Da sinistra María José Longo, Shirlie Rodríguez e José Cancinos presso la sede dell'Associazione dei giornalisti di Quetzaltenango (Foto Ylenia Sina)
Da sinistra María José Longo, Shirlie Rodríguez e José Cancinos presso la sede dell'Associazione dei giornalisti di Quetzaltenango (Foto Ylenia Sina)

Guatemala, troppi rischi al lavoro. I giornalisti si uniscono

In Guatemala tra 2011 e 2020 ci sono stati 49 omicidi di cronisti e lavoratori dei media. Oltre alle aggressioni fisiche, i pericoli arrivano anche dalla criminalizzazione e dai processi. Alcuni gruppi della società civile si sono organizzati nella "Red rompe el miedo" con un sistema di allerta rapida

Ylenia Sina

Ylenia SinaGiornalista

5 ottobre 2022

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“Tra colleghi, quando dobbiamo seguire avvenimenti in luoghi pericolosi, abbiamo un motto: parcheggiare l’auto in posizione di fuga. Lo diciamo per scherzare, ma è la verità. È meglio individuare fin da subito la strada più vicina e sicura per andarsene”. José Cancinos, presidente dell’Associazione dei giornalisti di Quetzaltenango, cittadina nel Nord-Ovest del Guatemala, riassume così il protocollo di sicurezza informale elaborato dai cronisti quando devono seguire avvenimenti ad alta tensione, soprattutto se in luoghi isolati. Ma c’è un secondo accorgimento che ogni reporter conosce e che Cancinos non dimentica: “Rimanere uniti” per essere sicuri che nessuno resti da solo. Questa la consapevolezza ha spinto un gruppo di organizzazioni della società civile guatemalteca, animate in buona parte da giornalisti, insieme alle ong Artículo 19 e Protection International Mesoamerica, a unire gli sforzi per difendere l’esercizio della libertà di espressione e di stampa nel proprio Paese, che l’organizzazione Reports sans frontières, nella sua classifica dei Paesi in base alla libertà di stampa, pone al 124° posto su 180, e dove sono stati uccisi 49 cronisti tra il 2011 e il 2020.

Un sistema di allerta contro i pericoli del mestiere

“Stiamo raggiungendo anche i giornalisti nelle province: per ogni territorio abbiamo un referente formato sui diritti e sulle azioni da intraprendere di fronte a possibili minacce”Evelyn Blanck

Il percorso si chiama Red rompe el miedo Guatemala (Rete spezza la paura) ed è nato nel 2020 mutuando l’esperienza dal Messico, dove da anni una rete con lo stesso nome si attiva in occasione di eventi ad alto rischio di aggressione ai giornalisti, per monitorare e denunciare quanto accade. “Quella guatemalteca mira a monitorare la realtà quotidiana e a prevenire i rischi attraverso un sistema di allerta per mettere in sicurezza i colleghi prima che si verifichino le aggressioni”, spiega Evelyn Blanck, giornalista e direttrice di Centro Civitas, organizzazione che difende la libertà di espressione, tra le fondatrici della Red rompe el miedo. Corsi di formazione, registrazione e analisi dei casi, ricerca e implementazione di un sistema di allerta rapido per i reporter sotto minaccia sono le principali attività della rete. “Stiamo raggiungendo anche i giornalisti nelle province: per ogni territorio abbiamo un referente formato sui diritti e sulle azioni da intraprendere di fronte a possibili minacce”, aggiunge Blanck.

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La criminalizzazione dei giornalisti

I fattori che possono mettere a rischio il lavoro dei giornalisti nel Guatemala governato da Alejandro Giammattei sono diversi. Tra i principali in questo momento c’è la criminalizzazione. Anche la Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh), il 2 settembre scorso, ha espresso la sua preoccupazione per il mancato rispetto alla libertà di espressione. E sebbene la Commissione per la pace e i diritti umani, alle dirette dipendenze del presidente della Repubblica, abbia replicato che in Guatemala “questo diritto è garantito”, una serie di avvenimenti ha destato l’attenzione internazionale. In cima alla lista c’è l’arresto di José Rubén Zamora, direttore del quotidiano El Periodico, conosciuto per i suoi lavori sulla corruzione, ma negli ultimi mesi sono diversi i casi dei giornalisti al centro di indagini giudiziarie, processi o arresti che hanno avuto come prima conseguenza la censura. In sei hanno lasciato il Paese per paura di non poter affrontare un giusto processo. “Con queste azioni si punta a silenziare il giornalismo indipendente”, il commento della Red rompe el miedo. La criminalizzazione sta riguardando anche i giudici e i magistrati che negli anni scorsi hanno lavorato alle inchieste anticorruzione sostenute dalla Commissione internazionale contro l’impunità, organismo sostenuto dalle Nazioni unite nato nel 2007 che negli anni scorsi hanno generato terremoti ai vertici delle istituzioni e tra le elites imprenditoriali. Il mandato della commissione, però, non è stato rinnovato nel 2019.

La svolta autoritaria dello Stato

"Migranti, narcotraffico, imprese estrattive ed elezioni sono i temi più pericolosi, anche se le aggressioni più frequenti le abbiamo registrate in relazione alle inchieste sui megaprogetti”Nelton Rivera - Red Rompe el miedo

Anche se censura e violenze non sono nuovi nella storia del Guatemala dove, secondo alcune stime, durante 36 anni di guerra civile terminata nel 1996, furono uccisi 342 giornalisti e ne sparirono 126, diverse realtà, locali e internazionali, negli ultimi mesi hanno lanciato l’allarme in merito a una svolta autoritaria nel Paese: “Stiamo assistendo a un processo di chiusura progressiva dello spazio civico necessario all’esercizio dei diritti – spiega Claudia Ordoñez Viquez dell’ong Artículo 19 –. In questo contesto di chiusura i giornalisti affrontano non solo il potere dello Stato, ma anche quello delle imprese e del crimine organizzato che cercano di silenziare ciò che accade nelle province dove lo spazio per la libertà di espressione è ancor più ristretto”.

