Luigi Ciotti: "Dobbiamo investire in educazione più di prima, per non arrenderci al presente"

I grandi maestri della pedagogia ci spiegano che le idee e le pratiche educative partono da un'esigenza radicale: trasformare il mondo, trasformandoci noi per primi

Luigi Ciotti

Luigi CiottiDirettore editoriale lavialibera

1 gennaio 2026

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L’educazione è fra i rimedi più invocati e meno applicati di fronte a qualsiasi tipo di problema. Un rimedio anche molto frainteso. Tutti si riempiono la bocca col verbo “educare”, ma pochi sembrano aver chiaro il suo significato profondo. C’è chi si accontenta del richiamo alla "buona educazione", intesa come rispetto delle regole formali di comportamento. Altri pensano, invece, che l’educazione sia un atto “proprietario”, che spetta a qualcuno in via esclusiva: la scuola, la famiglia o lo Stato, concepiti come soggetti in competizione.

C’è chi – temo la maggior parte delle persone – pensa che si educhi esclusivamente “in verticale”: gli adulti educano i ragazzi e le classi istruite educano le masse ignoranti, secondo un principio di autorità, più che di generosità nel condividere i saperi. I grandi maestri della pedagogia ci aiutano per fortuna a fare chiarezza, spiegando che le idee e le pratiche educative partono da un’esigenza molto più radicale: quella di trasformare il mondo, trasformandoci noi per primi. Ci parlano di un educare che se si vuole autentico dev’essere sempre un atto di responsabilità reciproca: "Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini si educano insieme con la mediazione del mondo", scriveva Paulo Freire.

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Reagire alle ingiustizie

Nel 2025 Libera ha compiuto trent’anni e il Gruppo Abele ben sessanta. Per me, che ho vissuto entrambe le avventure dall’inizio, questo doppio anniversario ha rappresentato un’emozione grande. Ma anche una dolorosa presa di coscienza: oggi continuiamo a vedere l’ingiustizia, però non sembriamo più capaci di reagire con la stessa forza, la stessa ricchezza di idee e speranze che avevano animato quelle stagioni d’impegno collettivo. Spesso lasciamo prevalere lo sconforto, il senso di rassegnazione e d’impotenza. Sappiamo ancora riconoscere il male eppure non troviamo la strada verso il bene, come se fossimo immersi nel buio, senza una luce a orientarci verso l’uscita. Ecco perché l’educazione è la vera sfida del nostro tempo!

Educare significa “portare fuori”, e tutti noi avvertiamo il bisogno di uscire da certe gabbie di pensiero e di abitudine che ci fanno sentire più deboli di quanto eravamo in passato. Sarà soltanto un sintomo del mio essere ormai anziano, indebolito e sfiduciato dall’età? Può darsi. Ma proprio per questo sento il bisogno di ri-educarmi io per primo! Mai come ora mi ritrovo nell’idea che educare significa educarsi, gli uni con gli altri. Cercare altre mani nel buio per orientare insieme i nostri passi. Giovani e adulti, professori e studenti, attivisti, studiosi e persone comuni. Chi più sa, più mette in comune.

Chi è meno formato, ha comunque uno strumento magnifico da porre al servizio degli altri: l’arma potentissima del dubbio. Ci servono dubbi, per uscire dal buio. Ci servono domande sincere, senza risposte preconfezionate. Ci serve abbandonare le nostre certezze, i nostri schemi, le nostre chiavi di lettura solite.

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Sovvertire i punti di vista

Abbiamo usato l’educazione come antidoto, come la falce che "taglia l’erba sotto i piedi" alla cultura del malaffare, secondo l’insegnamento prezioso di Antonino Caponnetto.

In qualsiasi ambito dobbiamo osare l’incertezza, sovvertire i punti di vista. E chi meglio dei giovani può aiutarci a “buttare tutto per aria”, in senso figurato s’intende, e ricomporre una visione del mondo che non sia passiva accettazione di ciò che accade, ma volontà dinamica di intervenire sulle sue forme? Il buio è un’ottima metafora per raccontare i momenti difficili, non a caso definiti “oscuri”. Tempi in cui la preoccupazione per le cose brutte che sperimentiamo sulla nostra pelle, o delle quali abbiamo notizia, getta un’ombra anche sulle cose belle che pure continuano ad accadere, e alle quali sempre cerchiamo di dare spazio su lavialibera.

Ecco, l’informazione indipendente apre uno squarcio in questo buio. È un buon antidoto all’ansia che ci assale di fronte alle retoriche belliche, alle minacce della criminalità organizzata, alle fragilità in crescita dei giovani, alle crisi ambientali. Però l’informazione da sola non basta, e rischiamo che vengano presto a mancare i lettori “educati” a beneficiare di questo strumento.

Per non arrenderci al buio, dobbiamo investire in educazione. Ancora più di prima! Nei mondi dell’impegno sociale lo abbiamo sempre fatto. Abbiamo creduto da subito nella collaborazione con le scuole, nei percorsi educativi in carcere, sulla strada e in tutti quei contesti dove la mancanza di consapevolezza faceva il gioco delle mafie e dell’ingiustizia. Abbiamo usato l’educazione come antidoto, come la falce che "taglia l’erba sotto i piedi" alla cultura del malaffare, secondo l’insegnamento prezioso di Antonino Caponnetto.

Oggi ci accorgiamo che dobbiamo aggiornare i nostri strumenti e linguaggi. Se ci sentiamo più deboli è perché si è indebolito il potere trasformativo di quel tipo di impegno, travolto dalla forza dei nuovi canali digitali che hanno cambiato i paradigmi della comunicazione e quindi anche dell’educazione. Il web è diventato in breve tempo una piazza di educazione formale e informale, buona e cattiva, consapevole e inconsapevole. Dentro si trova di tutto, e in questo tutto bisogna sapersi muovere, e distinguere, e brillare per la qualità dei messaggi che si porta.

Ecco perché vogliamo metterci in discussione, come adulti, come operatori e operatrici sociali, come attivisti e attiviste per i diritti, come educatori ed educatrici. Il convegno Comunità che educa comunità, che Libera organizza al Gruppo Abele di Torino dal 23 al 25 gennaio, ci serve a inaugurare una nuova stagione educativa, per uscire insieme dal buio e dal senso di sopraffazione.

Da lavialibera n°36

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