
"Ragazzi, distinguete il bene dal male, perché il conto da pagare è alto"




21 settembre 2026
Dopo il drammatico suicidio di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, il 10 settembre scorso alcuni giornali e telegiornali nazionali hanno parlato di lei come di una “collaboratrice di giustizia” o come di una “pentita”. Denise, proprio come sua madre, era invece una “testimone di giustizia” e la differenza non è di poco conto. I testimoni di giustizia sono persone a conoscenza di reati o che assistono alla realizzazione di reati, che non fanno parte dell'organizzazione criminale che li commette, ma che scelgono di fornire alle autorità informazioni rilevanti per le indagini e per il procedimento penale che ne segue. Solitamente sono familiari di chi compie il reato, ma anche vittime e testimoni per caso, che per la scelta di parlare si trovano in una situazione di “grave, concreto e attuale pericolo”, rispetto al quale non sono sufficienti le misure ordinarie di protezione. Al contrario, i collaboratori di giustizia sono persone che appartengono o hanno fatto parte della criminalità organizzata che, a seguito di una condanna, decidono di collaborare con i magistrati per ottenere uno sconto di pena e altri benefici.
Collaboratori di giustizia e il "contratto" con lo Stato
La precisazione è fondamentale ed è contenuta nella legge 11 gennaio 2018, n.6 sulle disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia. Una norma importante ma non priva di criticità. “Chi sceglie di parlare dovrebbe essere tutelato fino a quando ne ha bisogno, ma in molti casi questo non avviene”, spiega a lavialiberaDavide Mattiello, referente piemontese di Articolo21 e principale relatore, quando era deputato e membro della Commissione parlamentare antimafia della XVII legislatura, del disegno di legge presentato alla Camera e poi approvato come legge 6/2018.
“Chi sceglie di parlare dovrebbe essere tutelato fino a quando ne ha bisogno, ma in molti casi questo non avviene”, dice Davide Mattiello
“Stiamo parlando di persone che avrebbero potuto continuare a pagare, tacere e girarsi dall’altra parte – aggiunge – e che invece hanno scelto di fare la cosa giusta. Un grande atto di coraggio al quale non sempre corrisponde una tutela adeguata: ci sono i testimoni che non riescono ad accedere al programma di protezione e devono cavarsela da soli, chi si vede periodicamente revocata la scorta ed è costretto a fare ricorso per riottenerla e chi ancora finisce a processo per non aver pagato le tasse su una società costretta a chiudere dopo le minacce subite dai mafiosi. Una situazione al limite dell’assurdo – conclude Mattiello –, è come se lo Stato dicesse ai cittadini: ‘Non fatelo, non vi conviene’ e questo è inaccettabile”.
La legge 15 marzo 1991, n. 82 ha introdotto per la prima volta nell’ordinamento giuridico italiano un sistema di speciali misure di protezione per le persone che sceglievano di collaborare con la giustizia, senza però fare alcuna distinzione tra collaboratori e testimoni. Bisognerà attendere dieci anni e la legge 13 febbraio 2001, n. 45 per una disciplina specifica sui testimoni, che però rimaneva inserita all’interno del più ampio sistema normativo del 1991. Negli anni successivi, anche grazie all’impegno di Libera e di altre associazioni, si è giunti finalmente alla legge di riforma 11 gennaio 2018, n. 6 – entrata in vigore il 21 febbraio dello stesso anno – che disciplina in materia autonoma la condizione del testimone di giustizia, concentrandosi in particolare sull’applicazione della protezione, sulle misure di tutela e sul reinserimento sociale e lavorativo.
La qualità di testimone non viene meno qualora in passato abbiano compiuto comportamenti illegali per paura oppure perché minacciati dall’organizzazione criminale
“I testimoni di giustizia sono cittadini con un alto senso dello Stato italiano che hanno denunciato mafiosi, corrotti e persone dedite al malaffare, assumendosi in prima persona la responsabilità di contribuire a cambiare in meglio il nostro Paese, liberandolo dalle tossine della criminalità e dell’illegalità – scriveva Libera prima dell’approvazione della norma –. Chi ha messo in gioco la propria vita e quella dei propri famigliari, dovendo spesso cambiare identità e luogo di residenza e di lavoro per evitare di essere intimidito e assassinato, ha il diritto di sentire forte che le istituzioni e la società civile responsabile siano schierate chiaramente dalla sua parte. Che è quella dell’Italia migliore”. Purtroppo tanti di questi buoni propositi sono stati disattesi.
