Milano, 20 marzo 2026. Rosy Bindi e don Luigi Ciotti fotografati alla vigilia della manifestazione del 21 marzo in ricordo delle vittime innocenti delle mafie (Foto di Marco Donatiello)
Milano, 20 marzo 2026. Rosy Bindi e don Luigi Ciotti fotografati alla vigilia della manifestazione del 21 marzo in ricordo delle vittime innocenti delle mafie (Foto di Marco Donatiello)

Rosy Bindi: "La riforma della magistratura fa parte di un progetto più ampio"

La posta in gioco del referendum sulla giustizia è molto alta. Non è una questione che politici e magistrati possono sbrigare tra di loro, perché riguarda i nostri diritti e le nostre libertà

Rosy Bindi

Rosy BindiEx ministra, presidente Commissione antimafia nella XVII legislatura

27 febbraio 2026

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Non sarà un appuntamento qualunque quello del referendum costituzionale sulla riforma della magistratura il 22 e 23 marzo prossimi. Con un Sì o un No saremo chiamati a decidere non su questioni di dettaglio, troppo complicate, distanti o magari astruse rispetto alle cose importanti della nostra vita, ma su una delle fondamenta della nostra democrazia, uno dei contenuti più preziosi della nostra Costituzione, uno dei più importanti presidi dei nostri diritti e delle nostre libertà. Dietro a espressioni ai più quasi sconosciute, come "separazione delle carriere", "sorteggio dei togati per il Csm", "terzietà del giudice" e "Suprema corte disciplinare", si nascondono infatti gli antichi principi di legalità, separazione dei poteri, Stato di diritto, democrazia costituzionale.

La posta in gioco del referendum: editoriale di presentazione al numero sulla riforma della giustizia

Dopo l’esperienza del fascismo

Solo un magistrato autonomo e indipendente da ogni altro potere è nelle condizioni di svolgere le sue funzioni e, nel rispetto della legge, tutelare i diritti e le libertà di chiunque, soprattutto di chi è più debole

Oggi la legge è uguale per tutti e la devono rispettare tutti, anche il sovrano, che non può esercitare il suo potere con l’arbitrio, ma deve sottostare alle regole. Spetta al potere legislativo approvare le leggi, a quello esecutivo applicarle nell’interesse di cittadine e cittadini, a quello giudiziario vigilare e giudicare sul corretto rispetto della legge da parte di tutti, comprese le istituzioni. Il lungo percorso dalla sudditanza alla cittadinanza inizia proprio dalla separazione dei poteri: non è avvenuto in un giorno, né è stato lineare. Sono state le costituzioni liberali del secondo dopoguerra a porre il sigillo più sicuro a questa architettura istituzionale attraverso quella che, per esempio nell’articolo 104 della Costituzione italiana, si chiama "autonomia e indipendenza della magistratura da ogni altro potere".

Solo un magistrato autonomo e indipendente da ogni altro potere è nelle condizioni di svolgere le sue funzioni e, nel rispetto della legge, tutelare i diritti e le libertà di chiunque, soprattutto di chi è più debole, vigilando sul corretto esercizio del potere esecutivo e degli altri poteri presenti nella società. Non fu così sotto il fascismo, perché la dittatura non poteva permettere che una magistratura autonoma e indipendente potesse sanzionare l’operato del governo del Duce e i soprusi del regime.

La nostra Costituzione è stata scritta dopo la tragica esperienza della dittatura proprio per stabilire lo Stato di diritto e fissare limiti e controlli al potere esecutivo. I nostri costituenti sapevano bene che i principi possono essere declamati e persino immortalati in una norma, ma anche traditi e aggirati. Per questo la nostra Carta ha posto a presidio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura l’autogoverno della stessa attraverso il Consiglio superiore della magistratura (Csm), al quale spettano secondo l’articolo 105 "le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati". Durante il fascismo, tutto questo era deciso dal ministro della Giustizia, cui la Carta del ’47 ha invece assegnato il compito di fornire alla magistratura le risorse e gli strumenti che servono a ben amministrare la giustizia: personale necessario, sedi e supporti tecnologici efficaci e, attraverso il parlamento, una legislazione appropriata.

Cosa prevede la riforma Nordio della magistratura?

Autonomia ma non separatezza dalla società

La riforma costituzionale Nordio-Meloni non cancella formalmente l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, ma aggredisce il principio dell’autogoverno e modifica profondamente il Csm rompendo un sapiente equilibrio che per quasi ottant’anni anni ha assicurato al nostro Paese una netta separazione dei poteri. Un sapiente equilibrio che ha garantito l’autonomia, ma non la separatezza della magistratura rispetto alla società e alle altre istituzioni.

