Torino, aprile 2025. Un manifestante indossa la maschera del ministro Valditara
Torino, aprile 2025. Un manifestante indossa la maschera del ministro Valditara

Il referendum sulla magistratura è un tema difficile, ma tocca anche noi universitari

Il dibattito pubblico sul referendum sulla giustizia ha faticato a entrare nelle vite quotidiane di studenti e studentesse, non per disinteresse, ma per una precisa scelta di fondo: tenere la questione sotto traccia e non permettere l'espressione consapevole. Eppure, per chi vive l'università come spazio di formazione critica, di partecipazione democratica e di costruzione di cittadinanza attiva, questo tema non è né tecnico, né distante

Sabrina Loparco

Sabrina LoparcoEsecutivo nazionale Unione degli universitari (Udu)

27 febbraio 2026

  • Condividi

Negli ultimi mesi il dibattito pubblico sul referendum sulla giustizia, in particolare sulla separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, ha faticato a entrare davvero nelle vite quotidiane di studenti e studentesse, non per disinteresse, ma per una precisa scelta di fondo: tenere la questione sotto traccia e non permettere l’espressione consapevole. Eppure, per chi vive l’università come spazio di formazione critica, di partecipazione democratica e di costruzione di cittadinanza attiva, questo tema non è né tecnico, né distante: riguarda direttamente il modello di società e di Stato di diritto in cui ci stiamo formando.

Rosy Bindi: "La riforma Nordio fa parte di un progetto più ampio"

La questione è reale

"In un contesto segnato da crescenti disuguaglianze sociali, precarietà economica e repressione del dissenso, il modo in cui funziona la giustizia penale incide anche sulla possibilità di partecipare, protestare, organizzarsi"Sabrina Loparco - Esecutivo nazionale Udu

Per la popolazione studentesca la giustizia non è un ambito astratto. È il luogo in cui si misura la credibilità delle istituzioni, la capacità dello Stato di garantire uguaglianza, diritti e tutele, soprattutto per chi si trova in una posizione di maggiore fragilità. In un contesto segnato da crescenti disuguaglianze sociali, precarietà economica e repressione del dissenso, il modo in cui funziona la giustizia penale incide anche sulla possibilità di partecipare, protestare, organizzarsi.

Separare rigidamente le carriere dei magistrati, come proposto dal referendum, rischia di indebolire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, rafforzando una visione della giustizia più vicina alla logica dello scontro che a quella della garanzia dei diritti.

Negli ultimi anni, studenti e studentesse hanno dimostrato una forte capacità di mobilitazione su temi globali e strutturali: dalla solidarietà con il popolo palestinese alla critica del riarmo, dalla lotta contro il cambiamento climatico alla difesa dell’università pubblica, fino al contrasto alle selezioni sterili, come dimostra la larghissima mobilitazione contro il semestre filtro a Medicina e il sostegno al ricorso collettivo. Queste mobilitazioni nascono da una consapevolezza diffusa delle ingiustizie sistemiche e da una sfiducia crescente verso un modello politico che investe in guerra e repressione invece che in welfare, istruzione e diritti. Tuttavia, quando il conflitto si sposta su un terreno più tecnico come quello dell’ordinamento giudiziario, la posta in gioco rischia di diventare meno leggibile.

Cresce la repressione del dissenso in università. Intervista a Donatella della Porta

I tecnicismi escludono

"Dire No a questo referendum per noi significa anche rifiutare l’idea che l’ennesima modifica ordinamentale, scollegata da un investimento reale sulla giustizia come servizio pubblico, possa risolvere problemi che sono politici e sociali prima ancora che giuridici"

Non è che manchi l’interesse: manca spesso un racconto democratico o addirittura manca il confronto. Molti studenti e studentesse colgono intuitivamente che la separazione delle carriere non è una riforma neutra, ma faticano ad avere strumenti chiari per comprenderne le conseguenze concrete. In questo vuoto si inserisce una narrazione semplificata che presenta il referendum come una battaglia di “civiltà giuridica” o di efficienza, senza interrogarsi su chi ne trarrebbe davvero beneficio e su quali equilibri istituzionali verrebbero messi in discussione.

È qui che si inserisce il nostro ruolo: rendere il più chiaro possibile alla componente studentesca quale sia lo stato dell’arte. Come organizzazione studentesca, incontriamo diverse difficoltà nel trattare un tema così specifico. La prima è il linguaggio: il dibattito sulla giustizia è spesso dominato da tecnicismi che escludono, senza preoccuparsi di rendersi fruibili. Tradurre questi contenuti senza banalizzarli è una sfida politica prima ancora che comunicativa.

La seconda difficoltà è la frammentazione dell’attenzione: in un contesto in cui le urgenze sono molte – dal caro affitti alla crisi climatica, dal diritto allo studio alla guerra – è complicato far emergere l’importanza di una riforma che sembra lontana dalla quotidianità, ma che in realtà ne condiziona profondamente le possibilità di cambiamento. Il governo prova a far passare sotto traccia la riforma, inserendola in un momento storico caratterizzato da questioni politiche, sociali e universitarie enormi, che non possono passare in sordina e tendono a monopolizzare l’attenzione. C’è poi un problema di fiducia. Le riforme della giustizia degli ultimi anni sono spesso state presentate come soluzioni ai problemi strutturali del Paese, senza però produrre maggiore equità o accesso ai diritti. Questo alimenta scetticismo e disillusione, soprattutto tra i giovani. Dire No a questo referendum per noi significa anche rifiutare l’idea che l’ennesima modifica ordinamentale, scollegata da un investimento reale sulla giustizia come servizio pubblico, possa risolvere problemi che sono politici e sociali prima ancora che giuridici.

Una discussione collettiva

"Parlare di giustizia significa parlare di democrazia, di conflitto sociale, di diritti"

Per questo crediamo che il compito del mondo studentesco non sia solo quello di esprimere una posizione, ma di riaprire uno spazio di discussione collettiva. Parlare di giustizia significa parlare di democrazia, di conflitto sociale, di diritti. Significa chiedersi da che parte stare: da quella di un sistema che rischia di accentuare squilibri di potere, o da quella di chi rivendica istituzioni indipendenti, capaci di tutelare tutte e tutti, a partire dalle persone su cui spesso cade il peso dei privilegi diseguali, che questa riforma aumenta. È in questa prospettiva che diciamo No al referendum sulla separazione delle carriere. Non per difendere lo status quo, ma per affermare un’idea di giustizia che non sia piegata a logiche punitive o di controllo, e che resti uno strumento fondamentale di emancipazione e di garanzia dei diritti, anche e soprattutto per le nuove generazioni

Da lavialibera n° 37

  • Condividi

La rivista

2026 - Numero 37

Riformata

Riformata. Così il governo vorrebbe la magistratura, ma l'obiettivo è solo limitarne il potere

Riformata
Vedi tutti i numeri

La newsletter de lavialibera

Ogni sabato la raccolta degli articoli della settimana, per non perdere neanche una notizia. 

Ogni prima domenica del mese un approfondimento speciale, per saperne di più e stupire gli amici al bar

Ogni terza domenica del mese, CapoMondi, la rassegna stampa estera a cura di Libera Internazionale