
"Ragazzi, distinguete il bene dal male, perché il conto da pagare è alto"



9 settembre 2026
C'è una parola che negli ultimi giorni è tornata a circolare nel dibattito pubblico torinese, e più in generale in quello nazionale, con una frequenza che dice qualcosa sullo stato di salute delle nostre istituzioni: neutralità. La vicenda che l'ha riportata al centro riguarda un convegno, una locandina, un Questore, un parlamentare europeo.
Mi riferisco alla partecipazione dell'eurodeputato Roberto Vannacci come relatore a un convegno sulla "Insicurezza urbana" previsto il 18 settembre a Torino, organizzato dal sindacato di polizia Fsp e dalla Federazione Medie e Piccole Imprese. La Questura di Torino aveva inizialmente comunicato agli uffici della Polizia di Stato e alle organizzazioni sindacali che l'evento poteva essere conteggiato come aggiornamento professionale.
Il piano nero per la remigrazione
Ma se ci si ferma alla cronaca, si perde il punto. E il punto non è chi parla a un convegno il 18 settembre a Torino, ma cosa significa, oggi, essere al servizio esclusivo del Paese quando si indossa un'uniforme dello Stato.
Come Segretario generale di Silp Cgil Piemonte ho chiesto al questore di Torino la revoca di quel riconoscimento, perché l'iniziativa non aveva i presupposti tecnici e di neutralità che la legge richiede. Poche ore dopo, il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha confermato, con una nota autonoma, che il Questore non avrebbe partecipato e che l'evento non sarebbe stato accreditato come formazione professionale.
L'articolo 98 della Costituzione dice una cosa che a forza di ripeterla rischia di apparire scontata: i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo del Paese. Non del governo di turno, non di un partito, non di una linea politica, ma del Paese, che è un concetto più ampio e più esigente. Chi lavora per lo Stato, in una scuola, in un ospedale, in una questura, presta la propria funzione a una collettività che include chi vota a destra e chi vota a sinistra, chi non vota affatto e chi ha idee che nessuno dei due schieramenti rappresenta. La neutralità non è un formalismo da rispettare per abitudine: è la condizione che rende possibile la fiducia di tutti in un apparato che serve tutti.
Il Codice specifico del personale della Polizia di Stato richiama il dovere di estraneità rispetto a iniziative con connotazione politico-partitica
Per il personale della Polizia di Stato questo principio si traduce in norme precise. Il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici chiede alle Forze di polizia condotte improntate all'imparzialità anche fuori dall'orario di servizio, quando è coinvolta l'immagine dell'amministrazione. Il Codice specifico del personale della Polizia di Stato richiama il dovere di estraneità rispetto a iniziative con connotazione politico-partitica. Le direttive del Dipartimento della Pubblica sicurezza in materia di aggiornamento professionale sono ancora più precise: il credito formativo va riconosciuto solo a iniziative di natura tecnico-scientifica, estranee a qualsiasi colorazione politica, indipendentemente da chi le promuove.
Mi soffermo su questo punto perché è quello più facilmente frainteso. La regola non nasce da questo caso specifico, non è stata scritta per colpire una persona o uno schieramento: esisteva prima, e continuerà a esistere dopo. Il caso di Torino l'ha solo resa visibile.
Ho seguito con attenzione il dibattito di questi giorni, notando una tendenza che mi pare pericolosa quanto il problema che si vorrebbe denunciare: la sovrapposizione di piani diversi che, se confusi, producono conclusioni sbagliate anche a scapito di buone intenzioni.
Il primo piano è quello della libertà di espressione. Con la nostra richiesta non abbiamo messo in discussione il diritto di un parlamentare europeo di parlare pubblicamente di sicurezza urbana. È un diritto tutelato dall'articolo 21 della Costituzione, e vale per lui come per chiunque altro. Chi legge questa vicenda come un tentativo di impedire a qualcuno di esprimersi commette un errore di lettura.
La polizia sia autonoma, come la magistratura
Il secondo piano è quello della libertà associativa. Le organizzazioni che hanno promosso il convegno avevano ogni diritto di farlo, di scegliere i propri relatori e di costruire un programma sui temi che ritengono rilevanti. Anche qui, nessuna obiezione da parte nostra.
Il terzo piano, quello davvero in discussione, è diverso e più circoscritto: riguarda la certificazione pubblica di un evento come credito di aggiornamento professionale per il personale della Polizia di Stato. Qui la libertà individuale lascia il posto a una responsabilità istituzionale: quella dell'amministrazione che decide se un'iniziativa risponde ai requisiti previsti dalla legge per essere riconosciuta come formazione. Ed è un terreno su cui le regole sono più stringenti, perché non è in gioco la libertà di un singolo cittadino, ma l'uso di un credito pubblico che entra nel percorso professionale di migliaia di lavoratori.
