Uscire insieme dalle scuole-ghetto

I dati sono chiari: il 75 per cento dei figli di un genitore laureato arriva alla laurea. Tra i figli di chi ha la terza media, si scende al 12 per cento. Se si parla di dispersione scolastica, le percentuali si invertono. La scuola italiana è come un ospedale che non cura chi ha bisogno. Alcuni esperti propongono soluzione per evitare la ghettizzazione

Francesco Rossi

Francesco RossiGiornalista e consulente lavialibera

6 marzo 2026

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Questa è la prima puntata della newsletter Isole, spazi di educazione e disobbedienza civile. Un appuntamento mensile, ogni seconda domenica del mese. Per iscriverti, clicca qui


 

"Se si perdono i ragazzi più difficili la scuola non è più scuola. 
È un ospedale che cura i sani e respinge i malati
"
Lettera a una professoressa - Scuola di Barbiana

Una citazione di Lettera a una professoressa non è forse il modo più originale per inaugurare una newsletter dedicata ai temi dell’educare. A volte, però, all’originalità è meglio preferire l’efficacia. E quella frase lapidaria, scritta dai ragazzi della Scuola di Barbiana e da don Milani oltre 60 anni fa, è efficace perché vera ancora oggi. In molti casi, infatti, la scuola italiana è rimasta un ospedale per ragazzi e ragazze in salute, da cui sono esclusi proprio coloro che avrebbero più bisogno di cure. Una scuola che invece di limare le disuguaglianze, come vorrebbe la Costituzione, le cristallizza, o addirittura le acuisce.

Ben il 75 per cento dei figli di un genitore laureato arriva alla laurea.
Tra i figli di chi invece si è fermato alla terza media, la percentuale arriva al 12 per cento.
Se si parla di dispersione scolastica, le percentuali si invertono.

Per migliaia di studenti e studentesse, quindi, il contesto socio-economico di provenienza è come un cavo invisibile che impedisce qualsiasi evoluzione e inchioda alle proprie condizioni di partenza. La similitudine è presa in prestito dal libro Dipende dalla classe - Manifesto per una scuola anticlassista, scritto dall’educatore Michele Arena. Un saggio lucido e personale allo stesso tempo, che sta facendo parlare di sé perché affronta il tema delle disuguaglianze scolastiche inquadrandole nelle dinamiche di potere e soprattutto perché supporta il racconto con dati e statistiche precise. Sfogliandolo si scopre che chi è figlio di almeno un laureato ha il 75 per cento di possibilità di conseguire lo stesso titolo di studio, contro appena il 12 per cento di chi ha genitori che si sono fermati alla licenza media. Percentuali invertite, invece, se si parla del rischio di dispersione scolastica, che colpisce il 58 per cento dei figli di persone con licenza media e solo il 13 per cento di figli di laureati.

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Particolarmente votati all’insuccesso scolastico sono anche ragazzi e ragazze senza cittadinanza italiana, che rischiano la bocciatura tre volte più facilmente dei loro coetanei con cittadinanza. “L’ambiente di provenienza – scrive Arena – influisce in modo determinante sulla motivazione a imparare, sulle aspettative future, sui risultati delle prove di apprendimento, sulla scelta degli studi, e, in generale, sul profitto e sulla carriera scolastica e professionale degli studenti”.

La sfida (persa) della scuola di massa

“Se vuoi essere una scuola di massa devi confrontarti con chi la scuola l’ha sofferta; spesso si dà per scontato che chi la frequenta abbia le caratteristiche adatte, la struttura di base, la disciplina di base”Giuseppe Bagni - Docente

Ma da quando la scuola italiana ha assunto questi connotati discriminatori? La risposta non è piacevole: da sempre. “C’è un problema di ontologia borghese della scuola – spiega ancora Arena – e quindi una sua incapacità di accogliere i codici culturali della working class; ciò che la scuola considera come sapere e cultura non comprende tutto un pezzo di conoscenze e capacità che appartengono ai ceti popolari; il talento nello studio è premiato, altre forme di talento non lo sono”.

