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Maria Chindamo, dieci anni fa l'omicidio. Il ricordo del fratello Vincenzo

Il 6 maggio 2016 a Limbadi (Vibo Valentia) spariva l'imprenditrice Maria Chindamo, di 44 anni. Dieci anni dopo un uomo è a processo per concorso in omicidio e occultamento di cadavere. "Queste ipotesi sono un pezzetto di verità", dice il fratello della donna, Vincenzo, che nota segnali di speranza e riscatto nel territorio

Elena Ciccarello

Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

5 maggio 2026

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Dieci anni. Dieci anni senza un corpo da seppellire, una tomba su cui raccogliersi e pregare. “Mia mamma è morta aspettando che Maria suonasse per entrare in casa. Mi disse: 'Non sono pazza, sono una mamma'”. Vincenzo Chindamo è il fratello di Maria Chindamo, l’imprenditrice calabrese di 44 anni scomparsa il 6 maggio 2016 a Limbadi (VV) e mai più ritrovata. Una donna uccisa da una violenza patriarcale e mafiosa per aver deciso da sola della sua vita. Lo incontriamo a Vibo Valentia, un pomeriggio di fine aprile, dopo uno dei tanti incontri nelle scuole per raccontare la storia di sua sorella. Una storia che racconta anche a lavialibera in occasione del decennale della sparizione.

Maria Chindamo, la scomparsa di un'imprenditrice calabrese

La storia di Maria Chindamo

"Fin da giovane ha deciso di scegliere la sua strada in libertà, cosa studiare, quando, di chi innamorarsi e fino a quando”Vincenzo Chindamo - Fratello di Maria Chindamo

“Maria era una donna libera di questo territorio – premette suo fratello Vincenzo –. È cresciuta a Laureana di Borrello (Reggio Calabria, ndr), in una famiglia perbene, normale, del territorio, con genitori insegnanti. Era brillante, simpatica, intelligente, ferma nelle sue intenzioni. Sin da giovane ha deciso di scegliere la sua strada in libertà, cosa studiare, quando, di chi innamorarsi e fino a quando”. Studia all’istituto tecnico commerciale dove conosce Nando, fratello di una sua compagna di classe, e se ne innamora a 15 anni. “Ha deciso di sposarsi presto, a 21 anni, e di portare avanti i suoi progetti, studiare all’università e diventare commercialista. Nel frattempo, ha tre figli, si laurea, si abilita, apre il suo studio e insieme al marito apre un’azienda agricola tra la provincia di Reggio e quella di Vibo”. Vivono a Rosarno, non distante dalla casa della famiglia Chindamo a Laureana di Borrello.

A un certo punto, però, la relazione con Nando, cominciata quasi 30 anni prima, scricchiola. “Il marito era un brav’uomo e un bravo padre. Dopo tanti anni di felice matrimonio e felice famiglia, Maria sente che l’unione non funziona più e annuncia di volersi separare. Lì la cultura patriarcale, violenta e ‘ndranghetista intorno a lei inizia a farsi vedere e ad agire, prima con Nando. Suo padre (Vincenzo Punturiero, ndr), suocero di Maria, va da lui e gli dice: ‘Che uomo sei se lasci tua moglie andare via’. Nando inizia a soffrire le pressioni del padre. È un uomo forte, sicuro, ma sprofonda in una depressione importante che lo porta a tentare il suicidio, sventato perché mia sorella mi comunica in tempo di questa intenzione. Arrivo da lui insieme a dei suoi amici, lo convinciamo a desistere e gli tolgo l’arma dalle mani. Venti giorni ci riprova e ci riesce”. Era l’8 maggio 2015.

Da allora, la famiglia di Vincenzo Punturiero attribuisce le colpe del suicidio a Maria Chindamo: “Immaginate cosa può succedere in un territorio, Rosarno, ad altissima densità criminale, dove Maria si trova in difficoltà a rimanere in quella famiglia e in quell’edificio dove aveva sia la casa, sia lo studio”, dice il fratello. La donna lascia casa e studio e torna a Laureana con i suoi tre figli: “Si reinventa imprenditrice agricola, ma passa un periodo terribile, con pressioni e difficoltà. Il suocero che ostacolava la conduzione di Maria dell’azienda agricola. Maria perde il sorriso”.

