
"Ragazzi, distinguete il bene dal male, perché il conto da pagare è alto"



27 febbraio 2026
Non è una guerra alla droga, nonostante ne porti il nome. Gli stupefacenti, però, c’entrano. La dichiarata lotta ai narcos di Donald Trump – "il Daesh d’Occidente", li ha definiti – è il pretesto con cui gli Usa stanno mettendo in atto il proprio rientro – aggressivo – in America Latina.
Narcotraffico, il nemico corre veloce
Se qualche dubbio esisteva, l’intervento dello stesso capo della Casa bianca a poche ore dai raid a Caracas e dalla cattura di Nicolás Maduro, lo scorso 3 gennaio, lo ha fugato: l’interesse prioritario di Washington in Venezuela – ha detto senza mezzi termini – è il controllo del petrolio. Non, dunque, il contrasto al traffico di coca e fentanyl. La riedizione della “dottrina Monroe” ha, in ogni caso, effetti pratici nella definizione degli equilibri criminali oltre che politici. Nel Continente e non solo.
A più di mezzo secolo di distanza dall’offensiva dichiarata da Richard Nixon, il secondo atto della “guerra alla droga” made in Usa, preparato fin da gennaio 2025, è cominciato il 2 settembre quando le forze armate di Washington hanno avviato sistematici attacchi nei Caraibi e – seppur in numero minore – nel Pacifico contro presunte imbarcazioni di narcos.
Moli di coca. I narcos nei porti del Nord Europa
Nessuna prova è stata fornita a sostegno dell’accusa, in compenso finora le operazioni hanno causato un bilancio di un centinaio di vittime. Secondo gli esperti si tratta di omicidi extragiudiziali, poiché la sentenza di morte è emessa dal Pentagono senza l’autorizzazione dei magistrati competenti né dimostrazioni dell’effettivo coinvolgimento dei bersagli nel narco-business.
La nuova “dottrina Monroe” punta a creare una cintura di amici, alleati e soci a sud del Rio Bravo
L’amministrazione si giustifica equiparando il narcotraffico al terrorismo, nella cui lista sono state incluse nove organizzazioni mafiose. Un’idea controversa agli occhi degli stessi repubblicani, specie dopo la diffusione da parte del Washington Post del video in cui la portaerei statunitense colpisce due superstiti nel corso del primo blitz, uccidendoli.

Il fentanyl, inoltre, è stato dichiarato "arma di distruzione di massa" attraverso l’ennesimo ordine esecutivo. Tutto questo è stato accompagnato da minacce e accuse nei confronti di Caracas, culminate nell’intervento del 3 gennaio. Eppure, il Venezuela non produce fentanyl. Sono i cartelli messicani a fabbricarlo all’interno del proprio territorio o già dentro gli Stati Uniti.
I cinque più potenti – Sinaloa, Jalisco, Familia Michoacana, Golfo e Nord Est – sono stati inclusi nell’elenco delle "organizzazioni terroristiche". Il che autorizzerebbe il Pentagono a impiegare la forza nei loro confronti. Finora, però, non l’ha fatto. Né sembra intenzionato a farlo nel prossimo futuro. Al contrario: con la presidente Claudia Sheinbaum i rapporti sono ottimi. Sono politicamente lontani i tempi delle provocazioni virulente del tycoon durante la campagna elettorale.
Mentre colpisce Maduro, Washington risparmia i cartelli messicani: intervenire metterebbe a rischio gli affari e la lotta all’immigrazione
Il Messico, governato dal centro-sinistra, si è dimostrato un partner efficiente nel contenimento della migrazione dal Continente, calata al livello più basso degli ultimi anni. Al contempo, le autorità hanno intensificato le operazioni anti-narcos con 35mila arresti – più del quadruplo rispetto alla precedente amministrazione di Andrés Manuel López Obrador –, cicliche estradizione di boss negli Stati Uniti e 1.600 laboratori di fentanyl distrutti.
Il magnate Trump sa, poi, che il Messico è un “alleato inevitabile”: le due nazioni condividono 3.200 chilometri di frontiera e la via lungo cui fluiscono le droghe dal Sud verso il Nord è anche quella attraverso cui passa il maggior flusso di merci, con un bilancio di 950mila milioni di dollari l’anno. Una cifra irrinunciabile per entrambi.