C’è da chiedersi: a che scopo? Per quale motivo i magistrati che andranno a far parte del Csm non dovranno più essere eletti ma sorteggiati? Non eletti come invece i parlamentari, i consiglieri regionali e comunali o come i membri di tutti gli ordini professionali, dagli avvocati ai medici, dagli ingegneri ai giornalisti. Sorteggiati e non eletti come i consiglieri e i presidenti delle nostre associazioni, i segretari dei partiti e dei sindacati, i presidenti delle pro loco o gli amministratori dei condomini. Perché? Lo hanno chiarito la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia Carlo Nordio: il fine di questa riforma è ridefinire un nuovo equilibrio tra poteri, in modo che i magistrati collaborino con il governo invece di ostacolarne l’azione. Un’accusa sostenuta da una destra che mal sopporta una magistratura che applica le leggi, la Costituzione e il diritto internazionale, come è accaduto in materia di immigrazione, di sicurezza e di controllo della spesa pubblica.

Il progetto delle destre al governo

La riforma Nordio-Meloni è parte di un progetto iniziato con le destre al governo: riscrivere la Costituzione repubblicana mai pienamente riconosciuta come il fondamento della nostra democrazia

Tutto questo avviene in un contesto internazionale nel quale le democrazie stanno progressivamente perdendo i loro connotati fondamentali. È scontato il riferimento agli Stati Uniti di Donald Trump e all’Ungheria di Viktor Orbàn, così come alle tante forze europee di estrema destra che vorrebbero imporre una svolta autoritaria ai nostri paesi. Quella che appare una questione domestica colloca in realtà l’Italia in una nuova e preoccupante fase globale, nella quale i diritti inviolabili della persona e le nostre libertà sono compromessi dalla sospensione della forza della legge, lasciando spazio alla logica della violenza, della sopraffazione e della guerra.

Luigi Ciotti: "Votiamo per il referendum sulla giustizia, facciamolo per noi"

Anche la riforma Nordio-Meloni è parte di un progetto iniziato con le destre al governo: riscrivere la Costituzione repubblicana mai pienamente riconosciuta come il fondamento della nostra democrazia, attaccando la forma dello Stato unitario con l’autonomia differenziata, la democrazia parlamentare con il premierato, lo Stato di diritto con il ridimensionamento dell’autonomia e indipendenza della magistratura. La riforma rompe l’unità della cultura della giurisdizione che forma e ispira tutti i magistrati italiani, quelli che hanno scelto la funzione requirente, i pubblici ministeri, e quelli che hanno scelto di svolgere la funzione del giudice: una preziosa peculiarità del nostro ordinamento che andrebbe esportata in altri paesi. Spesso in questi giorni ci viene raccontato che separando i percorsi di formazione e di carriera con due Csm, uno per pubblici ministeri e un altro per i giudici, avremo finalmente un giudice terzo.

Al di là della irricevibile sottesa affermazione che per ottant’anni non avremmo avuto giudici terzi e imparziali, che offende la professionalità e la dedizione dell’intera magistratura e in particolare di quei magistrati che hanno perso la loro vita, questa riforma cancella una fondamentale garanzia. Secondo il nostro ordinamento, il pubblico ministero ha la funzione requirente e deve accertare la verità offrendo al giudice anche prove a favore dell’imputato. La riforma voluta dal governo, invece, vuole trasformare il pm nell’avvocato dell’accusa, interessato solo a collezionare condanne. Non a caso in molti hanno parlato del futuro pm come di un super poliziotto.

Effetti opposti a quelli dichiarati

Come nella migliore tradizione delle forze politiche della destra illiberale tutto questo si accompagna a una violenta propaganda. Si cerca di convincere italiane e italiani che solo così avremo una giustizia giusta, quando in realtà per le persone sarà più difficile avere giustizia. Questa riforma non accorcia la durata dei processi, non stabilizza i precari, non migliora l’efficienza degli uffici giudiziari, non rende più dignitose le carceri italiane. Dove sta l’inganno? Le finalità dichiarate della riforma produrranno effetti opposti: si afferma di voler ridimensionare il ruolo dei pubblici ministeri e in realtà si conferisce loro più potere. Però l’esito in futuro sarà uno solo: sottoporre i pm al potere politico. A quel potere politico che non vuole essere disturbato, mal sopporta pesi e contrappesi, non accetta controlli, considera il dissenso un reato e vuole neutralizzare tutti gli strumenti volti ad assicurare che l’azione di governo si svolga nel rispetto della legge, della Costituzione e del diritto internazionale.

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La posta in gioco è molto alta. Non è una questione che politici e magistrati possono sbrigare tra di loro, come se si trattasse di una contesa domestica sulla distribuzione del potere tra ministro e magistratura. Ci riguarda da vicino, tocca la nostra carne viva, i nostri diritti, le nostre libertà. In questi lunghi anni di vita democratica tanti nostri diritti in tema di lavoro, salute e ambiente ancora non riconosciuti dalla legge o negati dal potere politico o dalle lobby degli affari e dell’economia, sono stati affermati in sede giudiziaria perché il magistrato era autonomo e indipendente, libero di tutelare i più deboli. Domani potrebbe essere più difficile, se non impossibile. Per questo siamo chiamati a informarci, a informare altri per andare a votare e votare consapevolmente No.

Da lavialibera n° 37

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