(Rishabh Dharmani/Unsplash)
(Rishabh Dharmani/Unsplash)

La sconfitta e l'inutile ricerca dell'identità

Dopo una sconfitta elettorale, i partiti ricercano la propria identità. Dopo una disfatta, per ripartire e riabilitarsi molti pensano a riappropriarsi del "chi siamo", ma è solo un'illusione. Si cerca l'essere, trascurando il divenire e le possibili soluzioni per ripartire

Francesco Remotti

Francesco RemottiProfessore emerito di Antropologia culturale dell'Università di Torino

25 novembre 2022

Quando qualcosa va storto o qualcuno si trova in difficoltà – per esempio, l’insuccesso di un partito politico – tanto gli amici e sostenitori quanto gli antagonisti e avversari, suggeriscono di ritrovare l’identità perduta oppure di inventarsene una nuova, più robusta e convincente. Si ritiene che il primo passo per uscire dalla crisi consista nel decidere o nel prendere coscienza del “chi siamo”: si pensa cioè che occorra capire quale sia o debba essere la nostra identità, come condizione preliminare per una futura riabilitazione. Si ritiene, inoltre, che quanto più forte fosse la nostra identità, tanto più otterremmo un valido riconoscimento.

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Non solo fentanyl, in Europa cresce la dipendenza da farmaci e nuove droghe. Diversi tipi di oppiaceo, oltre l'eroina, sono documentati nel 74 per cento delle morti per overdose in Europa, spesso in combinazione con alcol e altre sostanze. In Italia, record di 15-19enni che nell'ultimo anno hanno fatto uso di psicofarmaci senza prescrizione medica: nel 2023 sono stati oltre 280mila.

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