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26 febbraio 2025
“Caivano non è un modello”, gridano a gran voce due delle sette periferie italiane che il governo vuole commissariare dopo l’approvazione del decreto Caivano-bis, che estende ad altre città il modello di intervento per contrastare criminalità e disagio sociale pensato in origine soltanto per il comune in provincia di Napoli, dove nel 2023 era emerso che un gruppo di ragazzi aveva ripetutamente stuprato due bambine di 10 e 12 anni al Parco Verde, tra le principali piazza di spaccio in Campania.
Caivano, storia di abbandono e solitudine
Il 23 dicembre scorso il Consiglio dei ministri ha varato un nuovo decreto legge che punta ad applicare il “modello Caivano” ad altre periferie: Rozzano (Milano), Alessandrino-Quarticciolo (Roma), Scampia-Secondigliano (Napoli), Orta Nova (Foggia), Rosarno-San Ferdinando (Reggio Calabria), San Cristoforo (Catania) e Borgo Nuovo (Palermo).
I criteri che hanno portato alla selezione di queste sette periferie non sono stati esplicitati né dal Viminale né dalla presidenza del Consiglio dei ministri. Tuttavia, nella circolare si fa riferimento al concetto di “alta vulnerabilità sociale”, determinata attraverso un indice sviluppato dall’Istat (Ivsm). Questo indicatore considera diversi fattori, tra cui la diffusione di famiglie monogenitoriali, il tasso di analfabetismo tra gli adulti e il livello di disagio economico.
I criteri per la selezione delle sette periferie non sono stati spiegati né dal Viminale né dalla presidenza del Consiglio dei ministri. Nella circolare si fa riferimento al concetto di “alta vulnerabilità sociale”
Fin da subito due dei quartieri – Quarticciolo a Roma e Scampia a Napoli– hanno fortemente criticato la scelta del governo. Entrambe le periferie ogni giorno devono affrontare fenomeni di marginalizzazione e degrado le soluzioni proposte dal governo non sono state ben accolte da chi ormai da anni lavora sul territorio.
“Quarticciolo è abbandonato da decenni, al di là della presenza dello spaccio le condizioni di vita per i residenti sono davvero molto complicate”, spiega Pietro Vicari, attivista di Quarticciolo Ribelle, un collettivo che opera in uno dei sette quartiere a cui il governo vorrebbe applicare il “modello” Caivano. Da anni la borgata è al centro delle cronache cittadine per la piazza di spaccio, considerata la più grande di Roma. Ma non solo. Il quartiere ha il più alto tasso di dispersione scolastica della Capitale e i cittadini subiscono sfratti costanti, visto che la maggior parte delle case sono occupate.
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Da un anno il quartiere è presidiato costantemente dalla polizia e i blitz sono all’ordine del giorno. Il 25 febbraio circa 200 agenti hanno eseguito una grande operazione anti spaccio e contestualmente sgomberato alcune abitazioni. Quarticciolo ribelle ha subito denunciato il fatto: “Non è accettabile mettere sullo stesso piano operazioni di polizia contro lo spaccio e gli sfratti delle case popolari, questa è un’ingiustizia. Basta abbandono, basta degrado”.
Quarticciolo ha il più alto tasso di dispersione scolastica di Roma e i cittadini subiscono continui sfratti, essendo la maggior parte delle case occupate
Di fronte al dilagare della criminalità e all’assenza di interventi da parte dello Stato, i residenti hanno ideato un modello alternativo riunito nel Quarticciolo ribelle. C’è una palestra di boxe a prezzi calmierati, un doposcuola attivo tre giorni a settimana organizzato nell’ex questura abbandonata, una micro-stamperia, un laboratorio di cucina per insegnare agli abitanti della borgata come avviare un ristorante e un ambulatorio popolare.
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Tutte queste iniziative sopperiscono all’assenza di politiche concrete mai avviate dal Comune di Roma, che ha lasciato il quartiere in uno stato di isolamento. I cittadini stanno provando a fare qualcosa ma, tanto per fare un esempio, se la polizia ricevesse l’ordine di sgomberare la questura occupata l’esperienza del doposcuola terminerebbe. Sulla questione è intervenuto anche il cardinale vicario di Roma Baldassarre Reina, che ha espresso la propria solidarietà alle iniziative intraprese dalle realtà sociali di Quarticciolo, auspicando la buona riuscita di un dialogo tra le parti in causa.
