
Milano-Cortina. Ecco come verranno spesi i 450 milioni di euro delle paralimpiadi



27 febbraio 2026
Parliamo del referendum sulla giustizia. Quale contributo può dare un filosofo a una discussione giuridica e tecnica molto complessa, di quelle in cui tutti sono pronti a bacchettarti se commetti un errore? Io provo a portare quello che, di solito, dovrebbe portare la filosofia: il dubbio. Credo che imparare a dubitare sia una delle cose più importanti che possiamo fare, soprattutto da giovani. Di dubbi, negli ultimi mesi, io ne ho parecchi. Secondo i proponenti, anche con la riforma su cui siamo chiamati a esprimerci con il prossimo referendum, la magistratura non perderebbe la sua indipendenza, né ci sarebbero ripercussioni sulla vita delle persone.
Allora proviamo a ragionare assieme. Se è davvero così, perché l’hanno proposta? Perché sono così preoccupati di perdere al referendum? Anche sulla separazione delle carriere non si introduce nessuna particolare novità, dato che la ministra Marta Cartabia nella scorsa legislatura era già intervenuta su questo punto con una legge ordinaria. Ma allora, se di fatto tutto rimane più o meno come prima, e anzi i cittadini sarebbero addirittura più tutelati, per quale motivo sono così nervosi?
"La scuola deve essere politica". Intervista al prof. Matteo Saudino di "Barbasophia"
"Senza una sguardo filosofico, storico e critico sul contesto in cui si colloca la riforma, non riusciremo mai a capire perché ci sia così tanto impegno da parte del governo su questa partita"Matteo Saudino - Insegnante di storia e filosofia
Allora forse occorre guardare al contesto. Ed è qui che la filosofia può fare la differenza: senza una sguardo filosofico, storico e critico sul contesto in cui si colloca la riforma, non riusciremo mai a capire perché ci sia così tanto impegno da parte del governo su questa partita.
In tutto il mondo democratico, negli ultimi decenni, assistiamo al tentativo di rafforzamento del potere esecutivo su quello legislativo e giudiziario. Non è un discorso astratto, succede sotto i nostri occhi. Autocrati e autocrazie godono di un certo apprezzamento: lo conferma anche il sondaggio Young Europe 2025, secondo cui il 21 per cento dei giovani europei sarebbe disposto a barattare queste democrazie in crisi, che non sanno decidere, con un regime forte. Perché? Perché i tempi sono duri e, quando i tempi sono duri, ci viene detto che la democrazia è troppo lenta, complicata, che è piena di regole e garanzie che la rendono poco efficiente.
In questa crisi della democrazia, l’esecutivo si erge a soggetto forte e ovunque chiede più potere. Anche in Italia la tendenza è chiarissima: in questa direzione andrebbero letti, ad esempio, la riforma del premierato e il progressivo indebolimento del ruolo del parlamento, al cui interno la discussione è ormai ridotta all’osso. E con quale argomentazione? Che discutere è un lusso, serve troppo tempo e che noi non ne abbiamo, perché il mondo va avanti. E, infatti, neppure questa riforma è stata davvero discussa in parlamento.
Dunque c’è a livello delle democrazie mondiali una spinta evidente a rafforzare il potere esecutivo rispetto sia a quello legislativo che a quello giudiziario. Ed è qui che entrano in gioco i giudici, che in quest’ottica diventano un ostacolo rispetto alla necessità di governi che decidono in maniera rapida, senza controlli né contrappesi.
"Io penso che oggi dire un No sia in realtà dire un Sì gigantesco alla democrazia"Matteo Saudino
Le nostre democrazie sono nate dalle rivoluzioni inglese, francese e americana, partendo da un’idea molto semplice e comprensibile: nessuno è legibus solutus, cioè al di sopra della legge. Ed è un’idea fondamentale quella che i poteri devono essere separati e bilanciati, per evitare che uno prevalga sull’altro.
Come possiamo prevenire la dittatura della maggioranza? Solo in un modo. Con la autonomia e l’indipendenza degli altri poteri che non devono essere soggetti alla maggioranza. Le maggioranze sceglieranno la maggioranza in parlamento e il governo, ed è giusto così, ma non potranno determinare la magistratura, altrimenti ci troveremmo in una forma di autoritarismo.
Autoritarismo vuol dire semplicemente svuotare gli spazi reali della democrazia. Vuol dire che partecipi meno, conti meno, decidi meno. Ecco, io penso che oggi dire un No sia in realtà dire un Sì gigantesco alla democrazia che vive un problema veramente profondo, perché richiede impegno e partecipazione e anche per questo non è così amata.
Come ci ricorda Piero Calamandrei, "la Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica". Andare alle urne, informarsi, votare No, è un modo concreto per far vivere la nostra Costituzione.
Crediamo in un giornalismo di servizio a cittadine e cittadini, in notizie che non scadono il giorno dopo. Ma per continuare a offrire un'informazione di qualità abbiamo bisogno di te. Sostienici!
Se sei già abbonato o hai acquistato il numero in cui è presente l'articolo clicca qui per accedere e continuare a leggere.
Riformata. Così il governo vorrebbe la magistratura, ma l'obiettivo è solo limitarne il potere