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27 febbraio 2026
Maggiore indipendenza tra giudici e pm, così da garantire ai cittadini sotto accusa giudizi imparziali e ai loro avvocati la possibilità di confrontarsi in maniera più equa. Una valutazione più rigorosa delle carriere dei magistrati, sia per quanto riguarda avanzamenti e nomine negli uffici direttivi, sia per le questioni disciplinari. Sono queste, in estrema sintesi, le ragioni alla base della riforma Nordio.
Per diventare magistrati si svolge un unico concorso. Allo stato attuale, e soprattutto dopo le riforme introdotte dall’ex ministra della Giustizia Marta Cartabia, un pm può cambiare ruolo e diventare giudice (o viceversa) soltanto una volta nei sei anni dal superamento del concorso, e cambiando distretto di Corte d’appello (che nella maggior parte dei casi vuol dire cambiare regione). Per il governo e per i sostenitori del sì, tuttavia, questi limiti al cambio di ruolo non hanno realmente eliminato il legame tra pm e giudice, che continuano a condividere la stessa cultura della giurisdizione.
Per i sostenitori del Sì, separando i percorsi si completerebbe un percorso avviato quarant’anni fa dal ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, che riformò radicalmente la procedura penale. Inoltre, si renderebbe il sistema italiano più simile a quello di altri Stati europei. A chi fa notare, però, che in questi sistemi il lavoro dei procuratori è sotto il controllo dei ministeri, e quindi della politica, i fautori della riforma replicano che sarà mantenuta l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati requirenti.
Ripercorri la storia della riforma che separa le carriere
Con l’introduzione del sorteggio dei componenti togati (cioè i rappresentanti dei magistrati) nel Consiglio superiore della magistratura (Csm) e nell’Alta corte disciplinare, i proponenti sostengono di volere porre fine alla “deriva correntizia” e arrivare a ottenere valutazioni (di professionalità o sui procedimenti interni) meno influenzabili da logiche di appartenenza. In breve, le cosiddette correnti sono associazioni di magistrati che condividono idee, valori e visioni.
Oltre a prendere parte al dibattito sul ruolo delle toghe, sulle leggi e sull’applicazione, le associazioni (le principali sono Area, Magistratura democratica, Magistratura indipendente e Unicost) concorrono per la rappresentanza all’interno dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), che è una sorta di sindacato dei magistrati.
Come ha rivelato un’indagine giudiziaria sull’ex magistrato Luca Palamara, già presidente dell’Anm ed ex consigliere del Csm che ha patteggiato una condanna per traffico di influenze illecite a favore di un imprenditore, le associazioni possono influenzare anche carriere e nomine privilegiando criteri di fedeltà ai meriti professionali. Quello scandalo ha reso evidente una certa deriva delle correnti rispetto ai loro compiti legittimi.
La politica, l’avvocatura e pure alcuni magistrati, quelli più estranei alla vita associativa, hanno spesso contestato questo malcostume. A ciò intende rispondere la riforma Nordio introducendo la soluzione drastica del sorteggio, sia per i due Csm, sia per l’Alta corte, togliendo così potere e influenza ai poteri di rappresentanza delle associazioni.
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