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Trentennale stragi. Deaglio: "Trent'anni di depistaggi, pigrizia e collusioni"

Ricordando la morte dei giudici, celebriamo il loro coraggio e poco altro. In Sicilia non c'è stato il ricambio della classe dirigente e nel Paese la collusione con Cosa nostra ha influenzato l'azione di magistratura e politica

Enrico Deaglio

Enrico DeaglioGiornalista e scrittore

17 maggio 2022

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Il mio ultimo libro Qualcuno visse più a lungo – La favolosa protezione dell’ultimo padrino (Feltrinelli, 2022) ripercorre la storia di uno dei clan mafiosi più misteriosi di Palermo, i Graviano di Brancaccio. Passati sotto i radar per decenni, detentori di un patrimonio che li mette ai vertici delle ricchezze italiane, i due fratelli Graviano sono stati protagonisti delle stragi palermitane e di quelle continentali, in associazione con vertici dei carabinieri e dei servizi segreti. Il loro arresto, in un ristorante a Milano il 27 gennaio 1994, ha coinciso con la fine di ogni violenza terroristica in Italia. Appena pochi giorni prima, i Graviano avevano programmato un attentato allo stadio Olimpico di Roma che avrebbe sicuramente messo fine alla democrazia in Italia. Perché il telecomando che doveva azionare la bomba non funzionò? È ancora oggi un mistero.

La saga dei Graviano è stata per me un’occasione per ripercorrere la storia della mafia siciliana

La saga dei Graviano è stata per me un’occasione per ripercorrere la storia della mafia siciliana e i cambiamenti che ha portato nella società italiana, giungendo a conclusioni che sono un po’ diverse da quelle correnti.

Il dittatore di Cosa nostra

Per esempio, mi è sembrato importante sottolineare il peso economico-finanziario che Cosa nostra ha avuto fin dagli anni Settanta del secolo scorso, quando, oltre al controllo della spesa pubblica siciliana (cemento, ma non solo), ha aggiunto il ben più lucroso monopolio dell’export dell’eroina in Usa e in Canada. Se si rileggono ora le vicende di Michele Sindona, tanto a New York quanto a Milano, e l’incredibile storia del suo finto rapimento (1979) credo si possa cogliere una dimensione internazionale del fenomeno, che solo Giovanni Falcone aveva intuito. Di fatto, la Sicilia di quel periodo era un narcostato; con le proprie rotte di acquisizione delle materie prime, una rete diffusa di raffinerie, un articolato sistema di distribuzione, il controllo totale del territorio, una presenza imponente nel nostro sistema bancario nazionale alimentato da una liquidità senza soste. Noi in genere datiamo il momento di crisi tra Cosa nostra e lo Stato nel 1992, quando l’organizzazione non riesce a ribaltare l’esito del maxiprocesso. Penso che si possa retrodatare il tutto di almeno dieci anni: il narcostato entrò in guerra quando venne approvata la legge Rognoni-La Torre, quando Buscetta e Contorno andarono a testimoniare in America, quando Falcone immaginò la Dia e collaborò con l’Fbi.

Falcone rimane sempre più isolato: i suoi colleghi condussero una lotta ignobile contro di lui, i vertici della polizia commissariarono la squadra mobile di Palermo al solo scopo di fermarlo, si tentò di ucciderlo e di infangarlo, la politica cercò di renderlo innocuo

Gli anni Ottanta sono quelli il cui il narcostato combatte la sua battaglia interna e la guerra (con un prezzo di diecimila morti e/o scomparsi in tutto il sud Italia, circa tremila nella sola Palermo) vede emergere un dittatore sanguinario, Salvatore Riina, che non ha le qualità del leader, ma solo quelle dell’enforcer. Nello stesso tempo, Falcone rimane sempre più isolato: i suoi colleghi condussero una lotta ignobile contro di lui, i vertici della polizia commissariarono la squadra mobile di Palermo al solo scopo di fermarlo, si tentò di ucciderlo e di infangarlo, la politica cercò di renderlo innocuo. Davvero, la sua eliminazione faceva comodo a troppi: Capaci e via D’Amelio hanno una lunga preparazione.

