
Speciale 21 marzo. Tutti i processi di mafia in Piemonte




Aggiornato il giorno 10 marzo 2026
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Per la XXXI edizione della Giornata della memoria e dell’impegno abbiamo pensato di tornare in Piemonte, in particolare a Torino, per diversi motivi che sono raccolti nel documento di preparazione all’evento. Tra questi, mi ritorna alla mente una ragione che riguarda da vicino la rete dei familiari di vittime innocenti delle mafie aderenti a Libera: lo straordinario incontro organizzato nel 2006, appunto a Torino, tra i familiari che dal 1995 si erano avvicinati alla nostra rete associativa per un momento di racconto reciproco.
Quel momento fu curato dai volontari torinesi e da don Luigi Ciotti. La sua vicinanza nel corso dell’intensa esperienza, così come gli abbracci con cui i volontari ci hanno accolto e incoraggiato, hanno fatto la differenza sulla sensazione di solitudine che tanti di noi via via stavano esprimendo. Ricordo quel momento come l’inizio di un percorso che ci ha incoraggiate e incoraggiati a raccontare non solo la persona cara che la violenza mafiosa ci aveva strappato, ma anche il nostro vissuto e il dolore personale.
Quell’attività profondamente individuale di condivisione aveva la capacità di generare emozioni e sentimenti collettivi, e nel tempo ci ha permesso di guardare anche a un orizzonte di speranze condivise.
Sono trascorsi vent’anni da quell’incontro e tornare a Torino, dal punto di vista dei nostri intenti di costruzione di una memoria collettiva, ha il significato denso di tutte le storie di vittime innocenti delle mafie che accompagneranno i nostri tanti passi verso il prossimo 21 marzo, inizio della primavera. Ecco perché ritengo sia molto importante aver cercato con cura tutte le vittime che, per qualche motivo, si sono incrociate con il territorio piemontese.
21 marzo, Luigi Ciotti: "Liberiamo l'Italia da mafie e disuguaglianze"
Questo rinnova un altro importante obiettivo che ci siamo posti in trent’anni, rendendolo sempre più vitale: la proposta di conoscenza delle tante storie di persone che con la loro stessa vita, terminata tragicamente, costituiscono un pezzo di storia del nostro Paese.
Siamo talmente convinte di questo dato da incoraggiare sulle storie una narrazione convincente e non retorica e stereotipata, che porti con sé la nostra scelta di chiedere che il diritto alla verità venga scritto nella nostra carta costituzionale, come testimonia il primo punto della campagna Fame di verità e giustizia. Dalla memoria del passato non può non emergere l’affermazione dei diritti mancati delle vittime. A partire, appunto, dal diritto alla verità.
Sono 1117 i nomi di vittime innocenti delle mafie che verranno letti in piazza a Torino questo 21 marzo. Nel 2026 ne sono stati aggiunti 16. Riportiamo qui brevemente le loro storie.
Don Ignazio Modica rivestiva la carica di vicario economo spirituale del Comune di Casteldaccia (PA), sostenendo tenacemente la trasparenza negli appalti comunali finanziati dal Governo per opere pubbliche. Verrà ucciso davanti alla sua chiesa, all'età di 42 anni. Dopo una serie di depistaggi, sulla base di nuove testimonianze, verranno indagati quattro mafiosi, che non saranno mai arrestati e processati.
Il 24 febbraio 1963, Raffaele Cutolo, allora 22enne, percorre il viale principale di Ottaviano (NA) con una Fiat 1100 a velocità elevata. Una ragazzina di 12 anni, che aveva rischiato di essere investita, gli dà del cretino. Cutolo la schiaffeggia in malo modo. Il fratello della bambina e un amico intervengono per difenderla, dando così iniziò ad una rissa. Mario Viscito, 31 anni, padre di tre figli, che passava di lì di ritorno dal lavoro, decide di intervenire per sedare la lite. Cutolo torna verso l'auto, prende la pistola e spara otto colpi, cinque dei quali colpiscono a morte Mario Viscito, la prima vittima del futuro capo della NCO.
Il 23 giugno 1967, Carmelo Siciliano, commerciante ortofrutticolo di 39 anni, viene ucciso nella piazza del mercato di Locri nel corso di un regolamento di conti tra clan. Il processo porterà alla sbarra figure di spicco delle 'ndrine locali, ma verranno tutti assolti e la strage del mercato di Locri resterà per sempre una storia senza colpevoli.
