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27 febbraio 2026
Un vento gelido spira in Occidente, investendo e facendo vacillare quelle che ci si illudeva fossero le più consolidate istituzioni liberal-democratiche. Ovunque si moltiplicano i sintomi di una torsione neo-autoritaria, accompagnati dalla crescita esponenziale di consensi o dalla conquista del potere da parte di leader che – sul modello orbàn-trumpiano – neppure dissimulano la volontà di rimuovere le salvaguardie dello Stato di diritto. Magistratura indipendente, stampa libera e pluralista, opinione pubblica informata e opposizione parlamentare cominciano a venir etichettate e trattate come orpelli, da rendere inoffensive in nome di valori superiori di matrice genericamente “sovranista”.
L’accentramento verticale e personalistico del comando è spacciato come soluzione, o al peggio modesto pedaggio da pagare, a fronte della capacità dei leader populisti di prospettare soluzioni miracolose a paure e insicurezza, specie quelle derivanti da flussi migratori incontrollati e criminalità dilagante, presentati come inestricabilmente intrecciati.
Trump è sempre più ricco. Gli Usa stanno a guardare
Del resto, ci stiamo addentrando alla cieca nel terreno delle “verità alternative”, dei deepfake dell’intelligenza artificiale, delle bolle informative della comunicazione social, dell’opaca manipolazione di notizie e interazioni chirurgicamente esercitate dagli algoritmi delle piattaforme. Per questo le statistiche, la ricerca scientifica, i dati oggettivi che dimostrano l’inesistenza o l’artificialità di quelle emergenze – i reati violenti sono in costante calo da decenni, e non sono affatto associati all’immigrazione – cedono il passo alle narrazioni affabulatorie dei caporioni populisti.
Nella loro singolarità carismatica, questi ultimi sono accomunati dall’abilità nel generare e alimentare allarme e “panico morale”, risvegliando un nebuloso senso di appartenenza nazionale, spesso venato di tradizionalismo religioso. Una strategia che richiede l’immediata riconoscibilità di un nemico, facile capro espiatorio cui imputare ogni privazione materiale o insicurezza diffusa, meglio se identificabile come tale per colore della pelle, lingua, credo religioso, fede politica.
La falange sovranista procede in ordine sparso nei diversi paesi, con ritmi differenziati. Negli Stati Uniti, capofila in ogni senso, le squadracce armate filo-presidenziali dell’Ice già presidiano le strade di città considerate roccaforti dell’opposizione, rastrellando verso la deportazione forzosa “alieni” (traditi da accento e tonalità epidermica) e incidentalmente freddando cittadini che protestano pacificamente.
In Ungheria la mordacchia alla stampa libera, accusata di servire "interessi stranieri", si è stretta fino all’introduzione di pene detentive di cinque anni per chiunque pubblichi "informazioni errate" sul governo – giudicate tali, c’è da presumere, da un equivalente del ministero della Verità di orwelliana memoria.
In Italia si procede a piccoli passi nella medesima direzione, tra decreti sicurezza che criminalizzano la protesta non-violenta e contro-riforme costituzionali – ancora da validare per via referendaria – che istituiscono meccanismi di controllo orientato politicamente sull’attività della magistratura. Un panorama certo frastagliato, che però presenta almeno un tratto comune: la ridefinizione politicizzata del concetto di “corruzione”, secondo una visione strumentale alla cattura dello Stato da parte del leader populista di turno, nonché alla successiva giustificazione e legittimazione della deriva illiberale che ne consegue.
Se l'anticorruzione diventa un cerimoniale
È nel dna del populismo, infatti, il riferimento continuo, pressoché ossessivo, a un’astratta entità sociale portatrice di virtù naturali – il popolo – insidiato o assediato sia da nemici esterni, siano essi le "orde di immigrati o i popoli stranieri, che da nemici interni, in particolare i “criminali”, i “sovversivi”, e le non meglio precisate élite. Tanto il popolo è puro e incontaminato, quanto i suoi antagonisti sono corrotti, e dunque in sé portatori di corruzione, corrosione di valori, contaminazione etnica.
Una visione manichea che nella distinzione netta ed elementare tra bene e male, tra il buono e il cattivo, si adatta perfettamente alle tecniche contemporanee di comunicazione social, sempre più elementari nei contenuti ed esasperate nei toni. "I migranti illegali stanno avvelenando il sangue della nostra nazione" è uno slogan ricorrente nei comizi trumpiani, perfetta sintesi della loro retorica incendiaria. Lo stesso Trump, all’epoca in veste di outsider, aveva impostato la sua prima vincente campagna elettorale contrapponendosi all’élite politica di Washington: "Drain the swamp", ossia "prosciugare la palude" – metafora per "eliminare la corruzione" – ne era la parola d’ordine. Forte del legame diretto col suo “popolo”, soprattutto quello convertitosi al culto personalistico del Maga, ebbe modo di rincarare la dose. Sapeva che i politici sono corrotti perché da imprenditore era tra quelli che li pagava. Perciò gli era sufficiente una telefonata perché si mettessero al suo servizio.
Come può rinnovarsi nel tempo questo presunto legame simbiotico tra un popolo “incorrotto” e un leader auto-definitosi pubblicamente corruttore, oscillante tra insofferenza e disprezzo verso la rappresentanza democratico-parlamentare? Come può incarnare credibilmente le virtù popolari di onestà e laboriosità un politico d’affari pluri-bancarottiere e pregiudicato, che nel primo anno del suo secondo mandato si è arricchito personalmente di 3,4 miliardi di dollari, spesso ricattando, sollecitando, esplicitando la natura transazionale dei pagamenti ricevuti? Occorre affinare i nostri strumenti di comprensione, perché dalla risposta a quelle domande dipende la stessa capacità delle nostre fragili istituzioni democratiche di reggere l’onda d’urto del neo-populismo.
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