
Diario di un frate francescano: "La solitudine è la mia compagna di viaggio"



1 aprile 2026
Com’è possibile un’impresa tanto spinta e incredibile, quella di transitare – qui sulla terra – dalla condizione umana alla condizione divina? Si dirà: è soltanto un modo di dire, una metafora; noi rimaniamo pur sempre animali del genere Homo, per quanto Sapiens sia l’appellativo che ci siamo attribuiti come specie. Certo, ma è una questione di progressiva gradualità, di “progresso infinito”: causa, segno o effetto dell’aspirazione a una condizione divina.
Edmund Leach, l’antropologo che abbiamo citato nel numero precedente de lavialibera, insinuava l’idea secondo cui saremmo arrivati alla condizione divina, o se si vuole simil-divina, senza pensarci troppo, ovvero semplicemente aumentando sempre più il nostro potere, che da umano, passo dopo passo, si trasformerebbe in un potere talmente grande, impressionante, inedito da diventare appunto divino, attribuibile soltanto a un dio, o agli dèi.
L’uomo non si è fatto dio aumentando misericordia, amore e saggezza, ma il potere di costruire e distruggere
In altre parole, non siamo diventati dèi aumentando, per esempio, la nostra misericordia, il nostro amore, la nostra preveggenza, la nostra saggezza: siamo diventati dèi aumentando soltanto il nostro potere, sia in senso costruttivo sia in senso distruttivo.
Troviamo queste stesse considerazioni nel libro dello storico israeliano Yuval Noah Harari dal titolo Sapiens. Da animali a dèi (2011). Nella postfazione Harari scrive: "Settantamila anni fa Homo sapiens era ancora un animale insignificante che si faceva i fatti suoi in un angolo dell’Africa. Nei successivi millenni si trasformò nel signore dell’intero pianeta e nel terrore dell’ecosistema. Oggi è sul punto di diventare un dio, pronto ad acquisire non solo l’eterna giovinezza, ma anche le capacità divine di creare e di distruggere".
È vero: sono considerazioni un po’ veloci. Proprio per questo Harari è poi tornato sull’argomento in un libro interamente dedicato a Homo Deus (2015), dove egli prende in esame il programma di "innalzamento degli uomini al rango divino". Per Harari è come se alcuni gruppi di umani avessero coltivato il proposito di trasformare la specie Homo sapiens in un’altra specie, denominabile appunto come Homo Deus.
Lo storico israeliano, inoltre, mette a fuoco due fasi di questo programma deificatorio. La prima – quella che si può designare con il termine Antropocene, ovvero l’epoca dell’umanità – coincide con un periodo di diversi millenni, durante i quali "Homo sapiens è divenuto il più importante agente del cambiamento nell’ecosistema globale".
La seconda – che non si sostituisce, ma si aggiunge alla prima – è invece quella attuale, contrassegnata dal ricorso alle biotecnologie, all’ingegneria biomedica, così come alla "ingegnerizzazione di esseri non organici" (robot, intelligenza artificiale). Mentre nella prima fase l’uomo è diventato dio accrescendo a dismisura il suo potere sul mondo, in questa seconda fase egli si fa dio diventando il creatore di sé stesso, modificando la struttura biologica e neuropsichica di Homo sapiens.
A queste analisi Harari aggiunge una notazione davvero preoccupante: nonostante la paura del "grande ignoto" verso cui "stiamo andando" a tutta velocità, nessuno sembra essere ormai più in grado di arrestare tale programma. Siamo quindi sì diventati dèi, ma siamo dèi doppiamente spaventati: ci fa paura l’ignoto e, nel contempo, l’incapacità di controllo o l’impossibilità di arresto della marcia verso l’ignoto.
Ci fa paura l’ignoto e, nel contempo, l’incapacità di controllo o l’impossibilità di arresto della marcia verso l’ignoto
Ciò a cui abbiamo ormai dato luogo è infatti una civiltà così smisurata che, insieme a un’infinità di beni, genera parallelamente un’infinità di bisogni, a cominciare dalle risorse materiali e organizzative con cui questa stessa civiltà deve essere di continuo sostenuta.
Come già i fondatori del marxismo avevano messo in luce, e Harari dal canto suo ribadisce, l’economia moderna e capitalistica "necessita di una crescita costante e indefinita per poter sopravvivere": la "troppa civiltà" denunciata da Marx e Engels nel Manifesto del 1848 si traduce sul piano umano in una continua e inarrestabile produzione di bisogni.
Noi, fruitori di questa eccessiva civiltà, siamo dunque sì dèi repleti di beni e di poteri, ma anche dèi pieni di bisogni: accecati e resi impotenti dai nostri stessi bisogni. Secondo Harari, questo tipo di economia si combina strettamente con l’aspirazione all’immortalità e alla divinità che contraddistingue, ormai da tempo, la cultura in cui viviamo e in cui prende forma la nostra umanità.
La "troppa civiltà" denunciata da Marx e Engels nel Manifesto del 1848 si traduce sul piano umano in una continua e inarrestabile produzione di bisogni
"Un’economia che si regge su una crescita infinita ha infatti bisogno di progetti infiniti", proprio come l’immortalità e l’acquisizione di poteri divini. Del resto, la divinizzazione in cui siamo coinvolti è sbilanciata per un ulteriore motivo: siamo dèi per tutti i poteri che abbiamo acquisito, ma per molti aspetti siamo pur sempre quegli stessi animali, organicamente inermi e psichicamente incerti, che cercavano affannosamente di sopravvivere nelle savane africane.
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Certo, abbiamo raggiunto livelli di benessere e di civiltà del tutto ignoti ai nostri antenati. Ma per concludere, sfruttando alcune parole di Harari, "può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi" insoddisfatti, infelici, impauriti, accecati dalla quantità ingestibile dei loro stessi bisogni, e che proprio per questo alla fine non sanno fare altro che sfoderare – come ultima, fondamentale risorsa – il modello di comportamento più aggressivo in natura, quello dell’animale super-predatore?
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