Dove si consuma più cocaina (e crack)? Lo rivelano le analisi sulle acque di scarico

In Europa sequestri e consumi di cocaina sono esplosi nell'ultimo decennio. Una metodologia ideata dall'istituto Mario Negri di Milano permette di capire dove se ne consuma di più. In testa Olanda, Belgio e Spagna. In Italia Olbia, Rimini, Montichiari e Venezia. "I dati sono utili per mettere a punto politiche sanitarie, sociali, di prevenzione e di contrasto all'uso", spiega Sara Castiglioni, capo del laboratorio che se ne occupa

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

24 settembre 2026

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Se l’Europa è inondata dai carichi di cocaina in arrivo dall’America Latina, c’è un metodo che permette di capire in quali città il suo consumo è più diffuso. È l’analisi delle acque reflue, o – per dirla in altra maniera – l’analisi delle acque delle fognature. A svolgerla da oltre venti anni, in Italia, è l’istituto di ricerca farmacologica Mario Negri, a Milano, che nei primi anni Duemila ha ideato una metodologia ormai consolidata e diffusa. I suoi dati sono parte integrante delle relazioni dell’Agenzia europea sulle droghe (Euda) e del dipartimento delle Politiche contro la droga e le altre dipendenze. “L’analisi delle acque reflue può aiutare a capire il consumo di sostanze in modo oggettivo”, spiega Sara Castiglioni, capo laboratorio all’istituto Mario Negri, dove si occupa degli indicatori epidemiologici ambientali, cioè della ricerca in acque, fanghi e terreni di alcune sostanze che indicano la diffusione o la contaminazione da farmaci, contaminanti del cibo o, appunto, droghe. I dati ottenuti possono rivelarsi utili per molti aspetti, a partire da quelli sociali e sanitari.

Come funziona il metodo di ricerca nelle acque reflue?

Un ricercatore dell'istituto Mario Negri impegnato nelle analisi
Un ricercatore dell'istituto Mario Negri impegnato nelle analisi

Una volta assunta, la cocaina viene metabolizzata dal corpo e produce la benzoilecgonina, una molecola, detta metabolita, che poi viene espulsa con la pipì. I ricercatori dell’istituto milanese hanno pensato che la benzoilecgonina potesse aiutare a capire quanto è diffuso l’uso di cocaina. E così, dal 2005, hanno messo a punto un metodo: “A partire da un campione di acque reflue si può misurare la presenza di metaboliti urinari, cioè i prodotti di degradazione delle sostanze assunte dal corpo che vengono espulsi dall’uomo attraverso l’urina”, dice Castiglioni. Vengono presi dei campioni di acque non trattate dagli impianti di depurazione che poi vengono studiati: “Le analisi vengono fatte con una tecnica chiamata spettrometria di massa – prosegue –. Le acque reflue contengono anche decine di migliaia di sostanze diverse. Immaginiamo di voler cercarne una specifica. La spettrometria di massa permette, in base al peso e alla frammentazione della molecola, di identificarla e quantificarla”.

Fino a quel momento, per misurare la diffusione della cocaina si utilizzavano alcuni dati come sondaggi e questionari, dati medici, statistiche delle forze di polizia, dati parziali. “Siamo stati il primo gruppo che ha messo a punto questa metodica – ricorda Castiglioni –. All’inizio è sembrata strana agli epidemiologi che studiano la diffusione delle droghe. Abbiamo fatto capire loro che non li avremmo sostituiti, ma integrato le loro ricerche”.

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I primi risultati

In uno dei primi studi, pubblicato nel 2005 su Environmental health, l’analisi delle acque aveva permesso di quantificare la diffusione del consumo di polvere bianca: “In quattro diverse occasioni, presso lo stesso punto di campionamento, è emerso che il fiume Po trasportava costantemente una quantità di cocaina (o suoi equivalenti) pari a quasi 4 kg al giorno”, pari al consumo di circa 40mila dosi giornaliere nel bacino del Po, “ovvero circa sette dosi ogni mille abitanti” dell’area. “Tuttavia, considerando solo i giovani adulti, l’uso stimato raggiunge 27 dosi al giorno per 1.000 persone”. Poco o tanto? Era difficile dirlo, ma di certo i dati suggerivano “che il consumo effettivo di cocaina potrebbe essere molto più elevato di quanto stimato con i metodi attuali”. Gli stessi autori ammettevano nel loro paper che il metodo doveva essere raffinato e validato, ma presto le istituzioni ne hanno riconosciuto l’importanza.

