Foto del Birmingham Museums Trust/Unsplash
Foto del Birmingham Museums Trust/Unsplash

Siamo dèi spaventati

Abbiamo creato una civiltà così smisurata che, insieme a un'infinità di beni, genera parallelamente un'infinità di bisogni

Francesco Remotti

Francesco RemottiProfessore emerito di Antropologia culturale dell'Università di Torino

1 aprile 2026

Com’è possibile un’impresa tanto spinta e incredibile, quella di transitare – qui sulla terra – dalla condizione umana alla condizione divina? Si dirà: è soltanto un modo di dire, una metafora; noi rimaniamo pur sempre animali del genere Homo, per quanto Sapiens sia l’appellativo che ci siamo attribuiti come specie. Certo, ma è una questione di progressiva gradualità, di “progresso infinito”: causa, segno o effetto dell’aspirazione a una condizione divina.

Edmund Leach, l’antropologo che abbiamo citato nel numero precedente de lavialibera (n.37), insinuava l’idea secondo cui saremmo arrivati alla condizione divina, o se si vuole simil-divina, senza pensarci troppo, ovvero semplicemente aumentando sempre più il nostro potere, che da umano, passo dopo passo, si trasformerebbe in un potere talmente grande, impressionante, inedito da diventare appunto divino, attribuibile soltanto a un dio, o agli dèi.

L’uomo non si è fatto dio aumentando misericordia, amore e saggezza, ma il potere di costruire e distruggere

In altre parole, non siamo diventati dèi aumentando, per esempio, la nostra misericordia, il nostro amore, la nostra preveggenza, la nostra saggezza: siamo diventati dèi aumentando soltanto il nostro potere, sia in senso costruttivo sia in senso distruttivo.

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