Torino, 21 marzo 2026. Alla manifestazione della giornata in ricordo e impegno in memoria delle vittime innocenti delle mafie, lo spezzone dei familiari di quanti sono morti per mano mafiosa. Nino Morana Agostino è al centro, con la giacca beige (Foto di Paolo Valenti)
Torino, 21 marzo 2026. Alla manifestazione della giornata in ricordo e impegno in memoria delle vittime innocenti delle mafie, lo spezzone dei familiari di quanti sono morti per mano mafiosa. Nino Morana Agostino è al centro, con la giacca beige (Foto di Paolo Valenti)

Vittime di mafia, "seconde generazioni" in cerca di verità. Ma per quanto ancora?

La prima volta a Torino, il 21 marzo 2006, avevo quattro anni e accompagnavo i miei nonni, in cerca di verità e giustizia per la morte dei miei zii Nino Agostino e Ida Castelluccio. Passati 20 anni, alcuni compagni di lotte non ci sono più, mentre all'assemblea dei familiari delle vittime di mafia partecipano figli e nipoti che cercano ancora di conoscere la realtà di fatti ormai molto lontani. Continueremo a marciare, sperando che i testimoni di domani non abbiano più bisogno di lottare

Nino Morana Agostino

Nino Morana AgostinoStudente e attivista

23 marzo 2026

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Quest’anno “festeggio”, o meglio, celebro un ventennale. A distanza di vent’anni sono tornato a Torino, lì dove, due decenni prima, il 21 marzo 2006, partecipai alla prima manifestazione della mia vita, quando avevo quattro anni. La mia famiglia volle portare me e mia sorella, piccolissimi, per ascoltare da un palco la lettura di centinaia di nomi: centinaia di vite e di voci spezzate. Ma, tra tutti, volevano che ascoltassimo i nomi dei miei zii, Nino Agostino e Ida Castelluccio, uccisi dalla violenza mafiosa il 5 agosto 1989. Quella fu la prima di tantissime altre manifestazioni, ma fu l’inizio. E che meraviglioso inizio.

Di quei giorni, ovviamente, ho ricordi vaghi, sfocati: ricordo gli ambienti del Gruppo Abele, le grandi mani di mio nonno Vincenzo Agostino strette alle mie, mia mamma che mi sposta con il passeggino, ma soprattutto ricordo l’infinita pioggia.

Speciale 21 marzo. A Torino, vent'anni dopo

Di nuovo qui, capaci di amare la vita, nonostante tutto

Torino, marzo 2006. Nino Morana Agostino in braccio al nonno Vincenzo Agostino, padre dell'agente di polizia Nino, ucciso insieme alla moglie Ida Castelluccio il 5 agosto 1989
Torino, marzo 2006. Nino Morana Agostino in braccio al nonno Vincenzo Agostino, padre dell'agente di polizia Nino, ucciso insieme alla moglie Ida Castelluccio il 5 agosto 1989

A distanza di vent’anni mi ritrovo qui, negli stessi luoghi, per rileggere i nomi dei miei zii, per riascoltare altri nomi e per scoprirne di nuovi. Negli stessi luoghi, purtroppo vedo che molti familiari ci hanno lasciato, come i miei nonni Vincenzo e Augusta, e compagni di lotta come Placido Rizzotto, Antonella Azoti, e purtroppo tanti altri. Ma sono altrettanti i volti che rivedo in questi giorni: molti dolcemente invecchiati, con il peso di queste storie evidente tra le rughe e i capelli bianchi; i miei coetanei sono diventati adulti, i ragazzi di allora sono oggi genitori.

