Alcuni uomini Igbo impegnati nella costruzione di un edificio con terra e paglia. (Fotografo tratta dal libro di GT Basden, "Among the Ibos of Nigeria", ripresa da WikiCommons)
Alcuni uomini Igbo impegnati nella costruzione di un edificio con terra e paglia. (Fotografo tratta dal libro di GT Basden, "Among the Ibos of Nigeria", ripresa da WikiCommons)

Il popolo degli Igbo ci insegna l'abbandono come segno di rispetto per la natura

Il popolo nigeriano degli Igbo costruiva santuari che l'incedere del tempo doveva distruggere. Non era incuria, ma un segno di rispetto per Ala, la dea che protegge la Terra consumando ciò che gli umani costruiscono

Francesco Remotti

Francesco RemottiProfessore emerito di Antropologia culturale dell'Università di Torino

1 ottobre 2026

Leonardo da Vinci aveva idee chiare sulla gerarchia delle arti. Arti plastiche e figurative colgono l’“essere”; la musica invece – come il linguaggio parlato – è di continuo inghiottita dal “divenire”. Con il supporto di un disco fonografico di rame placcato oro, nos occidentales, come diceva Francesco Bacone, siamo riusciti nel 1977 a inviare nello spazio extraterrestre persino i canti della foresta dei Pigmei BaMbuti. Nel discorso di Jimmy Carter, presidente allora degli Stati Uniti d’America, contenuto nel disco, ci siamo comunque dimenticati di dire che da “noi”, abitanti della Terra, non sono poche le società umane che in maniera intenzionale e culturalmente prevista consegnano al divenire, e più in particolare ai processi naturali di disfacimento, i prodotti delle loro maggiori arti plastiche e figurative.

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I santuari mbari degli Igbo, nati per celebrare ed essere abbandonati

Finita la cerimonia e la costruzione, l’intero tempio era abbandonato a sé stesso

Consideriamo gli Igbo, uno dei più importanti gruppi nazionali della Nigeria (coltivatori, allevatori, commercianti) e i loro “santuari mbari”: costruzioni a pianta quadrangolare, simili tra loro, mai identici. Un tempo, le pareti erano di fango o di argilla ricavata dai termitai e il tetto era di paglia. Al loro interno contenevano numerose statue lignee o di argilla rappresentanti divinità, antenati, animali, personaggi mitologici, ma anche artigiani e – soprattutto in epoca coloniale – figure di europei. In queste costruzioni, dirette da un capo responsabile, anche i colori avevano un significato simbolico. L’intero processo di costruzione richiedeva la partecipazione di molti esperti (artigiani, artisti, ritualisti) e si protraeva per diversi anni, periodo durante il quale l’intera comunità locale era impegnata in cerimonie, danze, bevute di birra.

Ma ciò che più ha sorpreso osservatori europei e antropologi è che una volta conclusa la cerimonia finale scattava un vero e proprio tabù, un divieto sacralizzato: quello di ulteriormente prendersi cura del santuario mbari. L’intera costruzione era abbandonata a sé stessa: nessuno più doveva tornare al santuario, a nessuno era permesso volgere lo sguardo per vederlo ancora una volta. Facile immaginare a quale destino erano abbandonate queste costruzioni: intemperie ed eventi meteorologici in genere, a cui si aggiunge il lavorio nascosto delle termiti, facevano sì che i santuari mbari andassero incontro a un progressivo disfacimento. Nel volgere di alcuni anni era previsto che l’intera costruzione crollasse a terra.

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Un'omaggio ad Ala, dea della Terra

Gli Igbo si impegnavano nella costruzione di questi santuari a seguito di catastrofi naturali (carestie, siccità). Di mezzo c’era Ala, la dea della Terra

Ma allora, tutto l’impegno profuso nel costruire e abbellire questi santuari, quale significato può mai avere? Non è certo immaginabile che gli Igbo (così attenti nelle loro attività economiche) si prodigassero in un lavoro tanto coinvolgente senza sapere quale sarebbe stato l’esito catastrofico del loro impegno. E allora: perché i santuari mbari venivano costruiti? Dalle ricerche storiche ed etnografiche risulta che gli Igbo si impegnavano nella costruzione di questi santuari a seguito di catastrofi naturali (carestie, siccità). Di mezzo c’era Ala, la dea della Terra. E ad Ala erano in effetti dedicate queste costruzioni al fine di prevenire altre calamità. Ma allora perché abbandonarle alla distruzione? Qui viene fuori una netta differenza tra noi e gli Igbo tradizionali: noi siamo portati a pensare che, proprio per onorare Ala, dovremmo impegnarci nella cura e nel costante restauro dei santuari a lei dedicati, mentre per gli Igbo non solo è previsto, ma è pure auspicabile che le costruzioni crollino.

Gli Igbo costruiscono i santuari per ricordare e onorare Ala, ma dal momento della costruzione ormai completata in avanti è come se essa venisse letteralmente consegnata alla Terra e alla sua dea, che – per così dire – ne fa quello che vuole. L’abbandono intenzionale a cui gli mbari vanno incontro è dunque, in realtà, un segno di rispetto per Ala. Infatti gli Igbo pensano che la distruzione abbia un significato più profondo di quanto non appaia in superficie: la dea sta consumando (mangiando, quindi distruggendo) ciò che gli umani hanno costruito.

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Un approccio umile verso la terra

Il rituale degli Igbo è come momento per ripensare se stessi e riappacificarsi con la Terra

Con un termine greco appropriato e illuminante, potremmo dire che sarebbe hybris (protervia) da parte degli umani insistere nella costruzione, nella sua difesa a oltranza, nel sottrarla al tempo, al divenire, alla morte. Dal momento in cui la costruzione mbari è terminata, essa infatti non è più della comunità igbo che l’ha costruita; essa è di Ala, della Terra, a cui gli Igbo l’hanno consegnata. Attivissimi sul piano economico, è come se gli Igbo avessero ritagliato questo momento rituale per ripensare sé stessi e la propria cultura, per riappacificarsi “umilmente” (humiliter) con la Terra e con Ala, la dea che la rappresenta e la difende contro gli abusi che gli umani spesso si concedono.

Gli Igbo tradizionali insegnano in questo modo una forma di humilitas culturale: la loro arte si auto-sacrifica, la loro cultura si ritrae, riconsegnando alla Terra ciò che le è dovuto, che è originariamente suo. Le rovine a cui i santuari mbari vanno inesorabilmente incontro non sono dovute a incuria e insipienza: sono i segni invece di una saggezza estrema. E oggi? Oggi succede questo: al fango e all’argilla è stato sostituito il cemento, per i tetti invece della paglia la lamiera. A Jos esiste il Museum of traditional architecture dove è visibile un santuario mbari in cemento: è la riproduzione fatta per “restare” di un artefatto che doveva periodicamente “scomparire”. C’è ancora il ricordo di Ala, la dea della Terra, in una città come Jos (800mila abitanti), teatro di scontri violentissimi tra cristiani e musulmani?

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