Se la politica ha paura dei ragazzi, bisogna cambiare narrazione

Gli adolescenti sono diversi da come li immaginiamo e rappresentiamo sui media. Non bastano metal detector e lezioncine morali per prevenire dolore e violenza: bisogna decostruire gli immaginari e costruire un confronto reale

Vanessa Niri

Vanessa Niripedagogista e responsabile politiche educative per Arci

27 febbraio 2026

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Lo scorso 28 gennaio, il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara ha firmato una nuova circolare, preparata con il collega dell’Interno Matteo Piantedosi, sull’utilizzo dei "metal detector mobili" negli istituti scolastici. Ha dichiarato che si tratta di "una risposta alle richieste delle scuole" e che la misura si inserisce in un quadro più ampio di interventi sulla cosiddetta "sicurezza scolastica". L’idea di questa circolare, maturata dopo l’uccisione del giovane Abanoub Youssef a La Spezia, è l’ennesima occasione per porre con forza una questione, mai davvero affrontata e anzi peggiorata nel tempo, ossia la distanza che separa la realtà dalla rappresentazione limitata, piatta e classista degli adolescenti che oggi domina il discorso pubblico.

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Adolescenza, un immaginario distorto

L’immaginario svalutante dell’adolescenza che oggi va per la maggiore non è solo falso, ma finisce per far sentire sbagliati tutti coloro che non vi coincidono

Basti pensare all’immagine di ragazze e ragazzi durante il lockdown, improvvisamente riconosciuti e degni di attenzione solo in quanto studenti. O all’idea che il covid sia stato "un’occasione" per le famiglie, un tempo prezioso da trascorrere insieme. E chi non aveva questa possibilità perché viveva in pochi metri quadrati, o in contesti segnati da violenza, maltrattamenti, fragilità? I limiti di queste letture sono esempi che aiutano a comprendere quanto l’immaginario svalutante dell’adolescenza, che oggi va per la maggiore, non sia solo falso, ma finisca per far sentire sbagliati tutti coloro che non vi coincidono. Ma c’è di più, perché anche le risposte politiche sono costruite su questo immaginario distorto. Cosa c’è di vero nella presunta necessità dei metal detector a scuola? Nulla. Si tratta di risposte repressive che intercettano i bisogni degli adulti quando immaginano i ragazzi. E gli adulti, dei ragazzi, hanno paura.

A Tor Bella Monaca c'è una comunità capace di educare e combattere la dispersione scolastica

Costruire un'alternativa

Di fronte a tutto questo, la didattica da sola non basta. Continuiamo a convincerci che spiegando le cose “per bene” tutto prenderà la direzione giusta. Ma non è così. Non servono né metal detector né lezioncine morali. "Noi siamo in piazza e avremmo avuto bisogno degli insegnanti al nostro fianco. Invece non c’è nessuno", ha detto una delle compagne di classe di Abanoub Youssef il giorno dopo la sua morte. C’è bisogno di fare molto di più, e si potrebbe ripartire da due grandi obiettivi. Primo: decostruire gli immaginari che gli adulti proiettano sui ragazzi, attraverso un confronto reale e la disponibilità ad accettare che non siano esattamente come li vorremmo.

Bisogna decostruire gli immaginari che gli adulti proiettano sui ragazzi, attraverso un confronto reale e la disponibilità ad accettare che non siano esattamente come li vorremmo

Secondo: costruire alleanze tra chi pensa l’adolescenza come un periodo ricco, e non soltanto come una fase di devianza e irresponsabilità. In tutta Italia esistono sperimentazioni che raccontano la differenza prodotta da una scuola educativa, capace di ascolto. Eppure, secondo alcuni sondaggi, alla maggioranza degli italiani piacciono i metal detector. Chi è convinto che i problemi dell’adolescenza si risolvano con una buona dose di disciplina apprezza le lezioni in cui si insegna cosa è giusto e cosa è sbagliato. A preoccuparci, soprattutto, è il fatto che in molti vorrebbero archiviare in fretta questa brutta storia di La Spezia, non perché abbiamo imparato a prevenire tragedie di questa natura, ma solo perché altrimenti si rischia di restare indietro con il programma.

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