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1 gennaio 2026
Il tempismo è eloquente: mentre il parlamento discuteva la manovra che, nella proposta del governo (mentre scriviamo si attende ancora il voto definitivo, ndr), prevede tagli all’istruzione per 620 milioni nei prossimi tre anni, il ministro Giuseppe Valditara esultava per la firma delle nuove Indicazioni nazionali che da settembre 2026 dovrebbero orientare l’insegnamento in tutte le scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado. "Si volta pagina – ha dichiarato lo scorso 9 dicembre –. Dal prossimo anno scolastico vi sarà il ritorno della centralità della storia occidentale, la valorizzazione della nostra identità, la riscoperta dei classici che hanno contraddistinto la nostra civiltà. Ripristiniamo inoltre il valore della regola, a partire da quella grammaticale, e del latino".
Libertà e lavoro. Le due "elle" di Valditara
L’atto che introduce le nuove Indicazioni nazionali è l’ultimo di una lunga serie: con 36 decreti governativi firmati dal suo insediamento, uno al mese, Valditara è il ministro dell’Istruzione (e del Merito, stando alla nuova denominazione del dicastero voluta da Giorgia Meloni) più prolifico degli ultimi vent’anni, senza contare le decine di direttive, circolari e note di natura amministrativa. "Per gran parte, si tratta di provvedimenti finalizzati a imbrigliare la critica e il dissenso ed esercitare forme di ingerenza nell’autonomia scolastica e nella libertà di insegnamento e sperimentazione", dice a lavialibera Manuela Calza, segretaria nazionale della Federazione lavoratori della conoscenza (Flc Cgil).
L’intenzione di imprimere una svolta ai contenuti dell’insegnamento scolastico è rivendicata apertamente nelle nuove Indicazioni nazionali, che "propongono un cambio di paradigma rimettendo al centro la valorizzazione delle conoscenze" in risposta a un presunto "cedimento valoriale del rispetto e della fiducia" verso l’istituzione e i docenti. In italiano, maggiore attenzione alle regole grammaticali, alla memorizzazione delle poesie, alla calligrafia e all’ortografia, con la richiesta di allontanarsi da una didattica che "cede allo spontaneismo". Alle medie, l’introduzione dell’insegnamento opzionale del latino, che "avvicina alla comprensione dei valori di una civiltà universale". In geografia, scompare il riferimento, contenuto nelle precedenti Indicazioni del 2012, alla "conoscenza dei differenti luoghi di nascita o di origine familiare" degli studenti stranieri.
Nella manovra 2026, le riduzioni all’istruzione ammontano a 620 milioni per i prossimi tre anni, soprattutto sull’edilizia scolastica
Poi, il discusso capitolo sulla storia, elaborato sotto il coordinamento di Ernesto Galli della Loggia: "Solo l’Occidente conosce la storia" ed è per questo stato in grado di farsi "intellettualmente padrone del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo", recita la premessa. Nell’intero documento di 102 pagine, i riferimenti all’Occidente sono 28, contro i due dell’edizione precedente, tra l’altro molto più snella. Agli insegnanti si chiede quindi di presentare la Bibbia, l’Iliade, l’Odissea e l’Eneide già dalla prima elementare, di dare maggior spazio alla storia greca, romana, italica e medievale in quanto "origini della civiltà occidentale su cui si fonda anche la nostra storia nazionale e la nostra identità".
"Più che indicazioni sembrano un proclama politico identitario, che vede l’insegnamento come trasmissione unilaterale di conoscenze e affossa quelle innovazioni che dal secondo dopoguerra si è tentato faticosamente di promuovere"Manuela Calza
"L’impianto è chiaramente prescrittivo e regressivo – commenta Calza, che in seno al Consiglio superiore della pubblica istruzione ha partecipato alla stesura di osservazioni critiche, rimaste in gran parte inascoltate –. Più che indicazioni sembrano un proclama politico identitario, che vede l’insegnamento come trasmissione unilaterale di conoscenze e affossa quelle innovazioni che dal secondo dopoguerra si è tentato faticosamente di promuovere". Tra queste, le pratiche di integrazione degli studenti stranieri ispirate all’interculturalità, messe da parte a vantaggio di una visione dell’inclusione basata esclusivamente sulla conoscenza della lingua e della storia italiana.
