14 giugno 2023, porto di Kalamata (Grecia). Il personale medico presta soccorsi ai migranti sopravvissuti al naufragio del peschereccio partito dalle coste libiche. (Evangelos Bougiotis/Epa)
14 giugno 2023, porto di Kalamata (Grecia). Il personale medico presta soccorsi ai migranti sopravvissuti al naufragio del peschereccio partito dalle coste libiche. (Evangelos Bougiotis/Epa)

Dopo il naufragio di Kalamata, riemergono le colpe della Grecia

Da anni le autorità elleniche respingono i migranti violando il diritto internazionale. La colpa non è soltanto di Atene: né i singoli Stati, né la Commissione europea hanno preso iniziative per rinforzare gli obblighi di soccorso in mare. Così le responsabilità vengono addossate soltanto sulle organizzazioni di trafficanti di esseri umani

Gianfranco Schiavone

Gianfranco SchiavonePresidente del Consorzio italiano di solidarietà

19 giugno 2023

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Con il passare dei giorni emergono lacune e contraddizioni sempre più evidenti in relazione al naufragio di Kalamata, alla gestione dei soccorsi del peschereccio – con a bordo centinaia di migranti – partito dalla Libia e affondato a 47 miglia nautiche a sudovest di Pylos, nel Peloponneso. In particolare appare terribile, ma affatto infondata alla luce degli elementi a disposizione, l’ipotesi che la guardia costiera greca abbia tentato, prima con un ritardo omissivo durato due giorni nel quale nessun soccorso è stato predisposto, e infine con il traino dell’imbarcazione, una manovra di allontanamento del peschereccio dall’area Sar (Search and rescue, ndr) greca, in modo da disfarsi delle sue responsabilità.

La Grecia da anni respinge i migranti in maniera illegale

Questa ipotesi non può e non deve essere esclusa anche alla luce delle gravissime condotte di cui la Grecia si è resa responsabile da anni: faccio riferimento in particolare all’inchiesta pubblicata dal New York Times il 19 maggio 2023 che mostra dei migranti sull’isola di Lesbo, tra cui un bambino di sei mesi, fatti scendere da un furgone e fatti salire su una barca della guardia costiera greca da dove, in mare aperto, vengono spinti un gommone di salvataggio e fatti andare alla deriva. Secondo la ong greca Aegean Boat Report, si tratta di operazioni sistematiche che proseguono da due anni a seguito delle quali oltre "25mila persone sono state respinte illegalmente nel Mar Egeo, 485 zattere di salvataggio trovate alla deriva con a bordo 8.400 persone". Va altresì ricordato il rapporto di Amnesty InternationalGrecia: violenze, bugie e respingimenti che documenta i respingimenti illegali delle autorità greche, via terra e via mare. Il rapporto esamina soprattutto le operazioni illegali nella regione del fiume Evros, che segna il confine terrestre tra Grecia e Turchia.

Le violazioni del diritto internazionale

Tutte le dichiarazioni ufficiali si limitano a esternazioni generiche e stucchevoli di “preoccupazione” accompagnate dalla consueta e comoda condanna verso le organizzazioni di trafficanti

Secondo il diritto internazionale sul soccorso in mare l’obbligo di soccorso (in particolare la convenzione Unclos del 1982 e la convenzione Solas del 1974) è tassativo e inderogabile e va attuato sempre in qualunque circostanza ciò sia possibile e indipendentemente dalla condizione giuridica dei naufraghi. L’insistenza con la quale le autorità elleniche sottolineano che i migranti avrebbero rifiutato i soccorsi perché volevano proseguire verso l’Italia non è sostenibile non solo perché pare smentita dai video diffusi da Alarm Phone in cui le richieste di soccorso sono evidenti, ma anche perché tali tesi non hanno alcun pregio sul piano giuridico; non ha senso alcuno sostenere che le centinaia di migranti avessero espresso (da parte di chi e in quale forma?) tale presunta volontà che, anche se fosse stata di alcuni, in ogni caso non avrebbe mai potuto pregiudicare l’obbligo di attuare le operazioni di soccorso.

Il fondatore di Alarm Phone: "L'Europa è la vera collaboratrice dei trafficanti"

La citata Convenzione Unclos, all'articolo 98, comma 2, impone a ogni Stato costiero l’obbligo di “promuovere l’istituzione, l’attivazione e il mantenimento di un adeguato ed effettivo servizio di ricerca e soccorso relativo alla sicurezza in mare e, ove le circostanze lo richiedano, di cooperare a questo scopo attraverso accordi regionali con gli Stati limitrofi”. Il servizio di ricerca e soccorso deve dunque essere “adeguato ed effettivo” rispetto alla realtà dei fatti; come realizzarlo in modo da evitare o ridurre al minimo i naufragi dovrebbe essere l’obiettivo prioritario sia degli Stati che delle istituzioni dell’Unione europea, indipendentemente dagli orientamenti politici. Con tutta evidenza così non è.

Nessuna iniziativa è stata finora annunciata dagli Stati, né dalla Commissione europea, per rinforzare gli obblighi di soccorso in mare e tutte le dichiarazioni ufficiali si limitano a esternazioni generiche e stucchevoli di “preoccupazione” accompagnate dalla consueta e comoda condanna verso le organizzazioni criminali che organizzano il traffico internazionale di esseri umani. È un momento molto buio della coscienza europea e forse un giorno ci chiederemo ancora una volta come è stato possibile.

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