Roma, 26 gennaio 2023. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni a colloquio con il ministro della Giustizia, Carlo Nordio (Foto governo.it)
Roma, 26 gennaio 2023. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni a colloquio con il ministro della Giustizia, Carlo Nordio (Foto governo.it)

Referendum sulla giustizia 2026. Il fact-checking delle dichiarazioni di Meloni, Nordio e del fronte per il Sì

Giorgia Meloni e Carlo Nordio, come altri politici della maggioranza, hanno spesso sostenuto la necessità di riformare la magistratura. Ma quanto sono fondate e vere le loro dichiarazioni? Ne abbiamo verificate alcune

Redazione lavialibera

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27 febbraio 2026

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Giustizia più efficiente

"Oggi, con l’approvazione in quarta ed ultima lettura della riforma costituzionale sulla giustizia, compiamo un importante passo in avanti verso un sistema più efficiente, equilibrato e vicino ai cittadini"
Giorgia Meloni, 30 ottobre 2025

"Questa riforma non influisce sull’efficienza della giustizia e mai nessuno lo ha preteso"Carlo Nordio - Ministro della Giustizia

Se uno dei problemi principali del sistema giudiziario italiano è la sua lentezza, la riforma non tocca i nervi scoperti: come la carenza di magistrati, le condizioni di lavoro del personale; la scarsa informatizzazione dei processi e l’enorme mole di processi arretrati. Lo stesso ministro Carlo Nordio, il 18 marzo 2025, ha ammesso che: "Questa riforma non influisce sull’efficienza della giustizia e mai nessuno lo ha preteso. Quando mai abbiamo detto che la separazione delle carriere rende i processi più veloci?".

Anzi, se consideriamo l’efficienza economica, con la riforma ce ne allontaniamo: lo sdoppiamento del Csm e la creazione dell’Alta corte disciplinare potrebbero far salire i costi annui a 115 milioni di euro, a fronte dei 45 milioni a bilancio del Csm attuale.

Referendum sulla giustizia. Gli argomenti del Sì, in sintesi

Separazione delle carriere e giudice imparziale

"Il magistrato, come il carabiniere, il poliziotto e il finanziere, deve stare al di sopra delle parti. Quando diventa militante della politica perde la sua indipendenza e la sua autorevolezza. Per questo serve la separazione delle carriere"
Antonio Tajani, 18 settembre 2024

Per i sostenitori del Sì, separare le carriere tra pm e giudici vuol dire avere un giudice “terzo”, capace di prendere decisioni anche contrarie rispetto alle attese del “collega” rappresentante dell’accusa, libero da condizionamenti. Alcuni dati aiutano a ridimensionare e mettere su altri binari la questione. Innanzitutto, le carriere dei magistrati inquirenti e quelli giudicanti sono già di fatto separate da alcune norme introdotte nei primi anni Duemila e poi nel 2022. In estrema sintesi, il passaggio tra carriere si può fare, ma soltanto una volta, nei primi nove anni dall’inizio dell’incarico, e cambiando territorio. Tanto è vero che, ogni anno, meno dello 0,5 per cento dei magistrati passa da un ruolo all’altro: si tratta di pochissime decine di persone.

Ripercorri la storia della riforma che separa le carriere

Nella contrapposizione tra giudici e pm introdotta dalla riforma, il pm sarà invece più solidamente collocato nella cultura dell’investigazione, che oggi appartiene alle forze di polizia, in una logica agonistica contrapposta al giudice, che rischia di esasperare l’obiettivo della vittoria nel processo, ossia del risultato più che di una giustizia giusta.

Inoltre, a dimostrare che il giudice sia già “terzo” sono i dati sulle pronunce contrarie alle richieste dei pubblici ministeri: negli ultimissimi anni, ad esempio, le assoluzioni al termine dei processi di primo grado hanno riguardato il 50-60 per cento dei casi. Peraltro, nessun sostenitore della riforma dubita dell’autonomia dei diversi giudici coinvolti nelle varie fasi di un procedimento (es. primo grado, appello e Cassazione), chiedendone la separazione delle carriere: eppure anche loro potrebbero essere accusati di prendere decisioni conformi a quelli dei colleghi. C’è però un aspetto che effettivamente unisce giudici e pm: entrambe le categorie operano nell’interesse pubblico, perché la giustizia è amministrata "in nome del popolo italiano", e non di interessi di parte, come per gli avvocati.

I contrari alla separazione sottolineano come per un pm possa essere utile aver svolto in precedenza il ruolo di magistrato giudicante, affinando la capacità di ascolto e di valutazione delle prove. L’assetto attuale rende il pm partecipe della stessa “cultura della giurisdizione” del giudice, che può essere intesa come insieme di principi e competenze stratificate e orientate alla giustizia e all’indipendenza dalle pressioni esterne, alla terzietà e all’applicazione adeguata della legge ai casi concreti, e che nasce ad esempio dal fare parte di un unico ordine, partecipare ai medesimi percorsi formativi, essere valutati dagli stessi organi collegiali, etc.