Come accennato a inizio articolo, i testimoni di giustizia sono cittadine e cittadini che non fanno parte dell'organizzazione criminale e scelgono in piena autonomia di rilasciare alle autorità (forze dell’ordine, magistrati, ecc) dichiarazioni “di fondata attendibilità” riguardanti la criminalità organizzata, che possono aiutare gli inquirenti in fase di indagine o i giudici quando c’è da decidere. Nel momento esatto in cui decidono di parlare i testimoni diventano persone offese dal reato e, in determinati casi, una speciale commissione decide se inserirli o meno in uno speciale programma di protezione che li metta al riparo da eventuali ritorsioni. Affinché siano considerati tali, i testimoni non devono essere stati condannati per crimini legati al reato per il quale testimoniano né devono aver tratto alcun beneficio privato, sia economico sia di altra natura, dalla vicinanza alle dinamiche criminali riferite agli inquirenti.
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La norma precisa poi che la qualità di testimone non viene meno qualora, in passato, abbiano compiuto comportamenti illegali per paura oppure perché minacciati dall’organizzazione criminale. “Il valore del testimone – spiega sul punto Mattiello – non dipende dal fatto che sia un eroe senza macchia e senza paura o che in passato non abbia mai commesso errori. Ci sono persone che hanno avuto a che fare con le organizzazioni criminali, penso agli imprenditori che hanno pagato il pizzo, accettato compromessi, che magari hanno tentato di mediare per salvare la loro vita e quella dei propri cari. Le stesse persone, però, a un certo punto hanno deciso di dire basta e denunciare, rivelando nomi e cognomi e offrendo alle autorità prove concrete. Alcuni si sono fatti perfino microfonare per inchiodare i mafiosi. Il valore di queste persone va ricercato proprio in quel preciso momento, tutto il resto conta poco”.
Dai dati elaborati nell’ultima relazione del Senato sulle speciali misure di protezione nei confronti dei collaboratori e testimoni di giustizia, risulta che al 31 dicembre 2024 i testimoni di giustizia – tutti italiani a eccezione di un cittadino di nazionalità asiatica – sono 54 e i loro familiari 195. Nella maggior parte dei casi si tratta di uomini (40 a fronte di 14 donne), mentre la fascia d’età più rappresentata (30 persone) è quella compresa tra i 40 e i 60 anni. I testimoni hanno denunciato in ordine: fatti di camorra (19 casi), ‘ndrangheta (13), Cosa nostra (9), criminalità organizzata pugliese (8), altre organizzazioni (5).
Al 31 dicembre 2024 risultano 54 testimoni di giustizia, tutti italiani a eccezione di un cittadino di nazionalità asiatica
Riguardo ai costi, nel 2024 per i testimoni di giustizia lo Stato ha affrontato spese complessive di poco superiori ai 5 milioni di euro, a fronte degli oltre 52 milioni di euro messi a disposizione per i collaboratori di giustizia sottoposti a misura di protezione. Ciò significa che i testimoni rappresentano una percentuale di circa il 9 per cento dell’intera spesa sostenuta dallo Stato su questo segmento.
L’autorità che riceve le dichiarazioni fornite dai cittadini, dopo averne valutato l’attendibilità, decide se vi sono i presupposti per proporre l’applicazione di una delle molteplici forme di protezione. Sentito il parere del procuratore nazionale antimafia, il fascicolo arriva al tavolo della commissione centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione, un organo istituito presso il ministero dell’Interno presieduto da un sottosegretario di Stato per l'interno (dal 2018 è il leghista Nicola Molteni), e da altre otto figure: un avvocato dello Stato; due magistrati; cinque funzionari e ufficiali. La commissione può deliberare un piano provvisorio di protezione e decidere sull'applicazione del programma definitivo, che in qualsiasi momento può essere modificato, prorogato o revocato.
Nel 2024 per i testimoni di giustizia lo Stato ha affrontato spese per circa 5 milioni di euro, a fronte degli oltre 52 milioni di euro messi a disposizione per i collaboratori di giustizia
La decisione della commissione è quindi recepita dal Servizio centrale di protezione, che dà concreta attuazione alle misure deliberate. Spetta, invece, al prefetto del luogo di residenza del testimone applicare le misure di tutela attribuitegli dalla legge, coordinandosi con le autorità di pubblica sicurezza. Si pensi, ad esempio, alle forme di protezione da garantire nell’abitazione del testimone o alla pianificazione degli spostamenti. “Purtroppo, equivoco nell’equivoco – osserva Mattiello – spesso l’opinione pubblica crede che i testimoni siano soltanto le persone inserite nel programma speciale di protezione, mentre chiunque fornisca dichiarazioni attendibili e utili alle indagini è un testimone. Poi, in base alla gravità del pericolo di ritorsione, lo Stato prevede misure di protezione più o meno rigide, ma tutti hanno eguale dignità”.
