Rimini, 21 febbraio 2026. Benedetta Tobagi durante un incontro pubblico per sostenere il No al referendum sulla riforma Nordio
Rimini, 21 febbraio 2026. Benedetta Tobagi durante un incontro pubblico per sostenere il No al referendum sulla riforma Nordio

Referendum giustizia 2026, Benedetta Tobagi: "Un voto contro i depistaggi, per la verità"

Le prime grandi inchieste su corruzione e stragi sono state possibili grazie all'indipendenza della magistratura, quando una generazione di giovani togati ha interrotto la vecchia sintonia con il potere esecutivo, in nome della Costituzione. Ora la riforma Nordio mette in discussione l'autonomia delle toghe

Bendetta Tobagi

Bendetta TobagiScrittrice e storica

27 febbraio 2026

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Parlo da cittadina alle cittadine e ai cittadini: l’indipendenza della magistratura tutela innanzitutto noi, interessa a noi, protegge noi prima che i magistrati, perché rappresenta un argine al potere di chi governa e quindi anche agli eventuali abusi di potere. Questo è il tema cruciale che dobbiamo rimettere al centro della discussione in vista del referendum del 22 e 23 marzo, diversamente da quello che ripetono le forze di governo.

"L’indipendenza del potere giudiziario è sotto attacco da parte dell’esecutivo in tutto il mondo; è un tema globale, specialmente dove le destre sono al potere"

Dobbiamo innanzitutto dissipare la nebbia, il polverone che hanno alimentato ad arte, perché questa riforma costituzionale – con il pretesto di una separazione delle carriere che di fatto c’è già e funziona, e ce lo dicono anche voci autorevolissime dall’avvocatura, che stanno prendendo posizione per il No – mira a indebolire l’indipendenza della magistratura e intaccare l’equilibrio tra i poteri. Questa cosa è gravissima. Il tema è particolarmente urgente perché noi vediamo che l’indipendenza del potere giudiziario è sotto attacco da parte dell’esecutivo in tutto il mondo; è un tema globale, specialmente dove le destre sono al potere. Cito un nome per tutti: Donald Trump, giusto per ricordare una figura che è molto amata e ammirata da chi ci governa adesso.

Rosy Bindi: "La riforma della magistratura fa parte di un progetto più ampio"

Una riforma senza confronto parlamentare

La giustizia è frutto di equilibri delicatissimi, la sua forma è figlia della cultura giuridica e della storia di un paese. Allora, per muovermi in quello che è il mio “territorio” come studiosa, penso che proprio la profondità storica, la storia dell’Italia repubblicana, ci dice delle cose importanti e ci dà degli argomenti ancora una volta a sostegno di un pacato convinto No.

In queste settimane si è rievocata molto, attraverso le due figure fondamentali che l’hanno plasmata – Giuliano Vassalli e Giandomenico Pisapia – la riforma che ha trasformato il processo penale in senso accusatorio. Però non si ricorda abbastanza che quella riforma ha avuto una gestazione lunghissima; ci sono voluti vent’anni, vent’anni fatti di studi, fatti di confronto, con il coinvolgimento di tutte le parti interessate, di dialogo tra i molti esperti e studiosi coinvolti nel comitato ministeriale a partire dal 1974, per una riforma che poi è arrivata nel 1989. Tra loro mi piace ricordare il giudice istruttore Guido Galli, che poi nell’80 è stato ucciso dal terrorismo rosso. E adesso? Come ricordava il presidente del comitato per il No Giovanni Bachelet, manco c’è stato il confronto parlamentare.

La riforma del governo tutela i più forti

La stagione della “nuova” magistratura

Da una parte, c’era un’alta magistratura profondamente in sintonia con il potere esecutivo, che coltivava l’idea di giustizia come ordine, come repressione, come “non disturbare il manovratore”. Dall’altra parte, maturava l’idea di una giustizia che fosse veramente permeata dallo spirito della Costituzione, una giustizia che difendesse tutti

Un altro dato storico molto importante da richiamare: l’indipendenza, interna ed esterna, della magistratura in Italia è stata conquistata nel dopoguerra attraverso una lenta lotta durata decenni, la Costituzione e i suoi principi sono restati a lungo solo sulla carta, è giunta realmente a maturazione tra gli anni Sessanta e Settanta. Per questo occorre prestare grande attenzione ai meccanismi, alle persone, ai funzionamenti della macchina delicata della giustizia.

Che cosa succede tra gli anni Sessanta e Settanta? Avviene uno scontro interno alla magistratura, perché c’è una generazione di giovani magistrati che sono per così dire “impregnati” dallo spirito costituzionale che si scontrano con l’altra magistratura. Perché le gerarchie interne, il sistema gerarchico-burocratico del corpo era un grosso ostacolo a una reale autonomia dei giudici – e può tornare a essere un problema.

Qual è il grande scontro di quella stagione? Sono proprio due culture, due idee di giustizia diverse. Da una parte, c’era un’alta magistratura profondamente in sintonia con il potere esecutivo, che coltivava l’idea di giustizia come ordine, come repressione, come “non disturbare il manovratore”. Dall’altra parte, maturava l’idea di una giustizia che fosse veramente permeata dallo spirito della Costituzione, una giustizia che difendesse tutti, soprattutto i più poveri, i più deboli, e soprattutto che chiamasse a rispondere dei propri atti anche il potere politico ed economico.

Quella discussione, quella battaglia tra due idee di giustizia è maturata e si è svolta nell’ambito delle tante vituperate “correnti”: e io vorrei sottolineare che la corruzione, i favori, i “magheggi” li fai tranquillamente senza correnti e persino fuori dal Csm, invece la rappresentanza, un dibattito maturo hanno bisogno di luoghi di rappresentanza e discussione per la categoria. Noi tutti abbiamo visto i frutti concreti di quell’indipendenza che si è realizzata tra gli anni Sessanta e Settanta: di nuovo, voglio portare solo due esempi. Innanzitutto, le prime grandi inchieste sulla corruzione – lo scandalo dei petroli. Poi, i grandi processi sulle stragi: è stata quella generazione di magistrati giovani, indipendenti, che ha scoperchiato il verminaio dei depistaggi.

E i depistaggi che cos’erano? Le forze di sicurezza e servizi segreti – quindi emanazioni del potere esecutivo – che remavano contro la giustizia. E se noi oggi abbiamo pezzi importantissimi di verità sulle stragi, lo dobbiamo soprattutto a loro.

Al governo non piacciono i controlli

La giustizia e la stampa sotto attacco

Concludo con un ultimo dato storico, tragico: la magistratura spesso l’ha pagata col sangue, questa sua indipendenza, questo ruolo che ha svolto. Voglio ricordare che sono ben 26 i magistrati assassinati dal terrorismo rosso e nero e dalle mafie, 11 colpiti dal terrorismo e 15 dal crimine organizzato. In questo senso i magistrati hanno condiviso questo tragico destino con troppi giornalisti, in Italia.

E qual è il tratto comune di una magistratura indipendente e di una stampa indipendente? Sono il baluardo, la salvaguardia della democrazia e dei diritti di noi cittadini. Di nuovo: è una cosa che riguarda noi. E allora quando la giustizia e quando la stampa indipendenti sono svilite, sono variamente attaccate e denigrate e aggredite, come accade troppo spesso oggi in Italia e nel mondo – anche questo è un tema globale – questo è un problema per tutti noi. Ecco, io sono qui per questo. Spero che sarete in tanti a condividere questo impegno.

* Intervento tenuto in occasione della presentazione del comitato della Società civile per il No, a Roma il 20 dicembre 2025.

Da lavialibera n° 37

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