I pescatori perduti di Mazara del Vallo

Nel comune del trapanese, in Sicilia, c'è la più importante marineria d'Italia. La pesca è storicamente il cuore dell'identità e dell'economia locale, ma da qualche anno questo mondo è in crisi e rischia di scomparire

Redazione lavialibera

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Carmelo Sucameli

Carmelo SucameliFotoreporter

27 febbraio 2026

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Dal 2022 al 2024 il fotoreporter siciliano Carmelo Sucameli ha documentato la vita dei pescatori di Mazara del Vallo, comune di 60mila abitanti in provincia di Trapani che dista appena 200 chilometri dalle coste tunisine. Il porto mazarese è il primo in Italia per sbarchi di prima vendita, ossia il pesce appena pescato e commercializzato, con un giro d’affari di circa 43 milioni di euro (dati del 2022 elaborati dalla Commissione europea). Da queste parti la pesca non è solo sostentamento ma anche identità, il simbolo di una comunità che da sempre vive in simbiosi con il mare.

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Un mondo che scompare

Da qualche anno, però, la situazione è cambiata. Gli aumenti del costo del gasolio, la diminuzione del pesce anche in conseguenza delle mutate condizioni del mare e i necessari vincoli fissati dall’Ue per preservare l’ecosistema marino scoraggiano i pescatori locali, che lamentano la concorrenza delle flotte nordafricane, libere di pescare senza restrizioni.

Gli aumenti del costo del gasolio, la diminuzione del pesce e i vincoli fissati dall’Ue per preservare l’ecosistema marino scoraggiano i pescatori locali

Per assicurarsi il prelibato gambero rosso, richiestissimo in tutto il mondo, alcuni mazaresi si sono trasferiti sull’altra sponda del Mediterraneo dove hanno creato società miste, italo-tunisine. Altri, rimasti a casa, si spingono talvolta verso le coste africane, esponendosi a pericoli. Nel 2020 i pescherecci Medinea e Antartide sono stati intercettati e sequestrati per oltre cento giorni dalle autorità libiche, che hanno accusato gli italiani di aver pescato nelle proprie acque senza permesso.

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Tra difficoltà e rischi, la flotta peschereccia di Mazara del Vallo continua a ridursi (oggi conta meno di cento unità), mentre aumenta il numero delle imbarcazioni che i proprietari decidono di demolire per ottenere i contributi europei, decretando di fatto la fine dell’attività.

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