"Gesti semplici, familiari, che mi ricordano quanto, nonostante il violento strappo subito, siamo rimasti profondamente umani e ancora capaci di amare la vita"

Ogni anno la distanza temporale e fisica si annulla: ci stringiamo in sorrisi e abbracci come se ci fossimo visti un attimo prima. Non mancano i pizzicotti sulle guance, le carezze sul viso e l’immancabile frase: “Quanto sei cresciuto! Mi ricordo quando eri piccolo insieme ai tuoi nonni…”. Gesti semplici, familiari, che mi ricordano quanto, nonostante il violento strappo subito, siamo rimasti profondamente umani e ancora capaci di amare la vita.

Sono tanti i volti che rivedo con piacere e affetto: Nando Dalla Chiesa, Michela Buscemi, Francesca Bommarito, Annamaria Torre, Luciana Di Mauro, Daniela Marcone, tutto lo staff del nazionale di Libera, e tantissimi altri — non posso nominarli tutti — e, ovviamente, le nostre guide, don Luigi Ciotti e Francesca Rispoli.

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"Seconde generazioni" segnate da una perdita che non hanno vissuto

Torino, 20 marzo 2026. L'assemblea dei familiari delle vittime innocenti delle mafie alla Cavallerizza reale
Torino, 20 marzo 2026. L'assemblea dei familiari delle vittime innocenti delle mafie alla Cavallerizza reale

"Mi chiedo continuamente quante generazioni ancora dovranno trascinare queste storie, quanti dovranno ancora chiedere verità nascoste e giustizie negate per vicende che, anagraficamente, sono lontane da loro"

Vedo soprattutto volti nuovi: i bambini di Alessandra Clemente Ruotolo, la figlia di Emanuela Carpita, i nipoti di Pinuccio Fazio. Non nascondo che mi commuovo profondamente incrociando lo sguardo con questi occhi giovani. In loro rivedo me, ragazzi e bambini segnati da una storia e da una perdita che non hanno vissuto direttamente, se non attraverso il dolore dei propri cari. Eppure mi chiedo continuamente quante generazioni ancora dovranno trascinare queste storie, quanti dovranno ancora chiedere verità nascoste e giustizie negate per vicende che, anagraficamente, sono lontane da loro.

Durante l’assemblea dei familiari, molti ragazzi hanno scelto di leggere lettere scritte dai propri genitori, zii o nonni. Ho percepito con forza l’urgenza, quasi un grido silenzioso, di raccontare sempre di più queste storie, di tramandarle senza sosta, di continuare a tenerle vive nel presente e di chiederci, soprattutto, chi le porterà avanti nel futuro.

Quest’anno il nome di questa edizione è Fame di Verità e Giustizia. A distanza di vent’anni da Torino 2006, speravo che questa fame venisse placata, che questa giustizia fosse finalmente arrivata. Ma non è così: come ci ricorda, lapidario, don Luigi, ancora l’80 per cento di noi ne è privo.

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Famiglie ancora in attesa di una verità

“Voglio la verità, forse ancora prima della giustizia. La verità su un duplice massacro che uno Stato complice e spietato ha permesso per coprire sé stesso, i suoi uomini deviati e corrotti. Voglio la verità perché forse la giustizia la vedranno i miei nipoti, ma la verità la voglio adesso, mentre sono vivo, per poter morire un giorno in pace, senza quest’angoscia che mi divora la mente e le viscere”Vincenzo Agostino

La notte dopo l'assemblea dei familiari mi è tornata in mente una frase che lessi in un discorso di mio nonno Vincenzo Agostino, scritto nel 1995: “Voglio la verità, forse ancora prima della giustizia. La verità su un duplice massacro che uno Stato complice e spietato ha permesso per coprire sé stesso, i suoi uomini deviati e corrotti. Voglio la verità perché forse la giustizia la vedranno i miei nipoti, ma la verità la voglio adesso, mentre sono vivo, per poter morire un giorno in pace, senza quest’angoscia che mi divora la mente e le viscere”.

