Shiota Chiharu, Accumulation - Searching for the Destination 2014/2019 Suitcase, motor and red rope Dimensions variable Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019 Photo: Kioku Keizo Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo
Shiota Chiharu, Accumulation - Searching for the Destination
2014/2019
Suitcase, motor and red rope
Dimensions variable
Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019
Photo: Kioku Keizo
Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo

I fili della vita di Chiharu Shiota

Al Museo di arte orientale di Torino The Soul Trembles mette in mostra l'interconnessione come spazio dell'incertezza. Un interregno di domande che tessono la trama invisibile dell'esistenza

Giulia Germano

Giulia Germano

1 gennaio 2026

Ho sempre creduto fortemente nel potere trasformativo dell’arte e nella sua capacità di scuoterti dal profondo: ne ho avuto conferma entrando al Museo di arte orientale di Torino (Mao) per visitare la grande mostra monografica The Soul Trembles (L’anima trema) dell’artista giapponese Chiharu Shiota, per la prima volta in Italia.

L’allestimento, visitabile fino al 28 giugno 2026, è concepito come site-specific, un percorso immersivo unico in cui gli spazi del museo vengono letteralmente trasformati dai lavori di Shiota, esposti su quattro piani e pensati per essere in continuo dialogo con le collezioni permanenti di arte orientale.

La forza di questa esposizione è il livello di verità che si mostra di sala in sala, a partire da una domanda comune, universale e di fronte alla quale inevitabilmente ci si ritrova e ci si sofferma: cosa succede dopo la morte? Dove va a finire l’anima quando moriamo?

A partire dalla capacità di affrontare la complessità, nel riconoscerla e abitarla, che Shiota sperimenta e formula il suo linguaggio potente e fortemente evocativo

Quesiti fortemente radicati nel vissuto personale dell’artista che, proprio il giorno dopo avere accettato di allestire la mostra, ha ricevuto la notizia della recidiva del cancro che l’aveva colpita dodici anni prima. Durante il periodo in cui Shiota si è sottoposta a un intervento chirurgico prima e alla chemioterapia poi, l’artista non ha mai smesso di interrogare il tema della vita e della morte. "Che cosa succederebbe alla mia anima se il mio corpo dovesse morire?". Questo lavoro di ricerca, spinto dalla sensazione di indeterminatezza e smarrimento, è racchiuso nel titolo stesso della mostra: L’anima trema, appunto, di fronte alla paura della morte che appare ora così vicina.

Ed è proprio a partire dalla capacità di affrontare la complessità, nel riconoscerla e abitarla, che Shiota sperimenta e formula il suo linguaggio potente e fortemente evocativo, in cui emergono e si rivelano i temi dell’identità, della memoria e delle relazioni che caratterizzano le nostre esistenze.

La materialità della vita e della morte

Shiota Chiharu, In Silence 2002/2019 Burnt piano, burnt chair, Alcantara black thread Dimensions variable Production support: Alcantara S.p.A. Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019 Photo: Sunhi Mang Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo
Shiota Chiharu, In Silence
2002/2019
Burnt piano, burnt chair, Alcantara black thread
Dimensions variable
Production support: Alcantara S.p.A.
Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019
Photo: Sunhi Mang
Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo

Una volta entrati al museo, lo sguardo è rapito dalla vista del soffitto dell’atrio, invaso da enormi imbarcazioni di filo bianco che sembrano navigare in un mare sospeso. Con Where Are We Going?, opera del 2017, Shiota parla di partenze e di viaggi verso un destino ignoto. Dove stiamo andando? Qual è la nostra destinazione e quale lo scopo per cui viviamo? Questo senso di sospensione è ben rappresentato dalle barche che attraverso il loro movimento di oscillazione nel vuoto, ognuna con una direzione diversa, si pongono come un invito alla riflessione sulla fragilità, personale e collettiva.

Qualche sala più avanti, si ritrovano le barche e il loro viaggio incerto e senza meta in Uncertain Journey, un’installazione del 2016 dal forte impatto visivo, composta da grandi scocche in metallo che rappresentano delle imbarcazioni adagiate al pavimento, quasi come se galleggiassero in un mare di fili rossi che le avvolgono e si attorcigliano su di esse. Le ragnatele di fili si proiettano in alto fino a creare tunnel sospesi che trasformano la sala, invadendo letteralmente lo spazio circostante.

Nei lavori di Shiota anche i colori sono ricchi di connessioni e significato e il rosso non è una mera scelta decorativa: è un richiamo ai rapporti che ci tengono insieme e allo stesso tempo ci ingabbiano. Una metafora delle connessioni che a volte fanno avanzare e altre bloccano. Il rosso è anche il colore del sangue, della vita e dei legami affettivi, che mai sono rappresentati in modo edulcorato, ma sempre connotati fisicamente, a volte anche dolorosi e sporchi, come mostrano i lavori fotografici e i video che appartengono alla produzione dell’artista. Poi c’è il filo, che nelle tradizioni asiatiche salda indissolubilmente i destini. La sensazione è quasi opprimente.