Ricevuto il parere positivo della commissione centrale, il testimone di giustizia può avere accesso a determinate misure di tutela e sostegno economico, nonché a forme di reinserimento sociale e lavorativo. Nei casi di maggiore pericolo l’autorità può disporre “speciali misure di protezione” – la cui durata non può essere superiore a sei anni, prolungabile solo se permangono le condizioni di rischio – estese anche agli altri componenti del nucleo familiare, che per quanto possibile non stravolgano la vita del testimone e della sua famiglia, ad esempio garantendo la permanenza nella località di origine e la prosecuzione delle attività svolte.
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Quando ciò non è possibile, si procede con il trasferimento in località protette, l'uso di documenti di copertura e il cambio di generalità. Sono, inoltre, previste misure di vigilanza e protezione; accorgimenti tecnici di sicurezza per le abitazioni, per gli immobili e per le aziende dei testimoni (ad esempio, mediante l’installazione di videocamere di sorveglianza); misure necessarie per gli spostamenti nello stesso comune e in comuni diversi da quello di residenza; il trasferimento in luoghi protetti; speciali modalità di tenuta della documentazione e delle comunicazioni al servizio informatico. Altrettanto importanti sono le misure di sostegno economico, che dovrebbero assicurare ai testimoni di giustizia e agli altri protetti una condizione “equivalente a quella preesistente”.
Le misure di sostegno economico dovrebbero assicurare ai testimoni di giustizia e agli altri protetti una condizione “equivalente a quella preesistente”
La norma prevede il pagamento delle spese che il testimone o gli altri protetti sostengono esclusivamente in conseguenza dell'applicazione delle speciali misure di protezione nonché un assegno periodico nei casi in cui non sia più possibile svolgere l’attività lavorativa. L’importo dell’assegno è calcolato tenendo conto della situazione patrimoniale e può essere integrato, rideterminato o revocato qualora il testimone o gli altri protetti riacquisiscano la capacità economica, anche parziale.
La legge garantisce, tra le altre cose, anche la sistemazione abitativa in caso di trasferimento in altra località, il pagamento delle spese sanitarie, l'assistenza legale, l’accesso a mutui agevolati; un indennizzo forfetario per il pregiudizio subito a causa della testimonianza resa e una somma, a titolo di mancato guadagno, dovuta alla cessazione dell'attività lavorativa. Riguardo al reinserimento sociale e lavorativo, la legge punta alla conservazione del posto di lavoro e, qualora per ragioni di sicurezza ciò non sia possibile, garantisce un’occupazione equivalente per posizione e mansione a quella precedente.
"In Italia potrebbero esserci altre Denise, sono testimone di alcuni messaggi che cerchiamo di gestire, di persone che chiedono, che non ce la fanno più", Luigi Ciotti
"La tragica morte di Denise Cosco impone una riflessione profonda sul funzionamento complessivo del sistema di protezione dei testimoni di giustizia e, soprattutto, sulla capacità delle istituzioni di intercettare tempestivamente condizioni di isolamento, fragilità e sofferenza delle persone che hanno vissuto per anni sotto protezione e delle loro famiglie”. Così la deputata M5S Stefania Ascari, componente delle commissioni Giustizia e antimafia, che nei giorni scorsi ha depositato un'interrogazione parlamentare per chiedere al governo di esprimersi sulle tante difficoltà che i testimoni di giustizia si trovano ad affrontare durante e al termine del programma di protezione.
"In Italia potrebbero esserci altre Denise, sono testimone di alcuni messaggi che cerchiamo di gestire, di persone che chiedono, che non ce la fanno più" ha ricordato Luigi Ciotti, a margine della cerimonia religiosa voluta dalla Diocesi di Crotone-Santa Severina in memoria della ragazza morta suicida. "Nella storia di Denise lo Stato è intervenuto senza esitazioni – ha continuato Ciotti – con competenza e spesso anche con umanità. Si è fatto vicino, ha messo persone di valore al suo fianco. Denise non è stata abbandonata. Eppure a un certo punto si dev'essere sentita comunque incredibilmente sola, incapace di reggere ancora. Non possiamo chiedere ai testimoni di giustizia di sacrificare la propria vita per il bene comune, e poi lasciarli soli a fare i conti con i propri fantasmi".
Sono diversi i testimoni che accusano lo Stato di non fornire il supporto necessario, dicono di sentirsi isolati, in certi casi incalzati dalla burocrazia.
