(Immagine da Freepik)
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Un linguaggio inclusivo per una società più aperta

L'italiano non è una lingua inclusiva, ma alcuni accorgimenti possono aiutarci a dare il via a un cambiamento per una società più giusta partendo proprio dalle parole

Salvatore Celentano

Salvatore CelentanoResponsabile del settore formazione di Libera Bologna

Sofia Nardacchione

Sofia NardacchioneGiornalista freelance

29 dicembre 2020

Buongiorno a tutte”. Con queste parole il 25 novembre di un anno fa, come coordinamento bolognese di Libera comunicavamo al mondo dei social la nostra scelta di cambiare linguaggio, utilizzando nella comunicazione pubblica il femminile inclusivo. Per rivolgerci a un gruppo indistinto di persone, invece che utilizzare il maschile generico, abbiamo scelto di utilizzare il femminile. Perché? Il nostro gruppo è eterogeneo, ma condivide l’idea politica che l’inclusività e l’uguaglianza siano principi necessari per il perseguimento della nostra idea di giustizia. Un’idea che nasce in una città, Bologna, ricca di esperienze e di stimoli legati all'autodeterminazione e al riscatto sia degli individui sia delle comunità. In quel periodo, poi, eravamo nel pieno di un percorso che ci ha fatti riflettere sull’importanza del riscatto: Liberi di scegliere. Abbiamo così deciso di legare la scelta di cambiamento del linguaggio a quello che vedevamo quotidianamente nel progetto: il coraggio di quelle donne che da pochi anni stanno iniziando a fare la grande rivoluzione di liberazione di se stesse e delle proprie figlie e dei propri figli dall'oppressione ‘ndranghetista, che stanno rompendo gli schemi del potere violento e virilista.

La rivista

2022 - numero 18

Oltre le convenzioni

Nel dicembre del 2000, a Palermo veniva firmata la Convenzione Onu contro il crimine organizzato transnazionale, presentata in termini trionfalistici come una svolta nella lotta ai fenomeni mafiosi in tutto il mondo. Ma cosa è cambiato da allora? Qual è lo stato dell'arte in fatto di contrasto ai traffici illeciti globali?

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