Secondo Giuseppe Bagni, docente e già membro del Consiglio superiore della pubblica istruzione, “la scuola italiana ha fallito la sfida dell’istruzione di massa”. Nel 1962, l'istituzione della scuola media unificata e l’eliminazione dell’avviamento professionale ha letteralmente aperto le porte delle classi a migliaia di studenti e studentesse che prima venivano indirizzati precocemente al lavoro. Un cambiamento epocale che avrebbe dovuto essere accompagnato anche da un cambio di mentalità, di paradigma. “Se vuoi essere una scuola di massa – sostiene Bagni – devi confrontarti con chi la scuola l’ha sofferta; spesso si dà per scontato che chi la frequenta abbia le caratteristiche adatte, la struttura di base, la disciplina di base”. Soprattutto, si dà per scontato che lo studente o la studentessa provengano da un contesto familiare e sociale in grado di sostenerlo e supportarlo, magari fornendo stimoli culturali di qualità oppure aiutandolo nello studio a casa.

Se la scuola esclude, le mafie avanzano

Una convinzione illusoria, come ha dimostrato anche la recente esperienza della didattica a distanza, durante la pandemia. In quei mesi, come ricorda ancora Bagni, le webcam hanno inquadrato le abitazioni di tanti ragazzi e ragazze, rivelando stanze piccole e sovraffollate, connessioni condivise o addirittura assenti. Una tale diversità non può essere gestita attraverso un modello scolastico monolitico, che in molti casi è ancora quello tripartito stigmatizzato da Tullio de Mauro: spiegazione-studio individuale-interrogazione.

Viene in mente, ancora una volta don Milani, quando sosteneva che non ci fosse cosa più ingiusta del fare “parti uguali fra disuguali". “Gli alunni – sottolinea Bagni – sono tutti uguali se noi insegnanti siamo diversi accanto a loro”. Al posto di una scuola fatta di controllo e sorveglianza, quindi, ne serve una “in cui l’alunno sia protagonista e venga aiutato a mettersi in moto”. 

Al mercato dell'educazione

“Ogni scuola è diventata una piccola azienda e si deve promuovere cercando di differenziarsi”Marco Romito - Sociologo, docente all'Università di Milano Bicocca

Questa postura fatta di cura e attenzione, però, è in palese controtendenza rispetto alla piega competitiva che sembra essersi impossessata della scuola da almeno un trentennio a questa parte.

Il sociologo Marco Romito, docente dell’Università degli Studi di Milano Bicocca, parla espressamente di un “quasi mercato dell’educazione”, in cui i meccanismi della concorrenza vengono applicati all’educazione pubblica, finendo per creare un sistema in cui “ogni scuola è diventata una piccola azienda e si deve promuovere cercando di differenziarsi”. Il risultato, però, è spesso perverso, perché, da una parte “chi ha più risorse si posiziona meglio e le scuole che insistono in contesti più favorevoli hanno offerte migliori”, dall’altra “sono le famiglie del ceto più elevato quelle che hanno più risorse per informarsi e scegliere gli istituti migliori”.

Questo schema di competitività è confermato e rafforzato da strumenti come Eduscopio, il portale della Fondazione Agnelli che ogni anno stila la classifica delle scuole superiori migliori, misurandole sul successo universitario dei loro alunni ed alunne. Una classifica tanto popolare mediaticamente quando discutibile nelle sue basi scientifiche. “Sono stati sollevati dubbi sulla effettiva affidabilità di questo strumento – spiega Romito – perché in realtà misura solo il tipo di studenti che frequenta le scuole non l’efficacia delle scuole stesse; andare bene all’università e arrivare alla laurea dipende molto dall’origine socioeconomica dello studente”.

