
Da una parte un invito al voto, dall'altra la ricostruzione dei contenuti politici della riforma e del suo impatto sull'attuale assetto di equilibrio tra poteri. "Vi prego, non fermiamoci ai tecnicismi. Non spaventiamoci di fronte alla fatica di comprendere e decidere – scrive Luigi Ciotti nel suo editoriale, invitando alla partecipazione –. Perché in gioco non ci sono formule astratte: c’è un delicato assetto istituzionale che costituisce la spina dorsale della nostra democrazia". Nel suo editoriale Rosy Bindi ricorda che «in questi lunghi anni di vita democratica tanti nostri diritti in tema di lavoro, salute e ambiente ancora non riconosciuti dalla legge o negati dal potere politico o dalle lobby degli affari e dell’economia sono stati affermati in sede giudiziaria perché il magistrato era autonomo e indipendente, libero di tutelare i più deboli".
Molti diritti che hanno trovato riconoscimento nelle aule di tribunale prima che nelle stanze della politica, sarebbero stati tutelati con maggiore fatica con gli effetti della riforma Nordio. Parliamo ad esempio del fine vita, dal caso Englaro a quello di Dj Fabo, della possibilità di adozione per coppie dello stesso sesso, dei diritti dei riders impiegati dalle multinazionali, dell’accesso degli stranieri alle prestazioni sociali e del trattamento dei migranti nei centri in Albania: in questi casi "ai giudici è spettato il compito di assicurare, in attuazione della Costituzione, la pratica dei diritti fondamentali", scrive la giurista Francesca Paruzzo. Esercizio possibile grazie a quell'indipendenza della magistratura che "la riforma costituzionale sulla giustizia rischia oggi di compromettere" aggiunge. Anche l’ex magistrato Raffaele Guariniello, titolare di indagini di primissimo piano come quelle su Eternit e ThyssenKrupp, ricorda il valore dell’eccezionalità italiana: "Quando indagavo su Eternit i colleghi francesi continuavano a chiedermi come avevamo fatto noi italiani ad arrivare a un processo e imputare Schmidheiny, proprietario dello stabilimento di Casale Monferrato. Ecco, in quel momento – conclude Guariniello – ho capito che la nostra magistratura ha la fortuna di poter lavorare in autonomia e questo valore va sempre preservato".
Tre le questioni "non tecniche, ma politiche", da tenere a mente per prepararsi al voto, secondo la direttrice Elena Ciccarello: la prima, la riforma non migliora la giustizia rendendola più veloce, efficiente e priva di errori; la seconda, l'intervento è animato da spirito punitivo nei confronti dell'intera categoria dei giudici e dal desiderio di limitare le sentenze che non "lavorano nella stessa direzione" del governo, come vorrebbe la premier Giorgia Meloni; infine, la terza, la riforma è un assegno in bianco alla maggioranza, in un momento in cui si alleggeriscono i controlli sui poteri pubblici e si discute di premierato.
Nel dossier un’attenzione particolare è rivolta ai più giovani, attraverso le parole di Sabrina Loparco, referente Udu (Unione degli studenti universitari) e al prof di filosofia Matteo Saudino, aka Barbasophia. «Diciamo NO al referendum, non per difendere uno status quo – scrive Sabrina Loparco – ma per affermare un’idea di giustizia che non sia piegata a logiche punitive o di controllo». Mentre la storica Benedetta Tobagi ricorda che "quando la giustizia e la stampa indipendenti sono svilite, attaccate, denigrate e aggredite, questo è un problema per tutti noi".
Il numero contiene anche l'intervista all'avvocata Maria "Milli" Virgilio, di Rita Rapisardi, per discutere del ddl Bongiorno sulle violenze sessuali e del tradimento del patto siglato da Giorgia Meloni ed Elly Schlein sulla modifica del reato di stupro. E uno speciale di sette pagine dedicato al 21 marzo 2026, Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie promossa da Libera, che quest’anno si terrà a Torino. Lo speciale ricostruisce le ragioni della scelta della città, racconta le storie delle decine di vittime legate al territorio e propone un riepilogo dei processi di mafia celebrati in Piemonte negli ultimi 15 anni, oltre 25, con più di 450 arresti e decine di condanne per mafia, che descrivono una presenza mafiosa interessata agli affari e capace di instaurare rapporti con il mondo dell’economia e della politica.