Per quanto riguarda la meno mediatica ma ugualmente letale coca, appena il 24 per cento passa per la rotta venezuelana, cioè i Caraibi. I tre quarti viaggiano lungo la direttrice pacifica, la cosiddetta autostrada ecuadoriana. A Quito, però, governa un alleato di ferro di Trump, Daniel Noboa, che come il suo modello ha dichiarato la propria guerra alla droga e – nonostante lo scorso novembre la maggioranza della popolazione si sia espressa contro presenze militari straniere sul territorio – la combatte con l’aiuto Usa.
Il tycoon, dunque, chiude un occhio di fronte alla polvere bianca che continua a partire dal porto di Guayaquil, spesso mimetizzata tra i carichi di banane, uno dei principali prodotti d’esportazione nelle mani dell’esigua élite locale, tra cui il clan Noboa. In base allo stesso criterio, il 3 dicembre, il capo della Casa bianca ha graziato Juan Orlando Hernández, l’ex presidente dell’Honduras condannato all’ergastolo da un tribunale di New York per complicità con il cartello di Sinaloa.
La sua scarcerazione è avvenuta in concomitanza con le elezioni presidenziali nel Paese, in cui il tycoon ha preso espressamente partito per il candidato dell’ultradestra, Nasry Asfura, con tanto di minaccia di tagli agli aiuti in caso di una sua sconfitta. Per ironia della sorte, Maduro, ora, è sotto processo proprio a New York per narcotraffico.
A orientare la guerra alla droga trumpiana non è quindi la droga, ma la necessità di "arruolare e allargare" – come si legge nel Piano di sicurezza strategica – l’influenza americana a sud del Rio Bravo. Costruendo – con l’impiego della forza o il ricatto sugli aiuti, come in Honduras o in Argentina –, una cintura di sicurezza di amici e alleati, nonché di soci – minoritari – nella gestione del grande business delle risorse, soprattutto energetiche, di cui l’America Latina è ricca.
I narcos, in ogni caso, si stanno adattando all’attuale congiuntura. I cartelli messicani hanno una capacità di diversificazione e di penetrazione nell’economia legale tale da preservare il proprio potere. Anche perché, finora, Trump preferisce concentrarsi su organizzazioni periferiche, fornitori o milizie private delle mafie principali, in primis Sinaloa e Jalisco.
A orientare la guerra alla droga trumpiana non è la droga, ma la necessità di "arruolare e allargare" l’influenza americana a sud del Rio Bravo
L’esempio classico è il Tren de Aragua, la più nota delle bande criminali venezuelane, che è stato l’obiettivo prioritario di Washington l’anno scorso per poi scomparire dai radar. Ora il “nemico numero uno” è l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), la principale guerriglia colombiana dopo gli accordi di pace con le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) del 2016.
La sua presenza lungo la frontiera con il Venezuela, utilizzata nelle fasi di ripiegamento, è storica. L’ascesa di Hugo Chávez, però, ha offerto nuove opportunità all’Eln. Caracas ha sempre temuto un’invasione Usa attraverso la Colombia, per questo ha consentito al gruppo di radicarsi al confine garantendogli un luogo sicuro in cambio della fedeltà alla rivoluzione bolivariana.
E facendolo partecipare al grande affare dello sfruttamento dei giacimenti di oro, coltan e minerali critici nel cosiddetto “arco minero”, in collaborazione con le forze armate venezuelane a cui il regime aveva dato le concessioni. Al momento, ancora, nulla è cambiato. Per gli Usa, tuttavia, presto l’Eln potrebbe trasformarsi nel nemico contro il quale creare un’alleanza con il chavismo post-Maduro e la Colombia di Gustavo Petro, appena reinserita nella lista degli amici di Washington dopo un anno di scontri.
I dissidenti delle Farc, che hanno rifiutato di lasciare le armi, e il Clan del Golfo sono già pronti a occupare l’eventuale vuoto criminale. Del resto, la droga è solo lo sfondo della guerra che porta il suo nome. "Arruolare e allargare" è il motore della politica di Washington.
La tua donazione ci servirà a mantenere il sito accessibile a tutti
Il nuovo numero dedicato alla "criminalità riorganizzata": dalle reti finanziarie clandestine al narcotraffico, dalle nuove tecnologie alla violenza che torna nelle strade di Palermo. Un dossier che mette in fila numeri, inchieste e testimonianze per mostrare il volto attuale delle mafie
La tua donazione ci servirà a mantenere il sito accessibile a tutti