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1 settembre 2025
“Arrivano le pulizie di Pasqua”. Così il primo ministro ungherese Viktor Orbán, in occasione della festa nazionale del 15 marzo scorso, aveva annunciato una nuova stretta contro le voci dissidenti. “Gli insetti sono sopravvissuti all’inverno – aveva dichiarato dalla piazza del Museo nazionale di Budapest davanti a centinaia di sostenitori –. Smantelleremo la macchina finanziaria che usa soldi sporchi per comprare politici, giudici, giornalisti, attivisti e organizzazioni della società civile fasulle. Sono le truppe asburgiche dei giorni nostri, i servitori di Bruxelles, pagati per eseguire gli ordini dell’impero contro il proprio Paese. Sono sopravvissuti troppo a lungo. Se esiste la giustizia, c’è un posto speciale all'inferno per loro”.
"Arrivano le pulizie di Pasqua. Gli insetti sono sopravvissuti all’inverno. Smantelleremo la macchina finanziaria che usa soldi sporchi per comprare politici, giudici, giornalisti, attivisti e organizzazioni della società civile fasulle"Viktor Orbán
Due mesi più tardi, le minacce si sono tradotte nella proposta di legge “per la trasparenza della vita pubblica”, che approderà in aula nelle prossime settimane. Obiettivo: colpire media, ong e partiti che ricevono finanziamenti dall’estero attraverso obblighi aggiuntivi, sanzioni e restrizioni, per esempio nell’accesso alle donazioni e ai ricorsi in tribunale. “Il governo punta a screditare il giornalismo indipendente, mentre sta costruendo un impero mediatico sotto il proprio controllo – racconta a lavialiberaZsófia Fülöp, giornalista della testata indipendente ungherese Lakmusz, specializzata in fact-checking –. Ma sempre più cittadini scelgono di sostenerci”.
In Ungheria il partito di Orbán vuole silenziare giornalisti e ong indipendenti
Il voto era previsto per l’ultima sessione parlamentare di giugno, prima della pausa estiva, ma è stato posticipato all’autunno. La motivazione ufficiale fornita da Fidesz (il partito di maggioranza presieduto da Orbán, ndr) è che al governo serve tempo per esaminare tutti i pareri ricevuti e eventualmente integrarli nella proposta. Si vociferava che volessero ritirarla, ma a fine luglio Orbán ha dichiarato invece che la legge passerà ad ogni costi, altrimenti “saremmo dei perdenti”. In quell’occasione, però, ha parlato solo delle ong che ricevono fondi dall’estero, non dei media, quindi magari qualcosa è cambiato. Ma potremo saperlo solo dalla seconda metà di settembre, quando riprenderanno i lavori parlamentari.
"Negli ultimi 15 anni, lo spazio per il giornalismo indipendente si è ristretto considerevolmente: moltissime redazioni hanno chiuso o sono state trasformate in portavoce del governo, per cui chi vuole fare questo lavoro trova poche opportunità"
Ho iniziato a lavorare nel 2013, quindi tutta la mia carriera finora è trascorsa sotto il regime di Orbán (al potere ininterrottamente dal 2010, ndr). Qualcosa però è cambiato negli ultimi anni: agli inizi riuscivo a intervistare politici di primo piano, ricevevo risposte e dati dalle istituzioni. Oggi invece è rarissimo che un esponente del governo rilasci interviste e quando faccio domande a funzionari pubblici spesso non ricevo risposta, al massimo inviano comunicati stampa. Anche le domande Foia (Freedom of information act, richieste formali di accesso a dati, informazioni e documenti in possesso delle pubbliche amministrazioni, ndr) rimangono spesso senza seguito. Negli ultimi 15 anni, poi, lo spazio per il giornalismo indipendente si è ristretto considerevolmente: moltissime redazioni hanno chiuso o sono state trasformate in portavoce del governo, per cui chi vuole fare questo lavoro trova poche opportunità.