Pericoli anche a livello locale

Una delle sfide della Red rompe el miedo è infatti raggiungere le province dove lavorano i giornalisti locali e i comunicatori nelle comunità indigene, soprattutto nelle radio. Per questo motivo fanno parte della rete anche la Federazione guatemalteca delle scuole radiofoniche e il sito di informazione indipendente Prensa Comunitaria. Uno dei suoi fondatori, Nelton Rivera, racconta che garantire sicurezza ai collaboratori è un tema all’ordine del giorno: “Lontano dalle città i corrispondenti sono in una condizione di rischio permanente perché lo Stato è praticamente assente. Migranti, narcotraffico, imprese estrattive ed elezioni sono i temi più pericolosi, anche se le aggressioni più frequenti le abbiamo registrate in relazione alle inchieste sui megaprogetti”.

A esporre i giornalisti in questi territori è il fatto che “molti amministratori locali e imprenditori esercitano il proprio potere a partire dal legame con il crimine organizzato”. Non è a rischio solo l’incolumità fisica. Come per i giornalisti ‘di città’ che si occupano di corruzione nelle istituzioni, anche per chi lavora in provincia la criminalizzazione è un problema. “Spesso i colleghi vengono perseguiti penalmente per reati che non riguardano l’esercizio della professione. Uno dei nostri corrispondenti, per esempio, nel 2017 è stato denunciato da un’impresa mineraria per un lavoro sugli impatti ambientali di un suo progetto e ha dovuto affrontare un processo per detenzione illegale, minacce, danni, istigazione a delinquere e associazione illecita. La stessa persona, quest’anno, sta affrontando un secondo processo penale per aver dato copertura alle proteste della popolazione represse con la forza”. Il fatto di dover affrontare queste situazioni al fianco dei colleghi, oltre a generare paura e autocensura, ha spinto Prensa Comunitaria a elaborare un protocollo di sicurezza interno. “Abbiamo preso contatti con degli avvocati e ci siamo formati sul funzionamento dei processi penali per poterci occupare al meglio dei nostri colleghi criminalizzati”, conclude Rivera.

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Cronisti senza tutele

"Più del 90 per cento dei procedimenti avviati resta senza un colpevole. Per questo molti giornalisti ritengono che presentare una denuncia sia solo una perdita di tempo”Evelyn Blanck

Il tema è al centro anche del lavoro della Red rompe el miedo. Un lavoro che va a riempire un vuoto. In Guatemala infatti, a differenza di altri paesi del Sud e del Centro America, non esiste un programma di protezione, nonostante nel 2012 il governo si sia preso l’impegno di realizzarlo davanti alle Nazioni unite. L’organismo che dovrebbe affrontare questo tipo di violenza è invece la Procura speciale per i crimini contro i giornalisti, istituita nel 2011. “Fu uno sforzo positivo, purtroppo però questa procura può contare su poche risorse e personale, con il risultato che più del 90 per cento dei procedimenti avviati resta senza un colpevole. Per questo molti giornalisti ritengono che presentare una denuncia sia solo una perdita di tempo”, spiega Blanck.

Un altro obiettivo della Red è la realizzazione di un registro qualificato dei casi che vanno verificati da operatori formati prima di essere conteggiati tra le aggressioni ai giornalisti. “Il nostro obiettivo è migliorare la conoscenza del problema per prendere provvedimenti più efficaci”, si legge all’inizio del report Guatemala: Stato contro la stampa e la libertà di espressione pubblicato nel 2021 dalle associazioni Centro Civitas e Artículo 35 insieme all’ong Artículo 19, tutte fondatrici della rete. Secondo il report tra gennaio del 2011 e il giugno del 2020 le denunce presentate alla Procura speciale sono state più di 820. Le più frequenti sono minacce e uso della forza a scopo intimidatorio seguite da furto o distruzione degli strumenti di lavoro e poi da abuso di potere, ma non mancano 67 casi di persone gravemente ferite e 49 omicidi nello stesso periodo.

A restare fuori dal conteggio dei dati, ma non dal report, è la violenza contro le giornaliste. In merito, nel 2018, la Commissione interamericana sui diritti umani scriveva: “Il sistema sociale e la discriminazione storica verso le donne determina che la violenza contro la stampa nella regione abbia un impatto differente tra le giornaliste e le lavoratrici dell’informazione”. Anche in questo caso una risposta arriva dall’organizzazione. Shirlie Rodríguez e María José Longo, entrambe freelance e parte dell’Associazione dei giornalisti di Quetzaltenango, nel 2019 hanno lanciato il Proyecto Aliadas per valorizzare il lavoro delle colleghe “alleate” e per diffondere la cultura dell’attenzione di genere in articoli e reportage. “Sappiamo quanto sia difficile essere giornaliste donne, perché l’abbiamo vissuto – racconta Rodríguez –. Ho iniziato a lavorare a vent’anni e le fonti non mi prendevano sul serio. I direttori tendono a non assegnarti lavori in determinate zone perché sostengono che sia più pericoloso che per gli uomini. Alcuni giornali ti rispondono che non danno proprio lavoro alle donne”. Anche Rodríguez e Longo si sono formate con i corsi organizzati dalla Red rompe el miedo. “È stato un appoggio fondamentale e ora speriamo di diventare un punto di riferimento per le colleghe che subiscono aggressioni e discriminazioni. Vogliamo essere una rete di appoggio”.

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