Ci avvelenano, ma servono al riarmo: dall'Ue via libera ai pfas nell'industria bellica

La Commissione europea si appresta ad ampliare deroghe sugli inquinanti per le aziende del comparto militare, mentre uno studio del Parlamento propone esenzioni illimitate sui pfas. Intanto la Nato stessa avvia sperimentazioni per trattare le basi contaminate. Marcolungo: "Così si privilegia l'industria rispetto ad ambiente e salute"

Paolo Valenti

Paolo ValentiRedattore lavialibera

20 gennaio 2026

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Contaminano acqua e suolo per centinaia di anni, penetrano nel corpo umano attraverso la catena alimentare e si accumulano nel sangue e nei tessuti causando tumori, infertilità, danni agli organi e persino al feto durante la gravidanza. Ma servono all’industria bellica, che nell’era del riarmo non può permettersi – almeno, così viene raccontato – di farne a meno. Così, mentre in Europa continuano a emergere dati sull’estensione e la gravità della contaminazione da pfas (acronimo di sostanze per- e polifluoroalchiliche, chiamati anche “inquinanti eterni”) e proseguono le discussioni per limitarne la produzione e l’uso, sono già sul tavolo deroghe ed esenzioni per il comparto militare.

Cosa sono i pfas e come ne parliamo

"Deroghe illimitate": lo studio del parlamento europeo

Il tassello più recente risale allo scorso dicembre, quando il parlamento europeo ha pubblicato uno studio sul “ruolo dei pfas come fattori della competitività dell’industria europea”. Realizzato dalla società di consulenza britannica Rpa Ltd su richiesta della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia, il documento analizza l’utilizzo di queste sostanze in alcuni settori strategici, tra cui la difesa e l’aerospazio, la disponibilità di alternative e l’impatto potenziale delle restrizioni in discussione. Il quadro che emerge delinea un utilizzo molto ampio degli inquinanti eterni nell’industria bellica: sono impiegati nella produzione di armi, munizioni, apparecchi elettronici a uso militari, componenti di mezzi aerei, navali e terrestri, dispositivi di protezione individuale e schiume antincendio. Sostituirli, sostiene lo studio, sarebbe spesso infattibile e le proposte di restrizione attualmente in discussione produrrebbero “perdite economiche sostanziali e impatti occupazionali, con rischi per la competitività globale dell’Europa”. Si raccomandano quindi “deroghe illimitate per l’aerospazio, la difesa e i semiconduttori”, vista la “crescente insicurezza geopolitica globale”, e “l’esclusione dei gas fluorurati (o f-gases, di cui l’Ue ha già deciso l’abolizione entro il 2050, ndr) dalle restrizioni”.

"È uno studio estremamente superficiale e carente dal punto di vista scientifico, il che conferma quanto la narrazione sui pfas sia distorta in favore dell’industria"Christine Hermann - European environmental bureau (Ebb)

“È uno studio estremamente superficiale e carente dal punto di vista scientifico, il che conferma quanto la narrazione sui pfas sia distorta in favore dell’industria – commenta Christine Hermann, responsabile delle politiche in materia di sostanze chimiche presso l’ong European environmental bureau –. La richiesta di deroghe illimitate mostra che non c’è alcuna volontà di assumersi la responsabilità degli impatti sull’ambiente e sulla salute né di sviluppare alternative. D’altro canto, perché le aziende avrebbero dovuto farlo se non c’è alcun obbligo?”. “Che non ci siano alternative ai gas fluorurati è falso – aggiunge la professoressa Claudia Marcolungo, docente di Diritto ambientale presso l’Università di Padova –. Diversi studi hanno mostrato che ne esistono di praticabili, efficienti ed economicamente sostenibili”.

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Restrizioni pfas, per l'industria bellica deroghe sempre più ampie

Di deroghe per l’industria bellica si parla già dal 2023 quando, su iniziativa di cinque Stati membri (Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia), ha preso avvio la discussione per limitare l’uso e la produzione di 10mila pfas in tutta l’Unione. La prima proposta prevedeva una deroga per consentire per ulteriori 12 anni l’utilizzo di queste sostanze per la refrigerazione e il condizionamento dell’aria nei veicoli militari, pur riconoscendo “potenziali perdite sostanziali in termini di benessere per i dipendenti del servizio militare”. Lo scorso agosto, la deroga proposta è stata allargata per coprire anche “applicazioni militari ed esplosivi”, con emissioni aggiuntive stimate in 17mila tonnellate di pfas. L’intero comparto militare, si legge nei documenti, sarebbe responsabile della produzione di più di 2mila tonnellate di inquinanti eterni ogni anno. 

Il comparto militare europeo produrrebbe più di 2mila tonnellate di pfas all'anno, ma i dati sono limitati dalla riservatezza delle informazioni

Eppure, come ammettono gli stessi autori, l’analisi sull’impatto delle deroghe è limitata dalla scarsa disponibilità di informazioni: “La riservatezza in settori come quello militare ostacola la stima dell’impatto in termini di costi, per cui nessuna valutazione quantitativa è stata realizzata”, si legge nei documenti ufficiali che accompagnano la proposta. “Qualsiasi restrizione dipende dalla disponibilità di informazioni e abbiamo visto in passato che dove queste sono scarse, le autorità sono piuttosto restie a porre limitazioni – continua Hermann –. È evidente che, nella proposta di restrizione, il settore militare non è stato valutato con lo stesso livello di attenzione e precisione degli altri”.

