Solitudine
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Condividere la solitudine

A tre anni di distanza dal numero sulla felicità, ci concediamo un nuovo numero speciale per parlare di solitudine e di stare insieme. Perché la solitudine è diventata uno dei problemi più striscianti e subdoli del nostro tempo. In questo numero non troverete molte risposte, ma un aiuto a ritrovarsi nelle stesse domande

Elena Ciccarello

Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera

1 agosto 2026

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A tre anni di distanza dal numero sulla felicità, ci concediamo un nuovo numero speciale per parlare di solitudine e di stare insieme. Perché la solitudine è diventata uno dei problemi più striscianti e subdoli del nostro tempo.

Intendiamoci, esiste una solitudine che difendiamo come preziosa, creativa, di pensiero e di connessione con sé stessi. Fatta di studio, calma e momentanea sospensione della frenesia e degli obblighi del vivere insieme, che è persino preparatoria all’incontro autentico con gli altri. Il libero sottrarsi al conformismo della comunità, il prendere distanza dall’omologazione e dal controllo sono una condizione feconda e a volte un passaggio obbligato per la scoperta e la dissidenza. "Sconfinare è vita", scrive Alessandro Bergonzoni in questo numero.

Le due facce dell'essere soli. L'editorale di Luigi Ciotti

Ma la solitudine cui oggi sono dedicati libri, convegni e, per chi può permetterselo, sedute dallo psicologo, non è quella dell’introspezione, quanto piuttosto quella della sofferenza, che nasce dal non sentirsi riconosciuti, compresi e intimi con nessuno. Quell’impossibilità del "potermi dire amato" come aspirazione di un’intera vita, di cui scrisse Raymond Carver prima di morire. Su questa dimensione ha avuto un impatto drammatico l’iperconnessione permanente che ha prosciugato le possibilità della solitudine buona, alimentando un bisogno dopato di riconoscimento. È nato un nuovo “sentirsi soli” spesso medicalizzato e ridotto a problema personale, affrontato in un cortocircuito che cura il sintomo riproducendone la causa: lasciando solo come malato chi è già isolato.

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Facciamo i conti con una solitudine imposta: non uno stato d’animo soggettivo, ma una condizione strutturale cui è difficilissimo sottrarsi. Per molti la solitudine è conseguenza della marginalizzazione, dell’accelerazione produttivista, dell’individualismo da competizione, dell’alienazione, dell’assenza di spazio-tempo da dedicare a sé stessi e agli altri.

Hannah Arendt lo ha descritto raccontando l’ascesa dei totalitarismi: le persone che si sentono isolate, escluse, prive di status e abbandonate dalle istituzioni, sono le stesse che sostengono l’ascesa dei regimi

Noreena Hertz, nel suo Il secolo della solitudine, ricorda che in meno di venti anni il ritmo con cui camminiamo in città è diventato significativamente più veloce. Più una città diventa ricca, più il ritmo aumenta. Corriamo, senza sapere bene verso cosa, ma certamente non in compagnia. Ciò che rende questa solitudine ancora più inquietante è la risposta che ne potrebbe derivare.

Hannah Arendt lo ha descritto raccontando l’ascesa dei totalitarismi: le persone che si sentono isolate, escluse, prive di status e abbandonate dalle istituzioni, che "sentono di non avere un posto nella società", sono le stesse che sostengono l’ascesa dei regimi. Chi si sente solo può ritrovare uno scopo e il rispetto di sé con la sottomissione a una disciplina e un’ideologia, oggi diremmo nell’adesione a gruppi identitari adatti ad un’appartenenza veloce, senza ulteriori complessità. Avviene già sotto i nostri occhi.

Stare insieme in democrazie sempre più malate è un esercizio difficile, ma continua ad essercene voglia e alcune pagine di questo numero lo testimoniano. Le piazze che si riempiono, i ragazzi e le ragazze che cercano spazi per incontrarsi al di fuori della logica del consumo, le nuove forme improvvisate di stare insieme sono segnali che il bisogno degli altri non si è spento.

In questo numero non troverete molte risposte, ma un aiuto a ritrovarsi nelle stesse domande, a sentirsi parte di qualcosa di più grande e, ci auguriamo, la possibilità di condividere liberamente la propria solitudine. Che è già forse un primo passo per uscirne.

Da lavialibera n° 40

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