Il 30 settembre 1973, il piccolo Francesco Aversano, 9 anni, viene ucciso a Casal di Principe (CE) da un proiettile vagante nel corso di un agguato di camorra. È la prima vittima innocente del clan dei Casalesi.
La chiamarono la «strage dei picciriddi», l'uccisione di quattro ragazzini, tutti tra i 13 e 15 anni, avvenuta il 7 luglio 1976 a Mazzarino (CL). Qualche giorno prima, uno di loro aveva scippato la borsa alla madre di Nitto Santapaola, potentissimo boss catanese. I quattro, che vivevano nel quartiere popolare di San Cristoforo, spariscono nel nulla. Solo una dozzina di anni dopo, dalle dichiarazioni di un pentito si viene a sapere che i quattro “picciriddi” erano stati picchiati, strangolati e gettati in un pozzo.
La sera del 5 marzo 1982, don Carlo Lombardi, sacerdote e docente di religione presso un liceo di Benevento, resta vittima di una brutale esecuzione. Tre assassini entrano all’interno della chiesa di Santa Maria della Verità, lo legano con un fil d ferro, lo torturano e infine lo soffocano. Il movente, probabilmente, è da rinvenirsi in un atto ritorsivo per il suo impegno nella lotta alla criminalità nel rione della sua parrocchia.
Il 21 aprile 1982, a Bellizzi (SA), Raffaele Sarnataro viene assassinato a colpi di pistola durante un raid organizzato per uccidere Gennaro Lanzetta, esponente del clan Nuova Famiglia.
Era il 1° aprile del 1988 e la tradizionale processione del Venerdì Santo dalla basilica di Santa Croce, a Torre del Greco (NA), era partita da pochi minuti, quando un commando di fuoco fece irruzione nel ristorante “Taverna del Buongustaio”, dove erano seduti a tavola sei esponenti di spicco del clan Galliano-Mennella. Tra le vittime, un innocente cameriere: Domenico Di Donna, 61 anni, che si trovò sulla traiettoria dei proiettili.
Aveva solo 12 anni, quando venne ucciso, il 18 aprile 1991, a Castelvolturno (CE), mentre si trovava in auto insieme al padre e ad un amico, Pellegrino De Micco, vero obiettivo dell’agguato. Per l’omicidio è stato condannato all’ergastolo il boss Michele Zagaria. Trent'anni di reclusione per l’esponente del clan dei Casalesi Pasquale Apicella e 15 per il collaboratore di giustizia Luigi Diana.
Venne ucciso il 18 agosto del 1991 ad Alcamo Marina, in provincia di Trapani, perché sospettato di essere in rapporti con Filippo Massimiliano Pirrone, quest’ultimo appartenente al gruppo degli stiddari. Aveva 20 anni.
Fu ucciso il 28 settembre 2003, a Villa Literno (CE), durante una sparatoria tra i gruppi camorristici dei Bidognetti e dei Tavoletta. Insieme a lui morì un altro innocente, Giuseppe Rovescio, mentre i veri obiettivi dell'agguato rimasero feriti.
Militante ed ecologista corso di 36 anni, è stato assassinato il 12 settembre 2019 sulla spiaggia di Cargèse (Corsica). A partire dal 2015, il villaggio dove vive è segnato da un aumento esponenziale di violenze: incendi dolosi, intimidazioni, traffico di droga. Maxime comprende rapidamente che si tratta di metodi mafiosi. Si oppone apertamente a questa deriva, cerca di dissuadere i giovani dallo spacciare, sostiene i commercianti minacciati e rifiuta qualsiasi compromesso. Nonostante le ripetute minacce, rifiuta di cedere davanti a questi soprusi. Il suo assassinio segna una svolta storica per l’isola: per la prima volta in Corsica emerge una mobilitazione civile contro le mafie, seppure non ci siano progressi nell’indagine giudiziaria rispetto al suo omicidio. Nessuna sentenza e nessun arresto ha mai avuto luogo.
Sindacalista pakistano di 32 anni, è stato assassinato a coltellate la sera del 3 giugno 2020 a Caltanissetta, per aver difeso i diritti dei braccianti contro lo sfruttamento dei caporali.
Il Piemonte conserva il ricordo di numerose vittime innocenti, a lungo dimenticate. Storie di magistrati, giornalisti, imprenditori, amministratori pubblici e semplici cittadini, che ci ricordano la necessità di una lettura più ampia e risalente nel tempo delle dinamiche mafiose al Nord, spesso sottovalutate. Come raccontano le storie raccolte nell’elenco che Libera cura da oltre trent’anni, in Piemonte i primi sequestri di persona a fini estorsivi risalgono alla metà degli anni Settanta.