Un colpevolissimo silenzio

Stiamo parlando di eventi lontani nel tempo, ormai, con i protagonisti quasi tutti morti e la memoria diventata piuttosto vaga; ma si resta ancora adesso interdetti dalla quantità e ampiezza di depistaggi e tradimenti che hanno accompagnato la morte di Falcone e Borsellino e impedito la verità su quanto è successo in questo Paese.
La cronaca di allora mi ha dato molti spunti per arricchire la storia per come l’abbiamo finora conosciuta: l’importanza del boss Francesco Di Carlo, la sua "british connection" e la sua affiliazione a Gladio; le vere ragioni dell’omicidio del vicecapo della Mobile Ninni Cassarà; l’opera nefasta compiuta dal commissario Arnaldo La Barbera; il ruolo avuto dai servizi segreti nella campagna stragista. Un personaggio poi, balza fuori da un colpevolissimo silenzio: Nino Gioè, boss mafioso di Altofonte, paracadutista della Folgore, reclutato dai servizi fin dall’1988, organizzatore della strage di Capaci, arrestato nel marzo 1993 e poi “suicida” a Rebibbia pochi mesi dopo.

C'è un personaggio che balza fuori da un colpevolissimo silenzio: Nino Gioè, boss mafioso di Altofonte, paracadutista della Folgore, reclutato dai servizi fin dall’1988, organizzatore della strage di Capaci, arrestato nel marzo 1993 e poi “suicida” a Rebibbia pochi mesi dopo

Era lui, insieme a Giovanni Brusca, ad azionare il telecomando dalla collinetta di Capaci, e credo che quell’immagine possa essere considerata simbolica di quanto è successo in Italia. E poi ci sono, naturalmente, i Graviano: un clan che cerca di assomigliare alla famiglia Corleone del Padrino; si fa fatica ad accettare che non siano mai stati sospettati e siano rimasti sempre molto ai margini delle inchieste sulle stragi. Con il paradosso che sono gli unici in grado oggi di raccontare come andarono le cose davvero. 

La falsa retorica della legalità

Non ho idea di che cosa celebreremo quest’anno. Certo, il coraggio di Falcone e Borsellino, ma poco altro. Riguardando a ciò che è successo in trent’anni, la prima cosa che si può dire è che il depistaggio, la pigrizia e la collusione con Cosa nostra e il suo mondo, sono stati  dominanti nel comportamento della magistratura e della politica.

L’impostura del falso pentito Scarantino ha dominato la scena per quindici anni. L’incredibile stupidaggine dell’inchiesta trattativa, altrettanti

L’impostura del falso pentito Scarantino ha dominato la scena per quindici anni; l’incredibile stupidaggine dell’inchiesta trattativa, altrettanti; i magistrati hanno fatto affidamento su pentiti fasulli, per incuria o per convenienza e si sono circondati di una lunga serie di funzionari, periti, doppi agenti, delatori e confidenti di cui sono rimasti succubi. La stessa storia della vittoria sui corleonesi sarebbe da riscrivere; ormai si sa che Riina non venne catturato, ma consegnato, proprio come successe con il bandito Giuliano. Il disinteresse della politica per la questione mafia è ormai notorio, tutti si accontentano del fatto che da trent’anni non ci sono più cadaveri eccellenti; e per quanto riguarda la moralità dell’antimafia, purtroppo le vicende dei beni confiscati e gli esempi numerosi della falsa retorica della legalità dominano la scena, insieme allo spettacolo indecoroso delle lotte intestine tra magistrati e fautori di un minimo di umanità nelle carceri. 

In Sicilia non c’è stato, purtroppo, alcun ricambio nella classe dirigente, né quella redenzione che il sacrificio dei due giudici avrebbe dovuto promuovere

In Sicilia non c’è stato, purtroppo, alcun ricambio nella classe dirigente, né quella redenzione che il sacrificio dei due giudici avrebbe dovuto promuovere. Mi dispiace non poter portare note di ottimismo. Spero di essermi sbagliato e, se fosse così, mi perdonerete.

Da lavialibera n°14

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A trent'anni dalle stragi di Capaci e di via D'Amelio, lavialibera propone a lettrici e lettori un numero speciale: una riflessione a più voci sugli anni che ci separano dalla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un antidoto contro la retorica delle celebrazioni

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