A stilare le nuove Indicazioni è stata una commissione di esperti nominati dal ministro e coordinati da Loredana Perla, docente di didattica e pedagogia all’Università di Bari. Un lavoro lungo due anni fatto, almeno nelle parole di Valditara, "di ascolto e confronto con la comunità scolastica e scientifica". Non è della stessa idea chi ha partecipato, come Paola Bortoletto, presidente dell’Associazione nazionale dirigenti scolastici (Andis): "Il coinvolgimento è stato limitato ad alcune audizioni interlocutorie con diverse associazioni e a un questionario inviato alle scuole piuttosto chiuso e con tempi strettissimi".

Calza parla di "consultazione farsa": "Il questionario non prevedeva di fatto la possibilità di esprimere dissenso e le risposte non si sa che fine abbiano fatto". Sulla sezione storia, per esempio, le quattro risposte chiuse entro cui scegliere recitavano: "Si condivide l’impianto perché prefigura un percorso “verticale” degli studi meglio scandito e articolato", "Sarebbe più utile ampliare le conoscenze suggerite nelle diverse classi del primo ciclo", "L’approccio metodologico è innovativo, ma richiederebbe maggior peso e tempo da assegnare alla disciplina" e "Nessuna risposta". Nessuna possibilità, quindi, di esprimere disaccordo sul merito, se non in uno spazio aperto dedicato a "suggerimenti e osservazioni" sulla globalità delle Indicazioni, inizialmente limitato a 250 caratteri, poi portato a 2mila.
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Critiche sul documento sono arrivate anche dal Consiglio di Stato, che il 9 settembre ha chiesto modifiche sospendendo il giudizio. Il parere favorevole è arrivato due mesi dopo, nonostante molte osservazioni formulate non siano state recepite. In particolare, l’organo avverte che la "scarsa chiarezza e intelligibilità" del documento e l’utilizzo di "concetti giuridici indeterminati" rischiano di "indebolire l’autonomia didattica" introducendo "elementi “capricciosi” di eccessiva discrezionalità anche sanzionatorio-autoritativa" ed esponendo docenti e dirigenti ritenuti inadempienti a "forme diffuse, non proporzionate né appropriate di responsabilità".
Oltre a insegnanti e dirigenti, la riforma chiama in causa gli editori dei libri scolastici, di cui Valditara vuole vedere le versioni aggiornate sui banchi dal prossimo settembre. "Proprio in queste settimane abbiamo ultimato il lavoro di riprogettazione perché da metà gennaio inizi la promozione dei nuovi testi nelle scuole – spiega a lavialibera Roberto Devalle, direttore editoriale di Deascuola e vicepresidente del consiglio del gruppo educativo in seno all’Associazione italiana editori (Aie) –. Siamo tenuti ad allinearci alle nuove Indicazioni nazionali, poi certamente ogni editore può interpretarle con un margine di autonomia che tiene conto anche delle diverse sensibilità autoriali". Più categorico Alessandro Laterza, amministratore delegato dell’omonima casa editrice, che non pubblica testi per primaria e medie ma attende le nuove Indicazioni nazionali per le superiori, in arrivo nel 2027: "Non c’è alcun obbligo. Resta agli editori decidere se e in che misura applicarle o contraddirle proponendo un’alternativa e non possono esserci meccanismi di controllo diretti o indiretti da parte del ministero.
