L'ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna
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Cpr, i medici che visitano i migranti sempre più sotto pressione

Operatori sanitari incalzati e in certi casi scavalcati dalle questure se non certificano l'idoneità alla detenzione dei migranti nei Cpr. Perquisizioni in casa e ispezioni sul luogo di lavoro. A Ravenna, alcuni sono stati indagati e sospesi per falso

Sofia Lo Mascolo

Sofia Lo MascoloEditor e attivista

1 aprile 2026

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Visite da svolgere in pochi minuti, accessi non registrati nelle strutture sanitarie, assenza di mediazione culturale, pressioni da parte delle forze dell’ordine e, in generale, un tentativo di piegare la professione medica a esigenze di sicurezza. La valutazione clinica per certificare se un migrante è idoneo al trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) rischia di ridursi a un mero atto burocratico.

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A Ravenna, con l’apertura dell’indagine per falso ideologico continuato a carico di otto medici del reparto di malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci, la bolla è scoppiata. Da tempo molti camici bianchi si interrogano, sul piano etico e deontologico, sulla detenzione amministrativa. Alcuni, a volte dietro garanzia di anonimato, hanno raccontato a lavialibera le loro esperienze e i loro dubbi.

Come funziona la certificazione

Partiamo dall’inizio: secondo l’articolo 3 della direttiva Lamorgese sull’organizzazione dei Cpr, la persona migrante può accedere al Cpr dopo aver passato una visita medica che accerti l’assenza di disturbi psichiatrici e patologie infettive, acuteo cronico-degenerative difficili da curare adeguatamente all’interno del centro.

La valutazione deve essere svolta da personale esterno al sistema del Cpr, per la precisione da un medico del Servizio sanitario nazionale. Tuttavia, non c’è nessuna indicazione su quali reparti debbano essere coinvolti: in diverse aziende sanitarie la certificazione è rilasciata esclusivamente da quello di malattie infettive, in altre dal pronto soccorso dopo consulenze specialistiche, talvolta in tandem da infettivologi, psichiatri e dermatologi.

La direttiva Lamorgese prevede che la persona migrante possa accedere al Cpr solo dopo aver passato una visita medica che accerti l’assenza di disturbi psichiatrici e patologie infettive, acute o cronico-degenerative

Non esistono dati aggregati su come vengono condotte le visite. Gli agenti di polizia portano la persona in ospedale per una consulenza, che spesso consiste in un’anamnesi sulla presenza di patologie croniche o problemi di salute mentale e sull’assunzione di medicinali. In alcuni ospedali viene effettuata una radiografia del torace, ma nella maggior parte dei casi non c’è tempo e modo di visionare l’eventuale documentazione clinica e svolgere esami e approfondimenti.

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Nell’ospedale vicino Milano in cui lavora Alice Verdi (nome di fantasia) è arrivata "l’indicazione scritta che la visita dovesse essere il più veloce possibile, massimo mezz’ora, facendo leva sulla fretta di smaltire la fila in un sistema già sovraccaricato. Non potevamo fare accertamenti se non in casi di estrema necessità, anche perché il paziente non veniva registrato in triage e l’esito della visita era riportato solo su un foglietto dove barrare idoneo o non idoneo".

Un altro aspetto è l’assenza di mediazione culturale. Laura Bianchi (anche in questo caso un nome di fantasia), infettivologa pugliese, circa due volte al mese da tre anni si trova non solo a barrare una di quelle caselle, ma a tentare nel poco tempo disponibile di instaurare un rapporto di fiducia con le persone che incontra, coglierne le vulnerabilità, dare informazioni che in molti casi non ricevono.

“Ho incontrato un ragazzo che era stato deportato nel Cpr di Gjadër, poi riportato in Italia dopo aver tentato il suicidio. Non si è nemmeno accorto di essere stato in Albania”

"Il paziente spesso non ha idea di cosa stia succedendo. Ho incontrato un ragazzo che era stato deportato nel Cpr di Gjadër, poi riportato in Italia dopo aver tentato il suicidio ed essere stato dichiarato inidoneo dalla commissione vulnerabilità. Non si è nemmeno accorto di essere stato in Albania. Quando arriva qualcuno chiedo sempre se è informato su quello a cui si sta sottoponendo, se presta il consenso e se preferisce parlare inglese o francese. A volte ho usato queste lingue per garantire un po’ di privacy, evitando che i poliziotti con poca familiarità con le lingue capissero".

L’equivoco della pericolosità sociale

I medici che abbiamo incontrato raccontano di agenti che, invitati ad aspettare fuori durante la visita o una certificazione di inidoneità, oppongono resistenza per supposte ragioni di pericolosità sociale. Il punto è, secondo Verdi, da anni anche attivista per i diritti delle persone migranti, che gli stessi elementi che per le questure costituiscono una minaccia alla sicurezza, come l’assenza di fissa dimora e la dipendenza da alcol o stupefacenti, per un medico sono invece fattori di rischio per la tubercolosi e quindi indicatori di vulnerabilità della persona.

