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12 febbraio 2026
C'è una condanna per la morte di Moussa Balde, 23enne guineano che si è tolto la vita il 23 maggio del 2021 nel centro di permanenza per il rimpatrio (cpr) di Corso Brunelleschi a Torino. Mercoledì 11 febbraio 2025, il tribunale del capoluogo piemontese ha riconosciuto le responsabilità dell'allora direttrice della struttura Annalisa Spataro per omicidio colposo con un anno di reclusione con la condizionale, cioè la sospensione della pena a patto che la condannata non ripeta reati dello stesso tipo.
Spataro e la società di gestione Gepsa dovranno versare ai familiari di Moussa 350mila euro di provvisionale, cioè di anticipo sul risarcimento definitivo. "Siamo parzialmente soddisfatti, anche se è difficile esserlo visto il motivo del processo – dice a lavialibera l'avvocato Gianluca Vitale, legale dei familiari –. Ora abbiamo almeno una parte di giustizia". Assolto invece il medico Fulvio Pitanti, responsabile sanitario della struttura.
Moussa Balde, diplomato in elettronica, arriva in Italia nel 2016 dopo un lungo viaggio che dalla Guinea l'aveva portato in Mali e Algeria, per poi attraversare il Mediterraneo. "Nonostante i miei genitori cercassero di dissuaderlo, Moussa era determinato a raggiungere l'Europa per costruirsi un futuro", ha raccontato il fratello Thierno durante una conferenza stampa in occasione dell'inizio processo, non presente il giorno della sentenza a causa delle difficoltà nell'ottenere il visto. Dopo l'arrivo, il giovane resta per tre mesi in un centro d'accoglienza a Imperia. "Si trovava bene – ha continuato Thierno –. I suoi amici volevano andare chi in Francia, chi in Germania, ma Moussa diceva che voleva restare perché era stato accolto dall'Italia. Voleva imparare l'italiano e proseguire la sua formazione da elettricista".
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A un certo punto, però, la situazione cambia. Ai familiari Moussa inizia a dire di non sentirsi più al sicuro. Prova così a spostarsi in Francia, dove però non può ricevere accoglienza a causa del regolamento di Dublino. Rientrato in Italia, vive tra Imperia e Ventimiglia, finché non se ne perdono le tracce. La famiglia viene avvisata della sparizione una settimana dopo da un amico. Moussa Balde ricompare in un video, girato da una cittadina di Ventimiglia il 9 maggio 2021 e condiviso sui social, che mostra tre uomini picchiarlo con calci, pugni e tubi metallici. Gli aggressori, tutti italiani, sono stati condannati nel gennaio del 2023 a due anni ciascuno.
Dopo il pestaggio, Moussa viene portato in ospedale, poi in commissariato a Ventimiglia e infine in Questura ad Imperia, dove gli viene notificato il decreto di espulsione perché irregolare. Da lì il trasferimento nel cpr di Torino, dove viene confinato nel cosiddetto "ospedaletto", l'area destinata all'isolamento. È qui che Moussa si toglie la vita il 23 maggio, nove giorni dopo l'ingresso. "L'abbiamo saputo dall'avvocato, non sapevamo neanche fosse stato rinchiuso in un centro", ha raccontato Thierno. Secondo la procura di Torino, le condizioni di vulnerabilità psichica di Balde non erano compatibili con l'isolamento, ma non sono state valutate correttamente. Per il trattenimento in isolamento era stata formulata anche l'accusa di sequestro di persona nei confronti del responsabile dell'ufficio immigrazione e di due agenti, archiviata però nel novembre del 2024.
"Restano le responsabilità politiche dello Stato, che ha consentito e continua a consentire l'esistenza di questi centri dove la vita delle persone vale di meno"Gianluca Vitale - Avvocato
"Questo processo sta restituendo un pezzo di verità – prosegue Vitale –, ma restano tante aree grigie, tanti errori, tanta leggerezza nel trattamento di Moussa da vivo e da morto, tante responsabilità ancora da accertare. Credo si possa parlare di responsabilità politiche – purtroppo si è ritenuto non giuridiche – dello Stato, dalla Prefettura al ministero dell'Interno. Lo Stato ha consentito e continua a consentire che questi centri siano zone grigie del diritto dove vige la detenzione amministrativa senza regole e la vita della persona vale di meno. Continueremo a mettere in discussione l'esistenza stessa dei cpr".
È significativo che la sentenza del tribunale di Torino sia arrivata nel giorno in cui un altro giovane è morto nel cpr di Bari-Palese (sono almeno 14 le persone decedute in queste strutture dal 2019) e in cui il governo ha annunciato un nuovo disegno di legge che prevede una stretta sull'utilizzo dei cellulari nei cpr, una limitazione dei poteri ispettivi dei parlamentari all'interno delle strutture, stando a quanto ha denunciato Riccardo Magi, e l'ampliamento delle possibilità di trattenimento ed espulsione dei cittadini stranieri.
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