Sono sempre più frequenti le campagne per infangare giornalisti e media: recentemente, un politico di primo piano ha pubblicato i nostri nomi e curricula accusandoci di essere agenti ucraini che diffondono propaganda. Infine, l’arsenale legale: ancor prima della nuova proposta di legge, il parlamento ha istituito l’Ufficio per la difesa della sovranità, che danneggia la reputazione dei media indipendenti lanciando accuse infondate. Dico sempre che in Ungheria è ancora inimmaginabile che un giornalista finisca in carcere per il suo lavoro, ma il clima si sta facendo sempre più ostile.
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"Orban ha costruito un impero mediatico con centinaia di radio e tv, e anche la presenza sui social è sempre più massiccia. La sfida è rompere quella bolla e raggiungere chi frequenta solo quei media"
Sì, hanno costruito un impero mediatico parallelo, enorme e centralizzato, che comprende le emittente pubbliche e quasi tutte quelle regionali tra televisioni e radio. Hanno anche costituito un grande conglomerato, la Central European Press and Media Foundation, che controlla più di 500 testate filogovernative. Anche la presenza sui social è sempre più massiccia. Un esempio è Megafon, un gruppo di influencer pro-Orbán che diffondono gli stessi messaggi del governo, ma è molto difficile provare un legame finanziario con Fidesz. Il risultato è che le persone sentono raccontare le stesse cose su tutte le piattaforme e quindi pensano che siano vere. E per noi è sempre più difficile rompere quella bolla e raggiungerle.
Ci sono state grandi proteste in tutto il Paese e molta solidarietà. La Commissione europea ha avviato una procedura d’infrazione e lo scorso aprile la Corte di giustizia dell’Unione ha confermato che le autorità ungheresi hanno violato il diritto comunitario togliendo le frequenze alla radio. Oggi però Klubrádió trasmette soltanto online e nessuno protesta più. Iniziative di questo tipo da parte dell’Ue sono importanti, ma purtroppo non portano a molto vista la situazione politica dell’Ungheria di oggi.
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C’è solidarietà in situazioni di emergenza. Per esempio, quando il governo ha introdotto una tassa sulla pubblicità che ha colpito soprattutto Rtl Klub, principale competitor del canale televisivo filogovernativo Tv2, molti giornali hanno protestato, e lo stesso quando il sito di notizie Origo è stato comprato da editori vicini a Orbán e quando il team editoriale di Index (tra i giornali online più consultati in Ungheria, ndr) si è dimesso in risposta al licenziamento del direttore. Quello che credo manchi è la solidarietà e la collaborazione “in tempo di pace”: in Ungheria non esiste un vero sindacato dei giornalisti, o meglio ce n’è uno a cui aderiscono soltanto i più anziani, ma non organizza azioni, mentre ce ne sarebbe bisogno.
"Negli ultimi anni, sempre più persone scelgono di donare o abbonarsi ai siti di notizie per poterle leggere, ma soprattutto per sostenere il giornalismo indipendente"
Un canale è la pubblicità, ma i media indipendenti qui si sostengono soprattutto con le sovvenzioni dall’estero, che non a caso sono il bersaglio della proposta di legge. Fino a poco tempo fa era raro che i lettori pagassero per l’informazione, ma negli ultimi anni sempre più scelgono di donare o abbonarsi ai siti di notizie, sia per poterle leggere, sia – anzi direi soprattutto – per sostenere il giornalismo indipendente. Lakmusz, la testata per cui lavoro, si sostiene esclusivamente con sovvenzioni, soprattutto dall’Unione europea, ma da quando si è iniziato a parlare della proposta di legge e abbiamo ricevuto attacchi, diversi lettori ci hanno scritto dicendo che vorrebbero sostenerci anche economicamente.
Certamente, ed è per questo che siamo sotto attacco. La questione è come possiamo amplificarlo raggiungendo anche su chi frequenta soltanto i media pubblici e filogovernativi. Nel febbraio del 2024, per esempio, un articolo di 444.hu (sulla grazia presidenziale concessa a un uomo condannato per aver contribuito a coprire un caso di abusi sessuali minorili, ndr) ha portato alle dimissioni della presidente Katalin Novák. Credo che molte persone in quell’occasione abbiano realizzato che raccontare le notizie può portare a conseguenze concrete. Posso portare anche un esempio personale, certo di minore impatto: dopo un mio articolo di fact-checking in cui smentivo alcune dichiarazioni di un media filogovernativo, questo ha pubblicato una rettifica.
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