Spesso i Cpr sono visti come luoghi di contenimento. "Una volta, dopo aver firmato una non idoneità, il comandante mi ha chiamato chiedendomi le generalità perché stavo ostacolando operazioni di ordine pubblico", racconta Luca Rossi (nome di fantasia), infettivologo in un ospedale in Emilia-Romagna che può vantare esperienze di lavoro in carcere, missioni con Medici senza frontiere ed è impegnato nella sensibilizzazione sul tema della detenzione amministrativa.

“Una volta, dopo aver firmato una non idoneità, il comandante mi ha chiamato chiedendomi le generalità perché stavo ostacolando operazioni di ordine pubblico”

Lo abbiamo incontrato pochi giorni dopo i fatti di Ravenna, dove alcuni operatori sanitari sono accusati di falso ideologico per non aver firmato il nullaosta sanitario all’ingresso al Cpr. Ha ricevuto indicazione di non usare il suo vero nome, ma ci tiene a raccontare cosa accade: "Spesso si gioca sulla disinformazione: sia ai medici sia alle persone interessate viene detto che la visita è per il centro di accoglienza, ma alcuni colleghi non sanno cosa sia la detenzione amministrativa, vedono i Cpr quasi come carceri per reati minori".

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Le pressioni da parte di questure e direzioni sanitarie non sono casi isolati. I richiami per aver "portato la politica in ospedale" e frasi come "te lo ritrovi sotto casa", "non deve ricapitare" e "stai mettendo in libertà uno stupratore" ricorrono nei racconti degli operatori sanitari intervistati.

Molti di questi racconti si svolgono al passato. Da un po’, dicono, non arriva nessuno, se non la sera o nei festivi. Il sospetto (in certi casi confermato) è che, quando un ospedale certifica molte inidoneità, le questure tendano a rivolgersi ai reparti più inclini a rilasciare un nullaosta. La visita è trattata non come un elemento di garanzia e tutela della persona, ma come un passaggio pro forma per agevolare l’iter burocratico.

Il sospetto è che, quando un ospedale certifica molte inidoneità, le questure tendano a rivolgersi ai reparti più inclini a rilasciare un nullaosta

Sergio Cotugno, dalla fine del 2024 infettivologo all’Asl di Matera dopo gli anni di studio a Bari, propone un parallelismo per evidenziare la peculiarità del contesto in cui ci si muove: "Immagina un medico di base che non firmi un certificato d’idoneità per la palestra per sospetti problemi di cuore: nessuno lo minaccerebbe o gliene chiederebbe conto. Si può non condividere, ma fa parte dell’autonomia professionale. Eppure se scrivi una certificazione di inidoneità per i Cpr dopo vieni attenzionato".

Luoghi patogeni

L’insinuazione di alcune parti della politica e dell’opinione pubblica è che questi medici firmino i certificati su basi ideologiche. Tutti, però, sottolineano con forza il carattere etico e deontologico della loro posizione, sintetizzata nella campagna promossa dalla Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), dalla rete Mai più lager - No ai Cpr e dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) per denunciare come, sulla base di evidenze scientifiche, documentali, istituzionali e sulle esperienze di chi è entrato nei Cpr, questi centri siano intrinsecamente patogeni, cioè producano malessere.

Nicola Cocco, infettivologo e portavoce della campagna, racconta una realtà in cui chi entra sano si ammala, in cui si subiscono violenze esterne e ci si procura ferite, in certi casi si muore per alcune pratiche comuni, come la frequente somministrazione di psicofarmaci per anestetizzare i trattenuti, così come confermato dall’ultimo rapporto di monitoraggio del Tavolo asilo e immigrazione (Tai).

L’insinuazione di alcune parti della politica e dell’opinione pubblica è che questi medici firmino i certificati su basi ideologiche

Già nel 2024 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti (Cpt) paragonava le condizioni di detenzione nei Cpr italiani a quelle del regime del 41-bis, il carcere duro riservato ai criminali più pericolosi. Inoltre, in un rapporto del 2022 e nel più recente Health in immigration detention: evidence brief for policy and practice (2026) l’Organizzazione mondiale della sanità rileva un peggioramento delle condizioni di salute croniche o preesistenti negli istituti di detenzione amministrativa, da disturbi cardiovascolari a malattie infettive in generale.

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Il rapporto evidenzia anche l’insorgere di problemi di salute mentale durante e dopo la detenzione, come ansia (54-65 per cento), depressione (68-74 per cento) e disturbo da stress post-traumatico (42-46 per cento). La campagna invita i medici a tenere conto di queste evidenze per agire in scienza e coscienza secondo il principio deontologico primum non nocere e l’art. 32 del Codice di deontologia medica, che impone la tutela dei soggetti fragili da ambienti non idonei a proteggere la salute, la dignità e la qualità di vita.

"Oltretutto non sappiamo in quale Cpr saranno mandate le persone che noi visitiamo e questa è una violazione del codice: per certificare l’idoneità a un luogo di destinazione bisogna conoscerne le caratteristiche", aggiunge Verdi.