I ricordi che si fanno presente

Le didascalie che precedono il corridoio di fili della sala successiva, stavolta di colore nero, raccontano di un grande incendio avvenuto nella casa dei suoi vicini quando l’artista aveva solo nove anni. Shiota assistette alla distruzione causata dal propagarsi delle fiamme e ne rimase particolarmente turbata.

Nell’installazione In Silence, del 2008, il legame tra l’esperienza personale e le opere dell’artista si rivela in tutta la sua potenza. Al centro della stanza appare un grande pianoforte a coda bruciato, avvolto e immerso in un vortice di fili neri, mentre attorno trovano posto sedie carbonizzate e disposte come se nello spazio fosse allestito un concerto silenzioso, destinato a un pubblico fantasma. Ma di silenzioso, nella scena, c’è ben poco. Il pianoforte urla la sua impossibilità di suonare e con ciò le tante cose nuove che adesso ha da raccontare.

Il nero, nella poetica di Shiota, rappresenta le distanze infinite del cosmo e conferisce a questo ambiente una dimensione profonda e intima che intrappola, quasi a volerlo esorcizzare, il ricordo traumatico dell’esperienza dell’incendio.

La connessione con gli oggetti

Shiota Chiharu, Where Are We Going? 2017/2019 White wool, wire, rope Dimensions variable Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019 Photo: Kioku Keizo Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo
Shiota Chiharu, Where Are We Going?
2017/2019
White wool, wire, rope
Dimensions variable
Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019
Photo: Kioku Keizo
Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo

I temi del viaggio e della memoria si ritrovano qualche sala dopo con l’installazione Accumulation – Searching for the Destination del 2021, in cui decine di valigie collegate a fili rossi sono sospese nell’aria, volteggiando lievi e portando con sé le storie dei proprietari che le hanno possedute. Alcune sono invisibilmente alimentate da un piccolo motore che conferisce loro un leggero tremolio e rende il movimento costante e incerto.

Osservando questi “bagagli di vite” colpisce la capacità dell’artista di creare esperienze immersive in cui ognuno può ritrovarsi interrogandosi sulla propria condizione. Le valigie parlano di partenze, di viaggi e di un passato ancora fortemente presente.

Nell’arte di Shiota, gli oggetti non sono mai soltanto oggetti ma conservano in sé il significato e le fattezze dei loro proprietari. In un’intervista rilasciata a Neutopia Magazine, a proposito degli abiti da sposa avvolti in fili neri presenti in Reflection of Space and Time (2018), l’artista ha detto: "Quando li indossiamo, raccolgono i nostri ricordi. Il corpo può anche non esserci più, ma la sua presenza può ancora essere percepita".

Disegni e fotografie completano il percorso espositivo: nel ciclo di disegni Connected to the Universe, realizzati durante la pandemia covid, l’artista riflette sulla connessione tra universo interiore personale e il mondo esterno. Non capita spesso che una mostra costringa a ripensare al modo in cui stiamo al mondo, ma passare attraverso The Soul Trembles di Shiota Chiharu mi ha permesso di cogliere forte l’interconnessione tra le nostre esistenze e riflettere su quanto l’esperienza personale, se condivisa, possa diventare motore di memoria collettiva.


L'artista

Shiota Chiharu è nata del 1972 a Osaka, in Giappone. I suoi genitori gestivano una fabbrica di casse per il pesce e provenivano dalla prefettura rurale di Kochi. Shiota racconta di aver sempre desiderato di essere un’artista, sin da bambina. Ha studiato pittura presso il Dipartimento d’arte della Kyoto Seika University e lavorato come assistente di Muraoka Saburo nel dipartimento di scultura.

Dal 1996 vive e lavora a Berlino. Allieva di Marina Abramović, ha esposto nei musei di tutto il mondo. La sua arte si confronta con i grandi temi dell’umanità come la vita, la morte e le relazioni, attraverso installazioni su larga scala realizzate con fili intrecciati che avvolgono oggetti di uso quotidiano come scarpe, valigie, sedie. Due ricordi sembrano perseguitarla: quello di lei che da bambina veniva portata alla tomba della nonna, e che lì si impegnava a strappare le erbacce le cui radici affondavano nel terreno sopra il corpo, e quello di un incendio nella casa del suo vicino, che aveva lasciato un pianoforte carbonizzato tra le macerie. Nel 2015 ha rappresentato il Giappone alla Biennale di Venezia con l’opera The Key in the Hand. La sua personale, The Soul Trembles, è in mostra al Mao di Torino fino a giugno 2026.

Da lavialibera n°36

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