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1 agosto 2026
Le piazze colme di bandiere palestinesi, le lenzuola bianche appese alle finestre di case ed edifici pubblici per ricordare le vittime delle bombe israeliane, lo sciopero della fame dei sanitari, gli appelli di artisti e intellettuali. Per Paola Caridi, giornalista e scrittrice, tra le animatrici delle iniziative pubbliche raccolte sotto il titolo L’ultimo giorno di Gaza, c’è qualcosa di inedito e sorprendente nella mobilitazione che negli scorsi mesi ha mosso l’Italia, da Nord a Sud, dalle grandi città ai paesini più remoti: un nuovo stare insieme politico, fatto di migliaia di corpi che occupano lo spazio pubblico per dire "non nel mio nome" e per dirsi "non sono solo, non sono sola". "Nelle decine di incontri a cui ho partecipato, gli abbracci, le strette di mano, il contatto fisico sono diventati così frequenti da interrogarmi – racconta a lavialibera –. Quello che è successo ha innescato una strana forma di intimità, che credo continuerà".
A Gaza, la tragedia dei dispersi e dei corpi senza nome
Se dovesse scegliere una parola per descrivere la mobilitazione per Gaza degli ultimi mesi, quale sarebbe?
Partecipazione. È il vero cambiamento nei fatti, iniziato subito dopo il 7 ottobre, soprattutto con gli studenti, e cresciuto nel tempo fino al picco delle piazze dello scorso autunno. Una partecipazione trasversale, che si è rivelata maggioritaria e ha superato i divari destra-sinistra e generazionali.
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