Secondo il Consiglio di Stato, le nuove Indicazioni nazionali rischiano di “indebolire l’autonomia didattica” esponendo insegnanti e dirigenti a sanzioni discrezionali
Noi abbiamo subìto un tentativo di intervento sui nostri testi, ma ci siamo fermamente opposti e mi auguro che simili incidenti non si ripetano". Il riferimento è a un episodio dello scorso giugno, quando Valditara aveva chiesto all’Aie accertamenti su un manuale di storia per le superiori edito da Laterza nel quale è scritto che Fratelli d’Italia ha "raccolto l’eredità del fascismo" e che il governo Meloni si sta distinguendo per "misure liberticide" e per la "guerra ai migranti".
In quell’occasione, il ministro aveva evocato il "rispetto del pluralismo". Lo stesso principio è richiamato in una nota del 7 novembre, poi diventata direttiva vincolante, che chiede ai dirigenti di garantire "il confronto di posizioni diverse" durante gli eventi scolastici. "Cosa significa, che se parliamo di femminicidi insieme ai familiari delle vittime dobbiamo far parlare chi ha compiuto il reato? – si chiede Bortoletto –. Il pluralismo c’è sempre stato, è nel dna della scuola, come anche l’autonomia, ma forse qualcuno se lo dimentica". In virtù della direttiva, a metà dicembre il ministero ha disposto ispezioni nei confronti di alcuni istituti toscani ed emiliani che hanno ospitato in collegamento la relatrice Onu per la Palestina Francesca Albanese, mentre a inizio novembre ha annullato un convegno online per docenti sulla militarizzazione della scuola.
Tra le "svolte" rivendicate dal ministro Valditara c’è anche il "record delle assunzioni di docenti: 156mila in tre anni". Eppure, i precari continuano a rappresentare il 25-30 per cento del corpo docente. Non solo: le graduatorie dalle quali gli istituti attingono supplenti qualificati sono in gran parte esaurite, per cui le migliaia di cattedre che rimangono vacanti vengono coperte chiamando chiunque si proponga.
Le sfide dell'educazione civica in Italia
Spesso, però, si tratta di persone senza alcuna esperienza di insegnamento né titoli di studio adeguati, a dispetto del "merito" costantemente evocato dal governo. La situazione è particolarmente critica sul sostegno dove, secondo la Federazione italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie, sei docenti su dieci sono precari e il 43 per cento è privo di specializzazione specifica.

Per garantire "continuità didattica", lo scorso maggio il ministero ha introdotto una nuova procedura per la conferma degli insegnanti di sostegno che parte dalla richiesta della famiglia. Una novità che non trova d’accordo l’Associazione nazionale dirigenti scolastici: "Non solo non risolve affatto il problema, ma preoccupa anche il messaggio che manda – commenta Bortoletto –. Certo, la famiglia può dire la sua, ma ci sono aspetti che spetta a docenti e dirigenti valutare.
Il Consiglio boccia Valditara, ma arriva il decreto
La continuità, poi, deve valere per tutti: sarebbe paradossale se rimanesse l’insegnante di sostegno mentre cambiano tutti gli insegnanti curricolari". Alle famiglie il governo ha riconosciuto anche la possibilità di scegliere se far frequentare o meno al figlio le attività legate all’educazione sessuale e affettiva: è quanto prevede il ddl Valditara approvato dalla Camera il 3 dicembre scorso, che richiede il consenso informato dei genitori e limita queste attività alla scuola secondaria.
A completare il disegno della scuola italiana secondo il governo Meloni, infine, la riforma dell’autonomia differenziata, che attribuirà alle regioni maggiori margini di decisione anche sull’istruzione. "Già esistono enormi divari in termini di povertà educativa e dispersione, non possiamo permetterci di cristallizzarli – avverte Bortoletto –. In ogni caso, una riforma di questo tipo non può essere calata dall’alto, ci aspettiamo un coinvolgimento che finora non abbiamo minimamente visto. La scuola è e dev’essere un bene comune, di tutte e di tutti, non di una parte".
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