Foto di !ME/ Unsplash
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Imprenditori suicidi, l'Italia non perdona chi cade

Chi fallisce, sopraffatto dalla vergogna, a volte sceglie di sparire, tra leggi poco applicate e numeri che non raccontano più la realtà

Paolo Pavone

Paolo PavoneGiornalista

1 gennaio 2026

In una piccola officina di provincia, un imprenditore si ferma davanti al suo banco di lavoro. La macchina è spenta. Gli operai non sono venuti. I conti non tornano. Un’azienda di famiglia, cresciuta generazione dopo generazione, si dissolve senza far rumore. Il titolare chiude gli occhi per un attimo, come per riordinare i pensieri. Ma non c’è più niente da mettere in fila. L’ultima bolletta è arrivata, le tasse sono alle porte, e la pensione dell’operaio a cui aveva promesso un futuro è ormai un miraggio lontano.

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Da fuori, nessuno si accorge di nulla. Ma dentro, in quel silenzio di ferri e conti, qualcosa si è spento per sempre e non farà più rumore. Il suicidio tra i piccoli e medi imprenditori non è solo una scelta personale, ma una tragedia sociale. Eppure, in Italia, ciò che sta accadendo non viene più raccontato con chiarezza. I numeri si mescolano, le storie si confondono, e nessuno indaga fino in fondo sul perché un imprenditore arrivi a scegliere di non lottare più, di non chiedere aiuto.

Da lavialibera n° 36

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