Confondere questi tre piani, unificarli in un'unica narrazione di scontro politico, trasforma una questione di metodo amministrativo in una battaglia identitaria che non giova a nessuno — e soprattutto allontana l'attenzione dal problema reale.
Chi ha giurato fedeltà alla Costituzione può aderire a un soggetto politico sottoposto a verifica della magistratura proprio per compatibilità con quell'ordine costituzionale?
Va ricordato, peraltro, che gli accertamenti avviati dalla Procura militare di Roma sulla presenza di membri delle Forze Armate nella struttura di Futuro Nazionale, il movimento fondato dal generale Vannacci nel febbraio 2026, che conta tra i suoi 130.000 iscritti una quota significativa di militari e appartenenti alle forze dell'ordine, aprono una questione più ampia. L'Italia non ha mai scritto la disciplina organica che la Costituzione le imponeva di scrivere, lasciando da quarant'anni una zona grigia. Ma la domanda più profonda resta un'altra: chi ha giurato fedeltà alla Costituzione può aderire a un soggetto politico sottoposto a verifica della magistratura proprio per compatibilità con quell'ordine costituzionale? La terzietà delle forze dell'ordine non è un vincolo contro qualcuno: è una garanzia che protegge il cittadino e l'operatore insieme.
Scrivo dalla prospettiva di un sindacato progressista, che si riconosce nei valori costituzionali di uguaglianza, solidarietà e tutela dei lavoratori. Proprio per questo mi pare importante dire una cosa che forse non tutti, nel mio stesso campo, sono disposti ad ascoltare: il principio di neutralità della Pubblica Amministrazione non è negoziabile in base a chi ne beneficia o chi ne viene penalizzato in un caso specifico.
Se accettassimo che un credito di aggiornamento professionale possa essere riconosciuto a un'iniziativa politicamente connotata quando quel profilo ci è vicino, e la contestassimo solo quando ci è distante, staremmo difendendo non un principio, ma una convenienza di parte. E una convenienza di parte dura solo finché conviene: il giorno in cui i rapporti di forza cambiano, la stessa arma usata per proteggere un'idea diventa quella che la colpisce.
È una lezione che la storia repubblicana ha insegnato più volte, e che vale la pena ricordare in un momento in cui la tentazione di misurare i principi con il metro dell'appartenenza politica sembra crescere, da ogni lato dello schieramento. Le garanzie costituzionali funzionano se valgono per tutti, sempre.
Un sindacato delle forze di polizia che si occupa di temi come questo può apparire, a chi guarda da fuori, come un soggetto che esce dal proprio perimetro naturale. Non è così, ed è utile spiegare perché.
La condizione professionale di chi lavora in Polizia di Stato non si esaurisce nella retribuzione o negli orari di turno. Include anche la qualità e la neutralità della formazione ricevuta, la tutela della propria immagine professionale, la garanzia che il proprio percorso di aggiornamento non venga associato – senza consenso né consapevolezza – a un'iniziativa politicamente connotata che l'operatore non ha scelto. Chi partecipa a un corso accreditato si fida che l'Amministrazione abbia verificato la natura tecnica e neutrale di quell'iniziativa. Se quella verifica viene meno, a farne le spese non è solo l'immagine dell'amministrazione, ma anche il singolo lavoratore, che si ritrova coinvolto in una scelta non sua.
Difendere la neutralità dell'aggiornamento professionale è quindi, a tutti gli effetti, una battaglia sindacale, che rientra pienamente nel perimetro di chi rappresenta i lavoratori della Polizia di Stato.
Il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha chiarito i due punti che avevamo sollevato: niente partecipazione del questore, niente credito di aggiornamento professionale. È un esito che accolgo con soddisfazione misurata, non con trionfalismo, perché non era una vittoria da rivendicare contro qualcuno, ma la conferma di un criterio che dovrebbe applicarsi sempre, a prescindere da chi promuove l'iniziativa e da chi ne viene coinvolto.
Non è un tema che riguarda solo la Polizia di Stato. Riguarda il modo in cui l'intera pubblica amministrazione italiana intende, oggi, il proprio rapporto con la politica. In un tempo in cui i confini tra ruoli istituzionali e appartenenze politiche sembrano farsi più sottili, ricordare che esistono regole precise – e che vanno applicate con lo stesso rigore a prescindere da chi ne è protagonista – è un esercizio di responsabilità civile prima ancora che sindacale.
La democrazia non si misura solo nei momenti in cui un principio costituzionale viene invocato contro un avversario politico. Si misura, soprattutto, in quelli in cui lo si applica anche quando scomoda chi ci è vicino. È un esercizio meno gratificante, meno immediato da comunicare, meno capace di generare consenso rapido, ma è l'unico modo per fare in modo che le garanzie costituzionali restino garanzie per tutti, e non diventino armi di una parte contro l'altra, destinate prima o poi a rivoltarsi contro chi le ha impugnate per primo.
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