Il suo nome non compare nel manifesto funebre del marito e le viene chiesto di non presentarsi al funerale, “ma ci va lo stesso”. Poi subisce altre pressioni: “Non può usare i mezzi agricoli in comune, si trova i familiari del marito sui terreni... Doveva arginare l’intrusione della famiglia negli affari suoi”. Il fratello Vincenzo e il resto della famiglia, tuttavia, non percepivano un pericolo di vita: “Percepivamo la tensione, i cattivi rapporti, i dispetti… Non pensavamo si arrivasse ad altro”.

Gli scomparsi di mafia nel "triangolo della lupara bianca"

La scomparsa e l’omicidio di Maria Chindamo

“Si reinventa imprenditrice agricola, ma passa un periodo terribile, con pressioni e difficoltà. Il suocero che ostacolava la conduzione di Maria dell’azienda agricola. Maria perde il sorriso”Vincenzo Chindamo

Quasi un anno dopo il suicidio del marito, la mattina del 6 maggio 2016, intorno alle 7, Maria Chindamo ha un appuntamento con due collaboratori all’azienda agricola a Limbadi: “Si ritrova davanti al cancello senza i suoi due operai, ma con altre persone che l’aspettano e, appena scesa dalla macchina, l’aggrediscono. Si ritrovano schizzi di sangue, ciocche di capelli sparsi sulla carrozzeria dell’auto e su un muretto adiacente, e la portano via”. Se ne accorge dopo uno dei due operai, che telefona al fratello Vincenzo e riferisce dell’auto ancora in moto e macchiata di sangue. “Ho difficoltà a comprendere quelle parole perché non pensavo potesse succedere qualcosa di così tanto grave”, ricorda lui. Arrivato, trova l’autoradio accesa e la borsa con i soldi, “ma di Maria non c’era più traccia”. Vincenzo rammenta ancora il silenzio inquietante della vallata, la sua paura e la rabbia, “che provo tuttora”.

Intervengono i carabinieri e la procura di Vibo Valentia avvia un’indagine. Partono le ricerche, campagne di scavo nei terreni della famiglia del marito, sequestri di mezzi. “Sono state trovate delle tracce nella fresa di un trattore e in un’automobile, ma era difficile analizzarle meglio”.

Il caso ottiene attenzione. Se ne interessano Libera, l’associazione Penelope Italia, cittadini e media. “Parlandone, abbiamo buttato giù il muro di silenzio che chi ha compiuto quest’azione voleva imporre a Maria e alla popolazione intera – prosegue Vincenzo Chindamo –. Tanta gente ha raccontato qualcosa e anche i collaboratori di giustizia hanno riferito quello che sapevano”. Dalle loro parole emerge il ruolo della ‘ndrangheta. “Il fascicolo dell’inchiesta è passato dalla procura di Vibo alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro”.

Un solo uomo a processo: Salvatore Ascone

“Queste ipotesi sono un pezzetto della verità"

Il 7 settembre 2023 la svolta con l’arresto di un uomo, Salvatore Ascone, proprietario dei terreni confinanti a quelli di Maria. Dall’indagine della Dda di Catanzaro, in quel periodo guidata da Nicola Gratteri, esce un quadro composto da più dimensioni: “Mia sorella sarebbe stata uccisa e fatta scomparire su mandato del suocero per vendicare il suicidio del figlio e punire Maria per l’inizio di una nuova relazione. Nello stesso tempo la criminalità organizzata di Limbadi, avrebbe approfittato della circostanza per appropriarsi dei suoi terreni, di cui era interessata da tempo”, con offerte sempre rifiutate dall’imprenditrice. Ascone “avrebbe manomesso l’impianto di sorveglianza che avrebbe potuto riprendere l’aggressione e avrebbe distrutto il corpo di Maria dandolo in pasto ai maiali e triturandolo poi con un trattore”, come rivelato da alcuni pentiti.

