
"Ragazzi, distinguete il bene dal male, perché il conto da pagare è alto"



1 aprile 2026
Leo Ortolani è uno dei più apprezzati fumettisti italiani. Il suo personaggio di maggior successo, Rat-Man – un topo imbranato che si crede supereroe – è riuscito nell’impresa di unire un gruppo di irriducibili fan che per vent’anni (dal 1997 al 2017), ogni due mesi, hanno atteso in edicola l’uscita della serie, diventata un cult nel panorama del fumetto nostrano.
Nel frattempo Ortolani, 59 anni, nato a Pisa ma parmigiano d’adozione, ha scritto e disegnato tante altre cose: parodie, un libro che racconta il lungo percorso per adottare le due figlie, spassose raccolte di recensioni di film (è un grande appassionato di cinema), ma anche la graphic novel Cinzia, una transessuale innamorata di Rat-Man a cui l’autore ha dedicato un intero volume.

L’ultimo lavoro edito da Feltrinelli si intitola Tapum – come la canzone popolare della prima guerra mondiale, onomatopea del colpo di arma da fuoco – e sembra discostarsi dai precedenti. Ortolani ha indossato la divisa del tenente Vincenzo Mariani per raccontare la battaglia del monte Ortigara (10-29 giugno 1917), che vide affrontarsi lungo il confine tra Veneto e Trentino-Alto Adige l’esercito italiano e quello austro-ungarico, con un bilancio finale di oltre 30mila vittime.
Nel libro, le tavole in bianco e nero che mostrano i corpi dilaniati degli alpini ricordano le fotografie a colori dei soldati morti nei conflitti odierni. Guerre che, allora come adesso, molti di questi ragazzi non avrebbero voluto combattere.
Leo, Tapum è un fumetto diverso rispetto ai precedenti. Come mai questa scelta?
Nasce dalla lettura de La Guerra dei Bepi di Andrea Pennacchi, che mi ha regalato il libro invitandomi a farne un fumetto. Per due anni il progetto è rimasto fermo, poi ho cominciato a lavorare sul primo racconto, la battaglia del monte Ortigara, ma non era abbastanza lungo per ricavarne una storia a fumetti. Allora ho iniziato a studiare e a cercare documenti. E lentamente l’idea ha preso forma.
Quindi non c’è nulla di personale?
Il tema della guerra mi ha sempre incuriosito. Mio nonno è di Trieste e se l’avessero mandato a combattere sul Carso, visto quello che poi è successo, probabilmente non sarei mai nato. Poi c’è la canzone che dà il nome al libro, Tapum, un ricordo che mi porto dietro fin da bambino. Scrivendo questa storia mi sono immedesimato così tanto da sentirmi un soldato. Vincenzo, che poi sono io, osserva da lontano i feriti, i morti, vede illusioni. È un Virgilio che racconta la disperazione.
Durante la stesura del libro hai pubblicato una foto che mostra tanti fogli di carta stesi sul pavimento. Cosa stavi facendo?
Non scrivo mai la sceneggiatura al computer, preferisco utilizzare i fogli di carta, anche il retro delle vecchie bollette, e appuntare tutto. Ho bisogno di capire materialmente in quale direzione sta andando il racconto.
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Stavolta le battute alla Rat-Man tardano ad arrivare e il personaggio più ironico risulta essere la morte. Per quale motivo?
Il rispetto per questi poveri soldati era tale che non sapevo davvero come introdurre quel pizzico di leggerezza, alla Peppone e don Camillo tanto per intenderci. Così ho pensato che l’unica spalla comica potesse essere la morte. Ho mantenuto una sola battuta alla Rat-Man: quando parlo dei dispersi scrivo che non scompaiono per il sortilegio di un mago ma perché vengono colpiti da una granata che li disintegra. Altre battute invece le ho tolte, stavolta è andata così.
Insomma, c’è poco da ridere.
I soldati sull’Ortigara erano ragazzi che fino a poco tempo prima andavano su quei monti a pascolare gli animali, in gita con i compagni di scuola. Ho cercato di raccontare il loro sforzo per restare aggrappati alla vita, magari inventandosi un canto o qualsiasi altra cosa che li aiutasse a sopravvivere. C’era chi lavorava i bossoli e le spolette per renderli gioielli e portafiori, trasformavano ciò che distrugge in qualcosa di bello. Tapum non è un romanzo a fumetti storico, semmai è un racconto sulla capacità dell’uomo di restare umano di fronte all’orrore della guerra.
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Emerge anche la crudeltà dei capi, che mandavano i soldati a morire per conquistare una postazione e un encomio dai superiori.
I generali dell’epoca avevano diritto di vita e di morte sui soldati. Tra i documenti che ho consultato, mi ha colpito la storia di un militare sorpreso a fumare al passaggio di un superiore, che scese da cavallo e lo uccise. Per non parlare delle decimazioni: sono morti in centinaia per non avere obbedito o perché, stremati, si sono opposti all’ordine di attaccare. D’altronde Cadorna pensava che i soldati fossero pigri, che non avessero abbastanza spirito patriottico. È la follia al comando, che poi è la stessa dei giorni nostri, un tempo disperato per l’umanità.
Perché hai scelto di raffigurare la patria come una bella donna, egoista, cinica e sadica?
Nel corso della storia in nome della patria sono state fatte cose orribili. Ho pensato alla patria disegnata sui manifesti, la donna con la corona in testa, lo scudo e la bandiera che chiama a combattere i soldati. La patria è una figura quasi vampiresca, che si nutre del sangue dei suoi ragazzi.
Racconti storie vecchie cent’anni, ma ancora attuali. Come quella del soldato che fugge dal fronte perché ha paura di combattere. Tutti lo trattano da codardo, nel tuo fumetto invece emerge compassione, empatia per la sua paura.
Fatico a immaginare i sentimenti di quei ragazzi, che fino a pochi giorni prima lavoravano nei campi, nelle fattorie, nelle fabbriche, studiavano. In poco tempo si ritrovarono al freddo, su un terreno di battaglia dove giacevano ancora i cadaveri dei soldati morti l’anno precedente. L’Italia entrò in guerra in modo sporco, poco democratico. I primi chiamati al fronte erano ubriachi dell’esaltazione che accompagna l’inizio di tutti i conflitti, ma presto le cose cambiarono e chi tornava indietro raccontava ciò che aveva visto. Quelli dopo non erano più così convinti di partire. Capisco che in Ucraina e da altre parti i ragazzi non vogliano combattere: quando vedi morire i tuoi amici non vuoi fare la stessa fine, ma spesso sei costretto comunque ad andare.
La guerra non è solo per gli uomini
In passato quando hai parlato di guerra è comparso Gesù. Qui in Tapum il capitano del battaglione invoca Dio. Che rapporto hai con la religione?
Gesù non è rappresentato sempre allo stesso modo, cambia a seconda dei periodi della mia vita. Oggi, rispetto a qualche anno fa, metto in discussione certe cose e, pur restando convinto che esista un’entità che ha dato origine a tutto, mi piace presentare, da una parte, un Dio che perdona e, dall’altra, il Dio degli eserciti. Nei miei libri viene fuori questo contrasto.

