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27 febbraio 2026
Da quando si discute dell’impatto dell’uomo sul pianeta non più solo tra specialisti, si è diffuso l’utilizzo di un termine che tutti, probabilmente, abbiamo sentito o ripetuto: antropocene. Parola con cui si indica la nuova e instabile epoca geologica segnata dagli effetti negativi dell’azione del genere umano (antropos). Secondo alcuni, però, questo concetto, nell’individuare responsabilità specifiche per fenomeni connessi come la fusione dei ghiacci polari, l’incremento dei gas serra, l’acidificazione degli oceani etc., lo farebbe in modo erroneo. Perché, estendendo tali responsabilità all’intero genere umano, mistificherebbe la realtà a beneficio della piccola cerchia di soggetti davvero responsabili.
Crisi climatica: tutti i nostri articoli
Di questo avviso è anche lo storico dell’ambiente Jason W. Moore, che in Antropocene o Capitalocene? scrive: l’antropocene "non è che l’ultimo di una lunga serie di concetti ambientali la cui funzione è quella di negare la disuguaglianza e la violenza multi-specie del capitalismo e di suggerire che dei problemi creati dal capitale sono in realtà responsabili tutti gli esseri umani". La responsabilità della crisi climatica non starebbe così nell’azione di ciascun umano, ma in un sistema economico: il capitalismo. E, si aggiunga, in chi lo impone a proprio vantaggio: i capitalisti, in particolare quell’1 per cento più ricco della popolazione mondiale che detiene il 44 per cento della ricchezza globale e ha probabilità 4mila volte superiori, rispetto agli altri, di ricoprire cariche politiche, come si legge nell’ultimo report di Oxfam.
Assioma del capitalismo è infatti l’idea che l’economia possa seguire un processo di crescita e sviluppo illimitati. Ma le risorse non sono infinite
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