
21 marzo, Luigi Ciotti: "Liberiamo l'Italia da mafie e disuguaglianze"

25 marzo 2025
"Se state leggendo questo, significa che sono stato ucciso – molto probabilmente intenzionalmente – dalle forze di occupazione israeliane". Hossam Shabat, giornalista palestinese di 23 anni, sapeva che continuare a raccontare l'invasione di Gaza significava rischiare la propria vita ogni giorno. Per questo aveva già pronto da tempo un messagio d'addio. È stato reso pubblico nella serata del 24 marzo, dopo la morte del giovane corrispondente di Al Jazeera nell'ennesimo raid aereo israeliano a Beit Lahia, nel nord della Striscia. Secondo i testimoni sentiti dall'emittente qatariota, l'automobile di Shabat sarebbe stata raggiunta da un attacco mirato senza alcun preavviso. Le autorità israeliane ritenevano Shabat affiliato ad Hamas, accusa che, come ha affermato Reporter senza frontiere, non è sostenuta da alcuna prova concreta e in ogni caso "non può dare la licenza di uccidere".
L'ex ministro Atef Abu Saif: "A Gaza Israele uccide anche la storia"
Nello stesso giorno, un altro giornalista palestinese, Mohammad Mansour, che lavorava per il canale televisivo Palestine Today, è stato ucciso in un raid distinto a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, almeno 173 professionisti dell'informazione hanno perso la vita dal 7 ottobre 2023 a causa dell'offensiva israeliana, che è ripresa il 18 marzo dopo due mesi di cessate il fuoco: mai così tanti giornalisti sono morti un uno scenario di guerra.
"Quando tutto questo è iniziato – si legge nel messaggio di Shabat –, ero uno studente di 21 anni con i sogni di un ragazzo come tanti altri. Negli ultimi 18 mesi, ho dedicato ogni momento della mia vita al mio popolo. Ho documentato gli orrori nel nord della Striscia di Gaza minuto per minuto, determinato a mostrare al mondo la verità che loro provano a sotterrare. Ho dormito sui marciapiedi, nelle scuole, nelle tende, ovunque fosse possibile. Ogni giorno è stato una battaglia per la sopravvivenza. Ho sofferto la fame per mesi, ma non ho mai abbandonato la mia gente".
"Ho rischiato tutto per raccontare la verità, ora posso finalmente riposare. Vi chiedo: non smettete di parlare di Gaza"Hossam Shabat
"Per Dio, ho compiuto il mio dovere da giornalista – prosegue il messaggio –. Ho rischiato tutto per raccontare la verità, e ora posso finalmente riposare, cosa che non sono riuscito a fare negli ultimi 18 mesi. Ho fatto tutto ciò perché credo nella causa palestinese. Credo che questa terra sia nostra, e morire per difenderla e servire la sua gente è stato il più grande onore della mia vita. Ora vi chiedo: non smettete di parlare di Gaza. Non permettete che il mondo si volti dall'altra parte. Continuate a lottare, a raccontare le nostre storie, finché la Palestina sarà libera. Per l'ultima volta: Hossam Shabat, dal nord di Gaza".
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Chi racconta la realtà dell'occupazione finisce nel mirino anche in Cisgiordania, la porzione di territorio palestinese compresa tra i confini israeliani riconosciuti dall'Onu e la Giordania, che Israele occupa e colonizza dal 1967: sempre il 24 marzo, Hamdan Ballal, co-regista del documentario No Other Land appena premiato agli Oscar, è stato aggredito e ferito da diversi coloni nel villaggio di Susiya, parte dell'agglomerato di Masafer Yatta. Arrestato dall'esercito israeliano, è stato liberato nel pomeriggio di martedì.
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"Questo schema fin troppo familiare alimenta il massacro senza precedenti di giornalisti che si sta verificando a Gaza, volto a imporre un blackout mediatico su quel territorio"Reporter senza frontiere
Decine di giornalisti palestinesi sono ancora detenuti nelle carceri israeliane: a inizio anno, secondo Reporter senza frontiere, erano 37, dato che fa dello Stato ebraico la "terza più grande prigione per giornalisti al mondo" dopo Cina e Myanmar. L'organizzazione non governativa ha presentato quattro denunce alla Corte penale internazionale per quello che ha definito un "massacro di giornalisti senza precedenti", che segue uno "schema ormai noto" volto a imporre sulla Striscia un "blackout mediatico".
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