Nella contrapposizione tra giudici e pm introdotta dalla riforma, il pm sarà invece più solidamente collocato nella cultura dell’investigazione, che oggi appartiene alle forze di polizia, in una logica agonistica contrapposta al giudice, che rischia di esasperare l’obiettivo della vittoria nel processo, ossia del risultato più che di una giustizia giusta.

Sicurezza e istituzioni unite

"Credo che se vogliamo garantire sicurezza per i nostri cittadini occorra anche lavorare tutti nella stessa direzione. Significa che lo deve fare il governo, significa che lo devono fare le forze di polizia, significa che lo deve fare anche la magistratura, che è fondamentale in questo disegno"
Giorgia Meloni, 9 gennaio 2026

In questa dichiarazione, la presidente del Consiglio esplicita il significato politico della riforma voluta dal governo, ponendosi in aperto contrasto con un principio cardine delle democrazie liberali, ovvero la separazione dei poteri: il potere esecutivo, il legislativo e quello giudiziario sono tra loro indipendenti. Il potere giudiziario, la magistratura, deve far applicare le regole, approvate dal potere legislativo. I magistrati seguono le leggi, anche quando ciò contrasta con le politiche dell’esecutivo.

L’Italia come il resto d’Europa

"In tutta Europa e nel mondo la separazione delle carriere è un dato acquisito, solo in Italia no"
Carlo Nordio, 14 novembre 2025

Quest’affermazione, molto diffusa tra i sostenitori del Sì, non tiene conto di un aspetto cruciale: l’indipendenza dei pm. In generale, la seprazione è diffusa in molti Stati europei, ma si inserisce in sistemi che bilanciano diversamente dal nostro pesi e contrappesi tra poteri. E poi non esiste un modello unico.

Ad esempio, sintetizza il sito Pagella Politica, in nove paesi, "il pubblico ministero è formalmente inserito nell’ambito del potere esecutivo, ma dispone di autonomia nelle sue funzioni, cioè può decidere in modo indipendente se e come avviare un procedimento penale e nella conduzione delle indagini, senza ricevere istruzioni dirette dal governo o dal ministero della Giustizia". Fanno parte di questa categoria i paesi scandinavi, la Polonia e la Germania, anche se qui – si legge nel dossier predisposto dall’Ufficio studi della Camera dei deputati – i pm sono funzionari che dipendono dal potere esecutivo, sottoposti alle direttive del procuratore generale e del ministro della Giustizia.

In Francia, invece, esiste la separazione, ma i passaggi di funzione sono frequenti, i pubblici ministeri sono subordinati al ministro della Giustizia e non esiste l’obbligatorietà dell’azione penale.

Giudici impuniti

"Il Csm non caccia i magistrati inadeguati"
Carlo Nordio, 14 gennaio 2026

Attualmente i procedimenti disciplinari nei confronti delle toghe sono decisi dal Consiglio superiore della magistratura, che da febbraio 2023 a dicembre 2025 ha emesso 199 sentenze nei confronti di magistrati accusati di aver violato le norme.

In 94 casi c’è stata una sentenza di assoluzione e in 82 sentenze di condanna: "In otto casi è stata applicata la più grave sanzione della rimozione e in nove quella della sospensione dalle funzioni e dallo stipendio fino a due anni, sempre accompagnata dal trasferimento in altro distretto", scrive il consigliere del Csm Roberto Fontana su Questione Giustizia. Alle condanne andrebbero peraltro aggiunti anche 15 casi dei 23 verdetti di “non doversi procedere”, cioè quelli in cui il procedimento non va avanti perché nel frattempo la persona sotto accusa ha deciso di dimettersi dalla magistratura.

Se poi il 97 per cento delle denunce e delle segnalazioni al Csm vengono subito archiviate, non dipende dal Csm stesso, ma dal filtro del ministero della Giustizia e della procura generale della Cassazione.

In certi casi, il ministro della Giustizia può ricorrere alla Cassazione contro le decisioni disciplinari del Csm, ma lo ha fatto pochissime volte, a conferma di come lo stesso ministero riconosca la solidità delle decisioni.

Poco o tanto? Secondo i dati raccolti dalla Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa (Cepej) nel 2024, sulle attività svolte nel 2022, l’Italia è tra i paesi europei con il maggior tasso di sanzioni ai magistrati. Confrontando i numeri italiani (9.400 magistrati) con quelli di altri ordinamenti omogenei per dimensione, come Francia (9.100) e Spagna (7.700), si nota che il tasso di magistrati sanzionati dal Csm sia di circa lo 0,5 per cento l’anno, contro lo 0,2 per cento di Madrid e lo 0,1 per cento di Parigi.

Da lavialibera n° 37

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