Mia nonna Augusta non è riuscita nemmeno a vedere il rinvio a giudizio per i due killer di suo figlio, di sua nuora e del bambino che lei portava in grembo. Nel cimitero di Santa Maria di Gesù, la sua lapide porta un’incisione: “Qui giace Schiera Augusta, mamma dell’agente Antonino Agostino, una donna in attesa di giustizia anche dopo la morte”.

Addio Vincenzo Agostino, simbolo dei familiari delle vittime innocenti delle mafie

Quanto ancora deve aspettare una famiglia per ottenere verità e giustizia per delitti avvenuti quasi quarant’anni fa? Quanto ancora si dovrà parlare di depistaggi, false piste, prescrizioni, indagini riaperte dopo quarant’anni, e di genitori e parenti morti senza che sia stato celebrato alcun processo? Fino a che punto deve spingersi una famiglia per ottenere ciò che, in uno Stato di diritto, dovrebbe essere garantito?

Abbiamo sempre riposto la nostra massima fiducia e non smetteremo mai di ringraziare quei valorosi uomini dello Stato, procuratori, pubblici ministeri e forze dell’ordine, che ogni giorno si impegnano al massimo per garantirci quel diritto alla giustizia che, purtroppo, ci è stato negato per troppo tempo. Ma non è concepibile che una famiglia — la mia, in questo caso, ma come tante altre — sia stata costretta, per disperazione, a ricorrere alla Corte europea dei Diritti dell’uomo perché lo Stato italiano non ha adempiuto ai propri obblighi di verità e giustizia.

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Le prossime generazioni raccoglieranno il testimone?

"Sento con forza il desiderio che chi verrà dopo di noi non sia costretto a porsi gli stessi interrogativi"

Guardando questi bambini sotto il palco dove vengono letti i nomi, penso che i miei nonni se ne siano andati con la consapevolezza che la nuova generazione, quella che non ha vissuto le stragi e i delitti eccellenti, avrebbe continuato a chiedere quella verità e quella giustizia per cui loro hanno lottato. Sono morti sapendo che il loro testimone è stato raccolto dalle ragazze e dai ragazzi che oggi marciano a Torino e in ogni città d’Italia, cantando, urlando, gioendo tra i colori delle bandiere e cori improvvisati.

Eppure, guardando questi bambini, mi chiedo anche se le prossime generazioni dovranno a loro volta raccogliere il testimone di queste lotte. Per tanti anni io, insieme ad altri nipoti di vittime che non abbiamo mai conosciuto, ci siamo autodefiniti “familiari di seconda generazione”. Accanto a me ci sono i nipoti di Beppe Montana, di Rita Borsellino, di Salvatore e Rodolfo Buscemi, di Pietro Busetta e tanti altri ragazzi uniti da domande che portiamo dentro: chi siamo? Questa storia ci appartiene davvero? In che modo possiamo portarne il peso e la responsabilità?

Non so se troveremo mai risposte. Personalmente continuo a interrogarmi, ma sento con forza il desiderio che chi verrà dopo di noi non sia costretto a porsi gli stessi interrogativi.

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Libera è stata fondamentale in questo percorso, perché ci ha permesso di riconoscerci in storie diverse ma simili. È stato importante trovare uno spazio in cui condividere vissuti, domande e mancanze che spesso è difficile spiegare fuori da questo contesto. È stata la svolta scoprire che esistono ragazzi capaci di comprendere fino in fondo cosa significhi essere legati a qualcuno che non si è mai conosciuto, ma che vive nei racconti, nella memoria, nell’amore delle proprie famiglie.

Dentro Libera, queste esperienze smettono di essere isolate, diventano relazione, confronto, consapevolezza. E, soprattutto, smettono di essere solitudine.

Ho 24 anni e sono un orgoglioso zio: mi impegnerò affinché i miei nipoti arrivino alla mia età conoscendo finalmente queste verità. Continueremo a marciare, per i miei prossimi venti 21 marzo, affinché i testimoni del domani non abbiano più fame di verità e giustizia.

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