Vittime di mafia, seconde generazioni in cerca di verità
È il caso dell’imprenditore edile piemontese Mauro Esposito, che ha denunciato le estorsioni della ‘ndrangheta. “Ho avuto la scorta ma non sono mai stato inserito nel programma speciale – racconta a lavialibera –. Non ne ho fatto richiesta e quando mi è stato proposto ho sempre detto di no, perché pensavo significasse non vivere più. Nel momento in cui vieni a sapere che i delinquenti vorrebbero farti del male, ti affidi completamente allo Stato e qui arrivano le delusioni. Non mi riferisco ai carabinieri, ma ad alcuni funzionari della prefettura per i quali diventi una sorta di controparte, e questo è devastante. Da quando denunci non c’è nessuno che ti accompagna, se non i volontari di Libera, e come se non bastasse presto ti ritrovi a discutere con le banche, con l’Agenzia delle entrate. Ho un debito di circa un milione di euro tra tasse e contributi non pagati, continuo a ripetere che sono Mauro Esposito, quello che ha denunciato, ma è come se non contasse nulla. Senza dimenticare che per difendermi ho speso 500mila euro di spese legali. Fino a qualche anno fa avevo paura della ‘ndrangheta, ma andavo in crisi anche quando ricevevo le pec dall’Agenzia delle entrate. Ho subito cinque processi penali per il mancato versamento dell’Iva, ma quei soldi non li avevo perché me li ha rubati la ‘ndrangheta. Rifarei tutto, non vedo alternative, anche se sono stato trattato più come un delinquente che come un testimone di giustizia”.
“Da quando denunci non c’è nessuno che ti accompagna, se non i volontari di Libera. Presto ti ritrovi a discutere con le banche, con l’Agenzia delle entrate”, dice il testimone Mauro Esposito
Sull’atteggiamento “ostile” dello Stato lamentato da molti testimoni, Esposito dice: “È come se riconoscendo i diritti ai testimoni di giustizia, questi rischierebbero di moltiplicarsi. È assurdo, ma non ho altre spiegazioni”. Oggi Esposito ha ripreso in mano la sua vita, il lavoro va bene e anche la paura è in parte svanita. “I momenti di intimidazione non sono mai mancati, gli ultimi risalgono a pochi mesi fa, ma adesso vivo serenamente, adottando un serie di condizioni e precauzioni. Non usciamo mai tranquillamente, le telecamere sono sempre accese e i miei figli hanno regole da rispettare. Faccio un esempio: se la sera vanno fuori e non rispondono al telefono il livello di tensione aumenta”.
Dalle parole di Esposito emerge come la testimonianza stravolga il vissuto quotidiano delle famiglie, costringendole a cambiare abitudini consolidate. È vero, la legge prevede percorsi di prevenzione psicologica (con particolare attenzione ai minori) che si attivano su base volontaria, nonché consulenze da remoto, ma questi programmi si interrompono una volta che la protezione viene meno. A quel punto dovrebbe avvenire il passaggio di consegne con i professionisti e le strutture sanitarie locali, ma non sempre ciò accade.
Vittime di reato: il riconoscimento della dignità
Chi non è mai tornato alla normalità è Pino Masciari, imprenditore calabrese che dopo aver denunciato la ‘ndrangheta ha dovuto abbandonare la sua terra. La sua storia è emblematica di quanto sia complesso per un testimone di giustizia ricominciare a vivere. “Ero un giovane imprenditore, avevo cantieri in tutta la Calabria, ma ho deciso di non sottomettermi, di non essere schiavo, di denunciare quando di ‘ndrangheta non ne parlava nessuno. Ho dei valori, volevo essere libero, ma la mia vita da quel giorno non esiste più. Eppure mi dissero che dopo qualche mese lontano da casa sarei potuto tornare, ma non è successo e oggi vivo in Piemonte, in una terra che non sento mia”.
Masciari ha subito attentati e per tredici anni insieme alla sua famiglia è stato inserito nel programma di protezione speciale. “Quando tutto è cominciato i miei figli avevano pochi anni. Hanno vissuto l’isolamento sociale, i carabinieri con i mitra erano la loro normalità. Non potevano andare in palestra, frequentare il catechismo. Eravamo agli arresti domiciliari, ma senza aver commesso nessun reato”.
“Mi dissero che dopo qualche mese lontano da casa sarei potuto tornare, ma non è successo e oggi vivo in Piemonte, in una terra che non sento mia”, racconta il testimone Pino Masciari
Da quando Masciari ha denunciato sono trascorsi trent’anni, ma la ‘ndrangheta non ha mai dimenticato. “Pochi mesi fa davanti casa mi hanno sparato tre colpi di pistola. Un ‘ndranghetista mi ha detto che sono un predestinato, che è solo questione di tempo, ma nonostante tutto mi tocca fare ricorso al Tar per oppormi alla revoca della scorta. E lo stesso è accaduto con il programma di protezione, revocato e ripristinato dopo avere impugnato le sentenze. Vengo visto come l’imprenditore che ha osato ribellarsi e a cui hanno dato l’esilio, quasi un esempio negativo per chi vorrebbe denunciare, un personaggio che dà fastidio. Non vogliono neppure che vada a parlare nelle scuole”.
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