Dati utili alle politiche contro le dipendenze

Al centro, la dottoressa Sara Castiglioni insieme alle ricercatrici e ai ricercatori del laboratorio sugli indicatori epidemiologici ambientali
Al centro, la dottoressa Sara Castiglioni insieme alle ricercatrici e ai ricercatori del laboratorio sugli indicatori epidemiologici ambientali

Il metodo si è affermato nel giro di pochi anni. Nel 2010 è cominciata la collaborazione con il dipartimento per le Politiche contro la droga e le altre dipendenze, che ha permesso di aumentare i punti di raccolta e analisi. “Abbiamo istituito una rete ampia, partita da 17 città, e ora ne abbiamo 38. Abbiamo cercato di coprire in modo omogeneo tutto il territorio, includendo tutti i capoluoghi di regione e almeno una città secondaria per ogni regione. Dal confronto con il dipartimento possono sorgere aree di maggiore interesse da studiare”. I dati, nel tempo, forniscono anche un quadro dell’andamento: “Se abbiamo i dati pregressi possiamo studiare l’evoluzione dei consumi”.

I dati vengono pubblicati annualmente sul rapporto del dipartimento delle Politiche antidroga. Nell’ultimo, la cocaina risulta la seconda sostanza più diffusa in Italia (dopo la cannabis, ma prima dell’eroina), con una media di 11 dosi al giorno ogni mille abitanti, in aumento rispetto al passato. A Vibo Valentia e Biella si registrano i consumi minori (2-3 dosi ogni mille persone), mentre i valori più alti (23-25 dosi) sono stati riscontrati a Olbia, Rimini, Montichiari e Venezia. I dati variano di anno in anno: in passato, ai primissimi posti si trovavano Roma, Milano e Bologna. “Rispetto agli anni 2020-2022, il consumo è aumentato in città come L’Aquila, Potenza, Latina, Terni e Verona, mentre ad Aosta e Belluno è più che raddoppiato – si legge nel documento –. Al contrario, si registra una diminuzione a Bari e Perugia, mentre nel resto delle città il trend rimane stabile”. 

All'analisi delle acque di scarico, più di recente si sta affiancando un'altra metodologia, sviluppata dall'Università Ca' Foscari di Venezia, basata sul rilevamento delle molecole di sostanze psicotrope sulle polveri sottili atmosferiche (PM10).

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Le analisi anche in Europa

La mappa della diffusione dei metaboliti della cocaina nelle acque reflue, dal rapporto "Wastewater analysis and drugs — a European multi-city study" dell'Agenzia europea sulle droghe (Euda)
La mappa della diffusione dei metaboliti della cocaina nelle acque reflue, dal rapporto "Wastewater analysis and drugs — a European multi-city study" dell'Agenzia europea sulle droghe (Euda)

Il loro lavoro è risultato utile anche all’Agenzia europea sulle droghe (Euda), che raccoglie dati ed elabora analisi per le istituzioni dell’Ue. A livello comunitario le analisi vengono effettuate dai laboratori che aderiscono al Sewage analysis core group europe (Score). Le operazioni però non sono semplici: “In alcuni paesi non ci sono laboratori. Si cerca di raccogliere dei campioni, ma non tutti gli Stati, né le principali città, sono disponibili – aggiunge Castiglioni – A livello europeo, i dati sono comparabili e verificati perché, tramite le analisi di uno stesso campione, i laboratori si parametrano, si calibrano”.

