anni al servizio di accoglienza e trattamento della fondazione Gruppo Abele abbiamo assistito genitori vittime di violenza da parte dei propri figli, spesso in presenza di un consumo problematico di sostanze o di una grave sofferenza psichica.
Figli violenti, uscirne si può
Ascoltando le loro storie ci siamo accorti che, al di là delle profonde differenze tra i percorsi di vita di ciascuno, emerge un elemento comune: la paura, il senso di colpa, la vergogna e l’impotenza, benché certamente presenti, trovano nella solitudine il terreno nel quale radicarsi e amplificarsi, fino a diventare, talvolta, la parte più dolorosa dell’esperienza. Una solitudine che, almeno inizialmente, sembra difficile da comprendere.
Molti di questi genitori, infatti, non sono realmente soli, ma hanno una famiglia, amici, in diversi casi sono già entrati in contatto con servizi sanitari, sociali o educativi. Eppure, emotivamente si coglie un profondo senso di solitudine. È stato proprio l’ascolto di queste storie a suggerire una riflessione che, con il tempo, ha iniziato a estendersi ben oltre questa specifica esperienza clinica.
L'editoriale di Luigi Ciotti: Le due facce dell'essere soli
La solitudine non coincide sempre con l’assenza di relazioni. Potrebbe nascere nel momento in cui la nostra sofferenza smette di trovare uno sguardo capace di riconoscerla. Sono situazioni nelle quali viene meno sia la possibilità di ricevere aiuto, sia quella di attribuire un significato condivisibile a ciò che si sta vivendo. Il dolore rimane allora confinato in uno spazio privato, privo di parole e di testimoni, fino a trasformarsi progressivamente in un’esperienza di isolamento.
Molti dei genitori che incontriamo raccontano di aver progressivamente rinunciato a condividere ciò che stavano vivendo. Alcuni temono il giudizio, altri provano vergogna, altri ancora cercano disperatamente di proteggersi da una realtà troppo dolorosa, faticando essi stessi a riconoscerne fino in fondo la gravità. A questo si aggiunge, spesso, l’esperienza di essersi sentiti poco compresi proprio nei contesti ai quali si erano rivolti per chiedere aiuto. Infatti, anche quando i figli sono in carico a un servizio, la sofferenza e il vissuto dei genitori rischia di rimanere in secondo piano, come se la loro esperienza faticasse a trovare una reale legittimazione, senza ricevere dunque uno spazio adeguato in cui possa essere pensata e accolta. È proprio qui che la sofferenza rischia di essere acuita dal vissuto della solitudine. Quando dunque ciò che accade, oltre ad avere un suo peso specifico aggettivo, non trova un luogo in cui possa essere riconosciuto, aprendo oltretutto la strada a una forma sottile di delegittimazione, che spinge la persona verso un isolamento sempre più marcato e dunque pericoloso. La persona continua a soffrire, ma inizia anche a chiedersi se abbia davvero il diritto di soffrire. E questo, nella nostra esperienza, rappresenta uno degli aspetti più dolorosi.
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Forse è proprio da qui che prende avvio ogni percorso di cura: non dall’eliminazione immediata della sofferenza, ma dalla possibilità di sottrarla a quella particolare forma di solitudine
Con il tempo ci siamo accorti che questa dinamica non riguarda soltanto i genitori vittime di violenza. È qualcosa che attraversa gran parte del lavoro psicologico e psicoterapico. Cambiano le storie, le diagnosi, le età, le circostanze di vita, ma il bisogno di fondo nelle persone rimane simile: poter incontrare qualcuno disposto a riconoscere la realtà della propria esperienza, senza ridurla, senza spiegarla frettolosamente, senza collocarla immediatamente dentro categorie precostituite. In fondo, riconoscere non significa necessariamente comprendere tutto, né tantomeno condividere ogni scelta o ogni comportamento. Significa concedere all’altro il diritto di esistere nella propria esperienza soggettiva, attraverso uno sguardo che restituisce dignità al dolore, senza appropriarsene e senza negarlo. Prima ancora che un atto terapeutico, rappresenta una possibilità di incontro tra esseri umani.
Forse è proprio da qui che prende avvio ogni percorso di cura: non dall’eliminazione immediata della sofferenza, ma dalla possibilità di sottrarla a quella particolare forma di solitudine che nasce quando nessuno sembra più in grado di scorgerla. Solo allora diventa possibile abitare anche un’altra solitudine: quella che non coincide più con l’abbandono, ma con uno spazio interno nel quale rileggere la propria storia, dare un significato all’esperienza vissuta e ritrovare, gradualmente, un contatto più autentico con sé stessi. Una solitudine che non separa dagli altri, ma che permette di sostare, anche solo per un momento, nel proprio mondo interno, affinché ciò che è stato vissuto possa essere pensato, trasformato e integrato come parte della propria storia, anziché rimanere soltanto una ferita, un vuoto.
Il lavoro clinico ci permette di scoprire ogni giorno che alcune forme di sofferenza non diventano insopportabili soltanto per la loro intensità, ma per l’assenza di uno spazio relazionale capace di accoglierle. Per qualsiasi persona accanto al bisogno di essere aiutata esiste un altro bisogno che non può essere considerato secondario: quello di essere riconosciuta
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