Il “caso Ravenna”

Di recente il clima si è inasprito anche per la crescente ingerenza delle questure nelle direzioni sanitarie. Il caso di Ravenna è emblematico: perquisizioni a casa, ispezioni sul luogo di lavoro, intercettazioni ambientali e adesso l’interdizione totale dalla professione per dieci mesi per tre medici e il divieto di certificare l’idoneità all’ingresso in Cpr per lo stesso periodo di tempo per gli altri cinque come misura cautelare.

L’accusa, per i medici sospesi dal Tribunale, è di falso ideologico continuato e di interruzione di pubblico servizio. La sensazione diffusa tra i medici intervistati è che ci sia una volontà intimidatoria di colpire tutta la categoria e la sua autonomia professionale, come in uno stato d’eccezione, in cui anche i medici che non si occupano di migrazione ora temono di essere intercettati o indagati.

La sensazione diffusa tra i medici intervistati è che ci sia una volontà intimidatoria di colpire tutta la categoria e la sua autonomia professionale

Una delle parole chiave utilizzate dagli investigatori nel corso della perquisizione informatica sui telefonini e computer degli indagati era “Simm”, un chiaro riferimento alla Società italiana di medicina delle migrazioni che ha dato il via alla campagna sui Cpr. Da qui la preoccupazione di una strumentalizzazione politica della campagna che, come molti tengono a sottolineare, non implica un’appartenenza.

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"La campagna offre evidenze scientifiche, tu in scienza e coscienza scegli se avvalertene. Nessuna intenzione carbonara, è sempre stata pubblica e portata avanti in buona fede. Non è questione di colore politico: quando hai il camice non esistono il colore della pelle, il sesso, la nazionalità, e non esistono neanche le tue convinzioni personali. Non ci siamo svegliati una mattina decidendo di sabotare il governo, parliamo di violazioni del codice deontologico a cui dobbiamo rispondere ben prima che alla questura", puntualizza Verdi.

“Quando hai il camice non esistono il colore della pelle, il sesso, la nazionalità, e non esistono neanche le tue convinzioni personali”

Dopo le tensioni e il clima di insicurezza che ha investito la categoria, la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri ha chiesto di slegare la valutazione clinica dall’autorizzazione all’ingresso in Cpr. Mentre, a fine marzo, il senatore Marco Lisei (FdI) ha depositato un ordine del giorno per bypassare i medici del Sistema sanitario nazionale e affidare la pratica a quelli presenti nei Cpr.

Si perderebbe così la terzietà dell’occhio esterno garantita dalla direttiva Lamorgese, con un problema di “doppia lealtà” per i medici assunti dagli enti gestori: verso il paziente e la deontologia da un lato, verso un datore di lavoro privato dall’altro. Una minaccia tanto all’indipendenza medica quanto alla tutela della salute della persona trattenuta.

Inceppare il meccanismo

In un momento in cui il focus sembra spostarsi sulla difesa della categoria, il cuore del discorso resta la tutela delle persone migranti, che continuano a essere esposte a unaviolenza istituzionale sui loro corpi, una violenza che Cocco definisce "un processo di necropolitica (la facoltà per il potere di decidere chi deve vivere e chi deve morire, ndr), criminalizzazione e invisibilizzazione di un’intera categoria".

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Secondo l’ifettivologo Cotugno, "tutto lo spettro politico è attraversato da forme sottili di razzismo: per mantenere una facciata di umanitarismo deve dire che la salute viene prima di tutto e inserire la visita medica nel processo. Tuttavia il governo Meloni non può permettersi di non reprimere la migrazione e quindi questi medici, inceppando il meccanismo, gli stanno creando un problema concreto".

"Il governo Meloni non può permettersi di non reprimere la migrazione e quindi questi medici, inceppando il meccanismo, gli stanno creando un problema concreto", dice l'infettivologo Sergio Cotugno

E lo creano soltanto seguendo le procedure e la deontologia, senza alcuna obiezione di coscienza: questi medici non si rifiutano di effettuare la valutazione, ma chiedono di non ridurre l’atto medico a una crocetta, rispettando l’autonomia professionale di chi, in un contesto democratico, ha il dovere primario di tutelare la salute degli individui.

"Il paradosso è che i pochi medici che si preoccupano di non violare il codice deontologico – non più del 10 per cento – vengono inquisiti, mentre non ci interroghiamo su quanti certificano l’idoneità di chi poi dentro i Cpr si ammala, si suicida o muore. Non siamo passacarte, ma professionisti che devono avere contezza del contesto in cui operano", dice Cocco.

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Mentre parliamo al telefono alla fine del suo turno, anche Cotugno riflette sul ruolo sociale e politico di chi svolge lo stesso mestiere. "Viviamo una stagione propizia per la ripoliticizzazione della professione medica. Con la Palestina tanti hanno iniziato a ragionare sul fatto che, in quanto medici, si può parlare di salute da un punto di vista sociale. L’argomento dei Cpr è cruciale perché in qualche modo vieni chiamato a perpetrare la violazione di un diritto fondamentale: a ricalibrare l’asse possiamo essere proprio noi".

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