In Piemonte i primi sequestri di persona a fini estorsivi risalgono alla metà degli anni Settanta
Queste attività hanno permesso alle mafie di accumulare ricchezza da investire poi nel traffico di droga e nei mercati legali. Lo racconta la storia di Mario Ceretto, imprenditore di Cuorgnè, rapito e ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1975. Nello stesso anno in cui, tra la Lombardia e il Piemonte, venne sequestrata e poi uccisa Cristina Mazzotti, 17 anni, figlia di un imprenditore.
L'importanza della memoria: mafie che ammazzano i figli
Solo a inizio febbraio 2026 i familiari hanno ottenuto la condanna in primo grado di due uomini coinvolti nel suo sequestro, in un esito parziale e tardivo che testimonia quante storie e verità ancora cercano faticosamente di emergere, dopo oltre cinquant’anni. Erano imprenditori anche Adriano Ruscalla, sparito nel nulla da Torino il 15 ottobre del 1976, e Lorenzo Crosetto, sequestrato nel luglio 1981 e morto nelle campagne di Asti, dove il suo corpo venne ritrovato due anni dopo.
Altre storie testimoniano una presenza mafiosa costante e strutturata nel territorio già negli anni Ottanta, caratterizzata da corruzione e connivenze con il tessuto sociale ed economico. Come quella di Giovanni Selis, pretore di Aosta, che il 13 dicembre 1982 fu vittima di un attentato con autobomba, da cui fortunatamente uscì illeso.
Vittime di mafia: Montana, Cassarà e Antiochia, il ricordo non basta
Pochi mesi dopo, il 26 giugno 1983, l’uccisione a Torino del procuratore Bruno Caccia, l’unico magistrato assassinato nel Nord Italia dalla violenza mafiosa, ma la cui storia è stata per molto tempo dimenticata. In questa cornice di violenza e sottovalutazione si inserisce anche l’agguato ad Amedeo Damiano, presidente dell’Unità socio-sanitaria locale 63 di Saluzzo, gambizzato e poi morto alcuni mesi dopo, nel 1987, per il rigore con cui difendeva la sanità pubblica e denunciava la corruzione.
Le vittime piemontesi sono anche donne e uomini uccise a causa di scambi di persona nell’ambito di scontri tra clan. Storie come quella di Roberto Rizzi, giovane impiegato torinese ucciso nel 1987, e di Walter Briatore, assassinato nel capoluogo piemontese nel 1988, mettono in luce dinamiche mafiose connesse al controllo militare del territorio.
Giustizia riparativa, Setti Carraro: "Il perdono vale di più"
Qualche anno dopo, il 17 febbraio 2001, sempre a Torino venne trovata uccisa Florentina Motoc, detta Tina, giovane di Dorohoi, arrivata in Italia con il sogno di costruire un futuro migliore per lei e la figlia e invece rimasta vittima di una cultura mafiosa, fatta di sfruttamento e tratta degli esseri umani. Ci sono poi le storie di chi, pur nato in un territorio diverso da quelli originari delle mafie, ha dedicato la propria vita a questo problema nazionale.
Il 17 febbraio 2001 a Torino venne trovata uccisa Tina Motoc, arrivata in Italia con il sogno di costruire un futuro migliore per lei e la figlia e invece rimasta vittima di una cultura mafiosa
Nasce a Saluzzo Carlo Alberto dalla Chiesa, guida del Nucleo speciale antiterrorismo fino al 1982, e poi prefetto di Palermo, ucciso il 3 settembre del 1982, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro, infermiera anche lei nata in Piemonte, e all’agente Domenico Russo. Era nato a Torino anche Mauro Rostagno, sociologo e giornalista, ucciso a Trapani nel 1988 per il suo coraggio nel denunciare le collusioni tra mafia e potere.
Trent'anni di Libera: le pioniere della memoria
Torino è anche la città natale di Saveria Gandolfi, madre di Roberto Antiochia e tra le fondatrice di Libera. È Saveria che, oltre trent’anni fa, ha iniziato a raccogliere quei nomi che sono stati letti per la prima volta in piazza del Campidoglio il 21 marzo 1996, per garantire il diritto al ricordo a tutte le vittime innocenti delle mafie e sostenere le richieste di verità e giustizia dei loro familiari.
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