A marzo è stato pubblicato il rapporto Wastewater analysis and drugs — a European multi-city study, realizzato da Score in collaborazione con l’Euda. Riguarda 115 città in 25 paesi (oltre a quelli dell’Ue, ci sono anche Norvegia e Turchia). Lo studio esamina da alcuni anni campioni giornalieri di acque reflue provenienti dai bacini di raccolta degli impianti di trattamento delle acque reflue per un periodo di una settimana (nel caso dell’ultimo rapporto, tra marzo e maggio 2025), con lo scopo di trovare tracce non soltanto della cocaina, ma anche di altre droghe stimolanti (anfetamina, metanfetamina, Mdma e ketamina) e della cannabis. Tra il 2024 e il 2025 la presenza dei metaboliti della cocaina è aumentata del 22 per cento nelle città che hanno fornito i dati per entrambi gli anni, segnando un ulteriore aumento del trend osservato a partire dal 2016 (con alcune variazioni durante il lockdown causato dal Covid-19). In quello stesso anno l’Euda ha cominciato a registrare un aumento dei sequestri di coca.

“Il consumo di cocaina è molto maggiore nell’Europa occidentale e meridionale: Paesi Bassi, Belgio, Spagna, ma anche in Italia – illustra Castiglioni –. È inferiore nei paesi dell’Est e in quelli scandinavi, dove risultano più diffuse le metanfetamine e la ketamina. Il consumo di cocaina è in crescita e anche in Italia registriamo un leggero aumento costante, fatta eccezione del periodo 2008-2009, quando si è registrato un decremento forse dovuto alla crisi economica”. Nel 75 per cento delle 115 città analizzate sono state rilevate concentrazioni più alte di cocaina e di Mdma nel weekend.

Oltre la cocaina, il crack

Da anni in Europa sta aumentando il consumo di crack, un prodotto della cocaina con effetti più forti e immediati. Tuttavia, spesso, nelle statistiche non viene distinto dall’uso di cocaina. Le analisi delle acque reflue possono invece permettere di capire quanto sia diffuso il consumo di crack: “Abbiamo una metodologia specifica che abbiamo usato tra 2010 e 2011, ma all’epoca era una sostanza ancora poco diffusa. Ora stiamo rimettendo in piedi l’uso di questa metodologia”. Si basa sulla ricerca dei metaboliti tipici del crack (la metilecgonidina oppure l’ecgonidina). Nel 2022 sulla rivista Science of the Total Environment sono stati pubblicati gli esiti di uno studio condotto tra il 2020 e il 2021 in 13 città di sei paesi europei (Paesi Bassi, Belgio, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia) dove era stato registrato un aumento di consumatori di crack che accedono ai servizi e alle cure.

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I livelli più alti sono emersi ad Amsterdam e Anversa (rispettivamente 6,7 e 6,6 microgrammi al giorno ogni mille abitanti). Nelle altre città i valori medi stanno tra 1,2 e 3,4 μg al giorno ogni mille persone. Le quattro città italiane prese in considerazione (Roma, Milano, Bologna, Bari) si collocano nella fascia bassa, con Milano tra i valori minimi (1,2-1,3). A differenza della cocaina in polvere, il crack non mostra picchi nel fine settimana: il consumo è costante, segno di un uso abituale più che ricreativo.

Il problema con il sensazionalismo dei media

Le analisi sui consumi di droga nelle città possono aiutare a comprendere meglio il problema e quindi ad adottare o migliorare le soluzioni: “Unita alle informazioni provenienti da dati clinici, dalla tossicologia forense, da sequestri e da questionari, completa il quadro sul consumo di sostanze in una determinata area, utile per mettere a punto politiche sanitarie, sociali, di prevenzione e di contrasto all'uso”, come ad esempio le iniziative di riduzione del danno, cioè le maniere per ridurre i rischi sanitari legati al consumo di droghe. Insomma, le analisi sulle acque reflue sono uno strumento utile alle amministrazioni pubbliche e sanitarie, eppure a volte le notizie sui risultati possono provocare effetti indesiderati: “Il sensazionalismo non aiuta. Titolare ‘Tale città è la capitale della cocaina’ ha un impatto negativo a livello politico locale – conclude Castiglioni –. A volte i sindaci ci contattano per avere informazioni, a volte in maniera costruttiva, a volte no. È successo che non siamo più stati autorizzati a svolgere indagini in alcune città. Sono casi estremi, ma sono avvenuti. Noi non vogliamo fare classifiche, ma fotografare il consumo”. Come direbbe Jesse Pinkman in Breaking Bad: "Yeah, Mr. White! Yeah, science!".

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