Di sicuro, però, la classifica spinge le famiglie verso le scuole migliori che a loro volta diventano selettive. Anche perché, per gli istituti, il modo più efficace per promuoversi e per eccellere è attirare gli studenti migliori, non certo preoccuparsi della crescita di coloro che hanno difficoltà. Ed ecco che i divari, invece di essere colmati, si fanno più profondi. 

Orientati all'insuccesso

Non è un caso che Eduscopio si concentri sulla scuola secondaria di secondo grado, tralasciando di valutare i livelli di istruzione precedenti. È alle superiori, infatti, che, secondo l’impostazione utilitaristica dell’istruzione ormai dominante, si gioca la partita della formazione dei futuri lavoratori. Ed è proprio nel passaggio alla scuola superiore che si rendono più evidenti le disuguaglianze.

Al liceo classico, ad esempio, va solo il 16 per cento  dei figli di famiglie working class.
Solo il 13,9 per cento dei figli delle famiglie di ceto elevato va negli istituti professionali. 

Alcuni dati contenuti nel già citato Dipende dalla classe sono rivelatori. Al liceo classico, ad esempio, va solo il 16 per cento  dei figli di famiglie working class e viceversa, solo il 13,9 per cento dei figli delle famiglie di ceto elevato va negli istituti professionali.

Allo stesso modo, gli studenti con cittadinanza straniera sono il 5,3 per cento  nei licei, il 13,7 per cento  nei professionali e addirittura il 28,4 per cento nei centri di formazione. Interessante anche il dato sulla presenza nei vari indirizzi degli studenti con disabilità: 7,7 per cento  nei professionali e 1,4 per cento  nei licei. 

In alcuni casi, le cifre parlano di vere e proprie forme di ghettizzazione. E la responsabilità è, in buona parte, anche dei percorsi di orientamento. “I consigli di orientamento sono affetti da bias sistemici”, spiega ancora Marco Romito.

Questo significa che agiscono dei pregiudizi consci e inconsci che, di fronte a studenti con risultati nella media (né eccellenti, né scarsi), tendono a orientare prendendo in considerazione elementi non scolastici: il contesto socio-economico e quello culturale di provenienza, le aspettative dello studente e della famiglia, le risorse finanziarie. Non mancano anche considerazioni paternalistiche che portano a orientare i figli di famiglie povere verso studi che li portino rapidamente al lavoro, asserendo di farlo “per il loro bene”, “per aiutarli”. Un classismo buonista che ritorna anche nelle riflessioni di Michele Arena.

Analfabetismo, frutto di disuguaglianze

Sortirne insieme

A questo punto, però, è lecito chiedersi come se ne esce. Se se ne esce. “La scuola – sostiene Arena – è solo il modo in cui si è scelto di organizzare il diritto all’istruzione, quindi non è intoccabile, può e deve essere cambiata”. Ma in che direzione? Su questo, Giuseppe Bagni ha le idee chiare e traccia una via tripartita: meno alunni per classe, più tempo scuola, affiancamento nell’extra scuola. Sono linee guida che parlano un linguaggio diverso da quello descritto finora. parlano di cura, di attenzione, di adattamento. Soprattutto, parlano di uno sforzo che deve essere collettivo e che coinvolge tutti.

Per citare ancora Lettera a una professoressa (e tre!): “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l'avarizia”. “La scuola da sola non ce la fa – sottolinea Bagni –, ma nessuno può farcela senza la scuola”.

Da qui la proposta di un’alleanza educativa che coinvolga anche attori esterni alle mura scolastiche e che invada con la sua potenza generativa spazi e relazioni.

Per saperne di più

  • Michele Arena,  Dipende dalla classe - Manifesto per una scuola anticlassista, Il Margine
  • Giuseppe Bagni, Nessuno si senta assolto, pubblicato su Territori Educativi il 23 gennaio 2026
  • Emanuela Spanò, Marco Romito, Marco Pitzalis, Per un'educazione meridiana: sguardi a Sud, in Meridiana - Rivista di storia e scienze sociali n° 107
  • Leggi su lavialibera gli articoli dedicati al tema Povertà educativa
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