Maria Chindamo, ci sono i primi indagati per l'omicidio dell'imprenditrice calabrese

Il processo è cominciato il 14 marzo 2024 ed è ancora in corso. Oggi, 5 maggio, ci sarà un’altra udienza del processo a Salvatore Ascone davanti alla Corte d’assise di Catanzaro. È accusato di concorso in omicidio e occultamento di cadavere. Secondo le ipotesi investigative della Dda, avrebbe collaborato alla pianificazione, all’organizzazione e all’esecuzione dell’omicidio insieme all’ex suocero di Maria Chindamo, Vincenzo Punturiero, deceduto nel 2017. Ascone sarebbe stato aiutato dal figlio Rocco, adolescente all’epoca dei fatti, ragione per cui nei suoi confronti ha proceduto la procura per i minorenni di Reggio Calabria che, nonostante l’opposizione del difensore della famiglia (l'avvocato Nicodemo Gentile), ha chiesto e ottenuto l’archiviazione. Salvatore Ascone è quindi l’unico imputato per l’omicidio di Maria Chindamo.

“Queste ipotesi sono un pezzetto della verità – riprende Vincenzo Chindamo –. Certamente possiamo essere sicuri che altre persone possano aver collaborato come mandanti e come esecutori, come persone che conoscono quello che è successo e che al momento non sono state individuate. La mia sensazione, non è una certezza, è di estrema fiducia. Sono passati 10 anni e non abbiamo verità e giustizia, certa, ma ho conosciuto uno Stato che ha lavorato tanto e sono sicuro che ancora sarebbe pronta a mettersi in gioco, a lavorare ancora per la ricerca di tutti i pezzi della verità che ci mancano”.

Segnali di riscatto nel territorio

Questa storia, tragica, ha però dei germogli di speranza. Questo 6 maggio, come ogni 6 maggio dalla scomparsa di Maria, i suoi familiari, insieme a rappresentanti delle istituzioni e della società civile, si ritroveranno davanti al cancello dell’azienda agricola: “La violenza patriarcale e criminale voleva far diventare un luogo simbolo di morte ed è diventato un luogo di incontro di gente, giovani, associazioni e forze governative che si incontrano il 6 maggio per esprimere il senso di rinascita di un territorio”. Dallo scorso anno, una parte della vecchia inferriata è stata rielaborata dall’artista siracusano Luigi Camarilla in un’opera: “È stata trasformata in una spirale che lancia frecce verso il cielo, simbolo di rinascita e forza”.

A Vincenzo, impegnato nel mantenere vivo il ricordo della sorella, giungono espressioni di solidarietà, dagli studenti nelle scuole – come una tredicenne che ha fatto la tesina di terza media su Maria Chindamo e le realtà antimafia – e anche da alcuni detenuti che ha incontrato in carcere nelle sue vesti di docente.

“Questo territorio sta reagendo, non in maniera occasionale, ma in modo convinto, strutturato, in tutte le sue parti, per cui in me si genera anche una speranza che lego al riscatto di questa terra”, conclude.

Un riscatto segnato anche dalle denunce degli imprenditori contro le richieste estorsive della criminalità e dalla rapida reazione della comunità. Nella notte tra il 29 e il 30 aprile, cinque aziende della zona industriale di Vibo hanno subìto intimidazioni: dei colpi di fucile sono stati sparati contro alcune attività. "Questi atti vili – si legge in una nota di Libera – si inseriscono in una cornice preoccupante di recrudescenza violenta che sta interessando il nostro territorio. Non si tratta di episodi isolati, ma di un’escalation che mira a soffocare la speranza e il futuro economico di questa provincia. Forse un cambio nell’assetto criminale dopo le importantissime operazioni realizzate nel nostro territorio? Quello che è certo è che di fronte alla protervia criminale, emerge la dignità e la forza di chi ha deciso di non indietreggiare".

Il vescovo Attilio Nostro ha portato la sua solidarietà alle vittime e la sera di giovedì 7 maggio una fiaccolata illuminerà le vie delle imprese colpite, "un momento di fede e di comunità per esprimere vicinanza e solidarietà a tutte le aziende che hanno subito atti intimidatori", si legge sul manifesto.

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