Giornalismo precario

Nel sempre crescente calderone dei lavori precari è finito anche il giornalismo. Difficile individuare il momento preciso in cui una delle professioni più prestigiose si è ritrovata nella polvere dell’incertezza lavorativa. Probabilmente si è trattato di un lento ma inesorabile scivolamento. I numeri attuali, però, non lasciano spazio a interpretazioni. Secondo l’Inps, in Italia operano circa 45 mila giornalisti con contratto atipico o liberi professionisti, a fronte di appena 15 mila coperti da un contratto di lavoro dipendente (dati 2019). E tra i freelance, il 45% non riesce a fatturare 5000 euro lordi l’anno. D’altra parte, anche molti giornali storici hanno tagliato i compensi dei redattori, arrivando a proporre 7 euro per un articolo. Ma sul web la cifra scende ancora. Una foto impietosa, che fa dei giornalisti dei veri rider dell’informazione e che mostra tutta la debolezza della Carta di Firenze, dedicata proprio alla deontologia del giornalismo precario ma rimasta lettera morta. Ma sono solo i diretti interessati a fare le spese di questa sconfitta? No, per niente. Nel declino finisce tutto l’ecosistema dell’informazione, lettori compresi. Perché un giornalista precario è costretto a preoccuparsi più della quantità che della qualità di ciò che scrive; è più facilmente preda di interessi esterni; è più spesso vittima di minacce e intimidazioni. Il giornalismo precario, quindi, è un problema anche per il diritto di sapere di chiunque e per la libertà di informazione.

5 maggio 2021, Michele Santoro ospite di Bruno Vespa nello studio di "Porta a Porta" (Riccardo Antimiani/Ansa)

Talk show, il grande vuoto in prima serata

Prima il Covid, poi la guerra in Ucraina hanno dato nuova linfa ai talk show, animati dalla spasmodica ricerca di personaggi capaci di scatenare polemiche, fare ascolti e poi click. Così le notizie si perdono in una mare di chiacchiere

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

Articolo solo per abbonati
La colpa non è dei lettori

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Chi minaccia la libera informazione? Quanto pesa la crisi di credibilità dei giornali? Il diritto di sapere può essere tutelato solo con un nuovo patto tra lettori e professionisti del settore

Elena Ciccarello

Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera

I rider dell'informazione

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Migliaia di giornalisti lavorano in condizioni simili a quelle dei ciclofattorini. Le tutele esistono, ma in pochi vi ricorrono per paura di non poter più lavorare

Francesca Dalrì

Francesca DalrìGiornalista, il T quotidiano

Credits: Ludovica Dri, Unsplash

Effetto Covid, il governo detta l'agenda ai media

La pandemia ha gravato anche sui media italiani, già segnati da scarsi investimenti e tanto precariato. Lo studio di Media for democracy monitor 2020

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Giornalismo, dall'analogico al digitale: una transizione complicata

Giornalismo, dall'analogico al digitale: una transizione complicata

Con la fine dei partiti di massa chi fa informazione ha perso i riferimenti. Allo stesso tempo, la competizione tra testate è diventata sempre più accentuata

Paolo Mancini

Paolo Manciniprofessore di Sociologia della comunicazione all’Università di Perugia

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