Contaminazione da pfas nelle basi militari: l'allarme Nato

Quello che è certo è che l’inquinamento da pfas tocca già diverse aree militari: “La contaminazione sta interessando i siti della Nato e delle forze armate alleate, ponendo seri problemi alle operazioni e all’ambiente, con ripercussioni su suolo, acque, attrezzature e aree di addestramento”, si legge in un comunicato pubblicato dello scorso novembre dall’Organizzazione per la scienza e la tecnologia dell’Alleanza, che ha annunciato l’avvio di una sperimentazione internazionale per sviluppare tecnologie di trattamento, citando un “bisogno urgente”. I partecipanti selezionati (aziende, istituzioni accademiche o enti governativi) saranno ospitati nel corso del 2026 in una base militare canadese dove riceveranno fino a un metro cubo di terra contaminata per realizzare test.

Non solo pfas: per la difesa meno vincoli sulle sostanze chimiche

I tentativi di liberare l’industria bellica dai vincoli pensati per tutelare l’ambiente e la salute non riguarda solo i pfas. Lo scorso 17 giugno, nell’ambito del piano di riarmo Readiness 2030, la Commissione europea ha presentato l’“Omnibus per la prontezza della difesa”, un pacchetto di proposte legislative volte a “semplificare i processi e rimuovere gli ostacoli normativi e amministrativi per accelerare l'incremento della produzione industriale europea nel settore della difesa”. In particolare, la proposta, sulla quale Consiglio e Parlamento hanno già espresso parere favorevole con minime modifiche, punta a emendare quattro regolamenti comunitari sulle sostanze chimiche ampliando la possibilità per gli Stati membri di stabilire esenzioni per il settore della difesa. Si tratta del regolamento Reach (che vieta o limita l’uso di 78 sostanze o categorie di sostanze, alcune delle quali cancerogene, mutagene e tossiche per la riproduzione), quello relativo alla classificazione, all'etichettatura e all’imballaggio (nella parte che riguarda le sostanze esplosive), quello sui biocidi e quello sugli inquinanti organici persistenti. In quest’ultimo caso, la proposta consentirebbe anche di bypassare gli obblighi informativi previsti dal regolamento per “motivi di tutela degli interessi nazionali e in materia di difesa al fine di proteggere le informazioni sensibili”.

Strasburgo, la cena è a base di pfas

"La difesa è utilizzata come pretesto per allargare le maglie delle deroghe e creare una sorta di stato di emergenza in virtù del quale sostanze che sono state buttate fuori dalla porta potrebbero rientrare dalla finestra"Claudia Marcolungo - Università di Padova

La ratio della riforma è spiegata bene nei documenti preparatori, nei quali la Commissione afferma che “i divieti o le restrizioni nell’uso di alcune sostanze sono essenziali per la salute e la sicurezza dei cittadini europei, compresi i lavoratori del settore della difesa”, ma coprono anche “gran parte delle sostanze usate per sviluppare, produrre e mantenere sistemi di difesa” e pongono quindi una “minaccia diretta alla disponibilità, all’interoperabilità e alla manutenibilità delle capacità di difesa europee e compromettono l’autonomia strategica dell’Ue”. “Sono parole inquietanti, che legittimano un gioco al ribasso sull’intero sistema normativo – commenta Marcolungo –. La difesa è utilizzata come pretesto per allargare le maglie delle deroghe e creare una sorta di stato di emergenza in virtù del quale sostanze che sono state buttate fuori dalla porta potrebbero rientrare dalla finestra”.

Quanto pesa l'industria a Bruxelles

Nell’analisi dei costi che accompagna la proposta si sostiene che l’ampliamento delle deroghe farà risparmiare alle aziende tempo e soldi oggi impiegati nell’adempiere ai vincoli, senza “alcun impatto negativo sugli obiettivi generali di sostenibilità ambientale delle attività della difesa”. Nessuna menzione dei costi per l’ambiente e per la salute umana. Un’omissione che non stupisce, se si guarda all’elenco delle parti coinvolte nel processo di consultazione che ha portato alla proposta: dei 171 soggetti ascoltati, 129 sono aziende o associazioni industriali, 23 sono organi Stati membri. Gli enti di ricerca e le organizzazioni non governative sono meno di una decina e nessuno è stato ammesso alla fase dei “dialoghi strategici”. 

Dei 171 soggetti coinvolti nelle consultazioni, 129 sono aziende o associazioni industriali, 23 sono organi Stati membri. Diversi eurodeputati che seguono il dossier hanno incontrato lobbisti

Non solo: le informazioni disponibili sul sito del parlamento europeo mostrano che diversi eurodeputati che stanno seguendo i lavori hanno incontrato portatori di interessi – ovvero lobbisti – dell’industria della difesa, tra cui l’italiana Beretta. “L’intero processo degli Omnibus è estremamente problematico e poco democratico – continua Hermann –. La domanda è fino a che punto ci si spingerà: senza una chiara definizione degli usi essenziali per la difesa, si rischia che gli Stati permettano la continua esposizione dei cittadini a contaminazioni sempre maggiori. È una prospettiva miope”. Concorda Marcolungo: “Il problema di fondo è affermare il primato dell’industria sulle scelte politiche, sulla salute e sull’ambiente. Così si tradisce il patto sociale, ma anche le regole di mercato, perché vengono privilegiate aziende vecchio stile penalizzando invece quelle che investono in alternative verdi”.

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