Su Quarticciolo l’opinione pubblica e la politica sono spaccate in due: da un lato c’è Fratelli d’Italia, spalleggiato dal parroco don Coluccia, noto prete anti spaccio, che con l’associazione Luce sia organizza “passeggiate della legalità” nei quartieri più difficili della Capitale; dall’altro la giunta capitolina, che vorrebbe iniziare un dialogo con gli attivisti di Quarticciolo Ribelle per mantenere le attività avviate con fatica. Intanto, il 1° marzo è stata organizzata una manifestazione per le strade della borgata, che non intende piegarsi al governo.
Anche il quartiere napoletano di Scampia si è schierato contro il modello voluto dal governo. “Viene applicato indiscriminatamente in diverse zone d’Italia molto diverse tra loro”, dice Davide, referente del collettivo Insurgencia, ormai da anni al fianco del comitato Vele di Scampia. “Quel modello mortifica le periferie e le criminalizza”, aggiunge. “La comunità di Scampia – continua Davide – ha costruito una propria risposta alle difficoltà del territorio, supportata da una lunga tradizione di lotte sociali e culturali che non si riconoscono nei modelli imposti dall'alto”.
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Il quartiere è da tempo teatro di scontri tra forze esterne e popolazione locale, e il rischio che l'ennesimo progetto calato dall’alto non tenga conto delle dinamiche sociali già in atto è forte. “Il modello Scampia non nasce adesso ma esiste da quasi 40 anni”, racconta il portavoce del comitato Vele di Scampia, Omar Benfenati, contrario all’applicazione indiscriminata del modello Caivano. “Conosciamo la figura dei commissari perché durante la stagione dell’emergenza rifiuti ne abbiamo avuto tanti. L’ascolto dei territori è diminuito e le ricette prodotte non tenevano conto delle specificità dei territori e di chi su quei territori svolge un lavoro politico, dal basso, attento”.
“La comunità di Scampia ha una lunga tradizione di lotte sociali e culturali che non si riconoscono nei modelli imposti dall'alto”, spiega un attivista
C’è poi l’approccio securitario e militare adottato già a Caivano: “Tutto viene trattato come un problema di ordine pubblico, e così se ci sono minori armati per strada si riempie il quartiere di polizia e telecamere. E la stessa cosa avviene con le barriere di spaccio. Se ci sono case occupate, il governo ignora che i camorristi muovono capitali da finanziare e non occupano case. Oggi siamo oltre Gomorra – conclude Benfenati – e questa per noi è un’importante rivendicazione personale. C’era chi ci trattava come emarginati, abbiamo superato quella narrazione mettendo al centro i cittadini”.
Dopo i fatti di Caivano, il governo guidato da Giorgia Meloni ha reagito “di pancia” inviando militari e poliziotti a presidiare l’area. Quindi, nell’ottobre 2023, con un decreto firmato dalla stessa premier, Paolo Ciciliano, dirigente medico della polizia e capo dipartimento della protezione civile, è stato nominato commissario straordinario per il territorio di Caivano. In quegli stessi giorni il Consiglio dei ministri ha sciolto il Comune per mafia e approvato un decreto che ha introdotto una serie di misure repressive contro le baby gang, aumentando le pene per alcuni reati.
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Successivamente, è stato approvato un piano straordinario di investimenti, che prevede l’installazione di un sistema di videosorveglianza, l’assunzione di vigili urbani e assistenti sociali, la costruzione di un’università e di un teatro, oltre alla ristrutturazione di un centro sportivo abbandonato. A un anno dall’avvio del Piano, a Caivano è aumentata la presenza della polizia ma non ci sono stati cambiamenti degni di nota nel tessuto sociale.
Decreto Caivano, mai così tanti minori nelle carceri
Ci sono soltanto più minorenni in carcere. Come spiegano le ricercatrici Stefania Ferraro e Anna d’Ascenzio, gli interventi ordinati dal governo non hanno allontanato le fasce più deboli della popolazione da “quel tipo di insicurezza sociale permanente che deriva dalla vulnerabilità delle condizioni di vita e condanna a vivere ‘alla giornata’, alla mercé del minimo incidente di percorso”.
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