Negli ultimi anni hai condannato pubblicamente i bombardamenti israeliani su Gaza. Ma per molti artisti prendere posizione è stato un po’ più complicato. Perché?
Mi spiace che in molti non si espongano, ma sono scelte personali. Da papà non potevo proprio tacere, sfido chiunque a stare zitto davanti a certe cose. Mi spiace soprattutto per le mie figlie che sono così giovani. Anche ai miei tempi non ce la passavamo così bene tra terrorismo, Cernobyl, le stragi. Però la guerra non sembrava così vicina.
A Gaza, la tragedia dei dispersi e dei corpi senza nome
Hai paura della guerra?
No, e comunque penso che l’umanità saprà affrontarla come ha sempre fatto. Certo, finché siamo in tempo due domande sul perché stiamo rischiando di scatenare un conflitto globale me le farei e cercherei in tutti i modi di evitarlo.
Libera ha sempre dato molto importanza alla memoria. Anche Tapum è un modo per ricordare tutti i soldati morti e dimenticati?
La tragedia dell’Ortigara è ancora viva e l’ho capito quando ho partecipato a un incontro ad Asiago. Era tardi, faceva freddo, ma la sala era piena. C’è un punto nel libro in cui dico che non bisogna dimenticare, quindi sì, Tapum è anche un omaggio ai soldati caduti, così come lo sono i tanti monumenti che ricordano quei fatti orribili. Però mi chiedo a cosa serva questa memoria se poi ripetiamo le stesse follie del passato. Forse basterebbe non consegnare il potere a persone che non sono capaci di gestirlo.
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