Cosa nostra

Nel 1984 il pentito Tommaso Buscetta racconta al giudice Giovanni Falcone che boss e affiliati chiamano la loro organizzazione Cosa nostra. Dopo il maxiprocesso di Palermo abbiamo imparato a farlo tutti.

Nata in Sicilia a metà dell’Ottocento, sbarcata in America, la mafia siciliana è tradizionalmente organizzata in famiglie, con una Cupola che raccoglie i boss dei mandamenti più importanti. È la mafia che negli ultimi 150 anni ha fatto più vittime innocenti, con un crescendo a partire dagli anni Settanta, quando le cosche corleonesi avviarono la stagione stragista.

Cosa nostra oggi: l’ala militare dei clan è schiacciata dall’azione repressiva e dalla collaborazione dei pentiti; i capi corleonesi, Totò Riina e Bernardo Provenzano, sono morti in carcere; gli “scappati” sono tornati dagli Stati Uniti; cresce un’élite criminale non sempre inquadrabile secondo vecchi canoni. Matteo Messina Denaro, boss latitante di Castelvetrano (Tp), è l’ultimo grande boss in circolazione. 

Enza Rando, avvocato e vicepresidente di Libera

Crescere sulle spalle dei giganti nella Palermo dominata da Cosa nostra

Chi ha vissuto da vicino quel momento storico a Palermo ha speso il resto dei suoi giorni nella ricerca di risposte e soluzioni per tentare di costruire una terra più libera dalla mafia

Enza Rando

Enza RandoAvvocato, vicepresidente di Libera

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(Ricardo Gomez Angel/Unsplash)

Dopo le stragi di mafia, è tempo di abbandonare la logica emergenziale

Affrontare la mafia come un fenomeno eccezionale rischia di limitare gli interventi a mera repressione, dimenticando l'importanza di iniziative per la bonifica e la trasformazione dei contesti in cui i criminali agiscono

Rocco Sciarrone

Rocco SciarroneProfessore di Sociologia economica, Università di Torino

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Napoli, 9 maggio 2016. Imbrattato lo stencil sul muro del parco di Capodimonte, ispirato alla storica foto divenuta simbolo dell'Antimafia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (Ciro Fusco/Ansa)

Falcone e Borsellino chiesero aiuto, ma nessuno li ascoltò

L'esplosione di una bomba è rapida, violenta e inaspettata. Quelle che uccisero Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le loro scorte, invece, erano state previste e certe, non imprevedibili. Per questo lo Stato non doveva isolarli

Roberto Saviano

Roberto SavianoScrittore

Palermo, 11 luglio 2017. Un manifesto con la foto di Falcone e Borsellino dato alle fiamme (Ansa)

Lucarelli: "Nel 1992 siamo diventati meno felici e più cattivi"

Da allora ho cominciato a occuparmi di mafia, riconoscendo parole e meccanismi che mi fanno scattare con le fauci aperte e i denti sguainati. E assieme a me tante altre persone

Carlo Lucarelli

Carlo LucarelliScrittore, sceneggiatore e conduttore televisivo

Mafia e corruzione sono storia nazionale

Mafia e corruzione sono storia nazionale

I fatti del 1992 mostrarono le crepe e la fragilità di un Paese in cui convivevano violenza legittima e criminale. In Italia si pagavano tre tipi di tasse: imposte, estorsioni e tangenti

Isaia Sales

Isaia SalesProfessore di Storia delle mafie

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